Alla ricerca di Nietzsche nell’Ulisse di Joyce

articolo di Liborio Nice

James Joyce non aveva ancora iniziato i suoi anni più produttivi di scrittura quando conobbe per la prima volta il pensiero del filosofo Friedrich Nietzsche, il cui profondo scetticismo sulle prospettive tradizionali della vita e del mondo probabilmente parlava ad alcune delle preoccupazioni ed esperienze del giovane scrittore.
Quando Joyce incominciò a scrivere la sua celebre epopea modernista, “Ulisse”, possedeva una comprensione ben sviluppata e sfumata di diverse componenti fondamentali del pensiero di Nietzsche; non solo ne conosceva i capisaldi ma ne coglieva anche le loro implicazioni più profonde. Non dovrebbe sorprendere, quindi, che queste idee trovino la loro strada nel romanzo epico di Joyce.

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Le regole dell’Arte

articolo di Sebastiano Grasso

Sopportare la canicola catanese è sempre uno scotto da pagare se decidi di frequentare la città. La speranza è sempre quella di trovare ristoro sotto le ampie fronde degli alberi; ma è una mera illusione. In questo periodo ed in alcune ore del giorno, il caldo e l’umidità (di queste latitudini) sono insopportabili, ovunque. A piazza Verga, nei primi giorni di settembre, a mattinata inoltrata, mi incontrai con Alfredo, dovendo discutere sulle strategie da adottare per la nuova stagione del blog. All’incontro nessuno dei due diede a vedere sofferenza per l’afa ma cercammo subito asilo in un buon caffè.

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Il Dracula di Abraham Stoker

articolo di Adriano Fischer

La storia di Dracula la conosciamo tutti. In qualche modo, anche senza mai aver letto il romanzo di Stoker, sappiamo tutto del Vampiro più famoso del mondo. Tante sono state le trasposizioni teatrali e cinematografiche, da Nosferratu, il capolavoro di Murnau del 1922, fino ai giorni nostri, le serie, Twilight, Van Helsing, senza contare le infinite riscritture in chiave parodistica e ironica.

Dracula rappresenta uno di quei romanzi che avrei dovuto leggere in gioventù, quando l’immaginazione ha bisogno di essere continuamente infiammata, stimolata e, così, anche l’innocente punto di vista sensibile alle sorprese, allo stupore, che una storia di fantascienza può offrire.

Resta comunque un classico, quando con tale definizione si vuole intendere un’opera che resiste al tempo, dove ogni rilettura è una lettura di scoperta o, come diceva Calvino, quando nasconde le pieghe della memoria, mimetizzandosi da inconscio collettivo a individuale.

Il romanzo è stato pubblicato nel 1897, in Irlanda si stava attraversando un periodo che più tardi verrà definito Rinascimento celtico, caratterizzato da un rinverdimento culturale e artistico che nasceva dalle ceneri della passata soggezione all’Inghilterra.

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Pandemia: la funzione della scuola

articolo di Luciana Mongiovì

La scuola è ripresa ormai in quasi tutta Italia, certamente un passo in avanti rispetto a un auspicabile ritorno alla “normalità”. Un avanzamento significativo, innanzitutto, circa la possibilità di recupero ancorché parziale della socialità dei più giovani, di partecipare a lezioni de visu anziché da remoto, di condividere di presenza spazi, tempi, sensazioni ed emozioni. Gli affetti, ad esempio, possono essere vissuti, comunicati e condivisi, a pieno e in modo autentico, solo di presenza. Di sicuro, la didattica a distanza ha privato le nuove generazioni di una esperienza fondamentale e fondativa della psiche, del vivere sociale, della capacità di stare in relazione con l’altro nello stesso luogo.

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Mara. Una donna del Novecento

recensione di Loredana Pitino

“So, e ne sono convinta che esiste una storia delle donne che si incontra, si intreccia con quella generale dei popoli, che può essere dipendente ma non coincide mai con essa”.

Ritanna Armeni, scrittrice e giornalista, spiega nella prefazione al romanzo, cosa l’ha spinta a scrivere questa storia, la storia di Mara, una ragazza nata nel 1920 e che ha 13 anni all’inizio del racconto. Vive a Roma, vicino a largo di Torre Argentina. Ha un’amica del cuore, Nadia, coprotagonista del romanzo, fascista convinta, che la porta a sentire il Duce a piazza Venezia.

Ha tanti sogni e tante speranze ed è convinta che il fascismo le permetterà di realizzarli tutti. Vuole studiare letteratura latina, diventare bella e indipendente come l’elegante zia Luisa. Il futuro le sembra a portata di mano, sicuro sotto il ritratto del Duce.

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Il mito della Nazione

 

articolo di Adriano Fischer

Volevo aprire la stagione polifemica con uno di quei temi che se non si dà per scontato è perché non si conosce a sufficienza. L’aria, d’altro canto, tira in un’altra direzione, il nazionalismo è argomento masticato un po’ da tutti, tirato a lucido dai media, cavalcato dalla politica come rimedio a ogni crisi, a ogni emergenza.

I popoli si ricordano improvvisamente di avere chissà quali origini comuni, dalle quali fanno derivare un sentimento di solidarietà e di coesione interna, cosiddetti sentimenti nazionalisti grazie ai quali i membri riescono a percepirsi differenti e separati da quelli che appartengono a un altro, analogo, gruppo.

Sovranismo, nazionalismo, patriottismo, irredentismo sono sofismi o paralogismi, parole vuote, parole su cui persone come Salvini e Meloni, al grido ridicolo Prima gli Italiani, hanno costruito la propria carriera, montato il loro ideale leviatano, un ircocervo aristotelico che si nutre di odio e d’ignoranza.

La realtà che si nasconde dietro è come sempre ben diversa.

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Attesa, angoscia, speranza

articolo di Luciana Mongiovì
ll lockdown, che ha contrassegnato tragicamente i mesi scorsi, ha seminato tracce i cui effetti saranno, ancora, in larga parte da scoprire, analizzare ed elaborare, così come accade nelle situazioni post traumatiche le cui ricadute psicologiche possono essere colte e comprese soltanto apres coup.
Dal lavoro clinico psicoanalitico registriamo una recrudescenza delle angosce paranoidi, associate a movimenti regressivi e a un accentuarsi dei bisogni di dipendenza affettiva, assieme a un’intensificazione delle paure legate allo stato di salute del corpo, da una parte.
Nel versante opposto, si evidenzia una tendenza di tipo controfobico, volta alla ricerca dell’ebbrezza e della superficialità (spesso confusa, invece, col bisogno di leggerezza), con ridotta percezione dei potenziali rischi e pericoli, per sé e per gli altri.
Un primo ordine di considerazioni può riguardare l’attacco, subìto, alla capacità di pensare, progettare e proiettarsi nel futuro.

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La creatività

articolo di Sebastiano Grasso

Ottobre 1983, frequento con ottimo rendimento il quarto anno di un istituto professionale a indirizzo meccanico; alla lavagna non ricordo un dato banale, mi vergogno dell’amnesia e abbandono la scuola. Per un breve periodo faccio il manovale. Il mio stato di servizio dirà: ‘in possesso di licenza media’.

Gennaio 2020, l’esigenza di commissionare un fotolibro in grado di raccogliere gli scatti che ho realizzato in occasione del 60^ anniversario di un matrimonio mi impone l’indagine di mercato. Scopro offerte dozzinali, album miseramente impaginati senza alcuna poesia; per risultati migliori è necessario spendere molto.

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Romanzo da – da – dà

articolo di Adriano Fischer

La letteratura è uno sporco gioco, corre sempre su un terreno minato ma io la trovo affascinantissima. Peccato essere nati nel paese sbagliato!

È poco evidente ancora che un romanzo non è solo raccontare una storia, non è solo toccare le corde emotive del lettore, o titillarne le ambizioni intellettuali, il romanzo soprattutto non è una questione di gusti.

Benedetti questi gusti!

Solamente in letteratura si parla di gusti livellando tutto: Delillo con Moccia, Roth con la Kinsella, Pynchon con la Gamberale. Il gusto è rilevante, sì, ha una sua dignità, è alla base della psicologia del consumo ma segna pur sempre, quantomeno in questo caso, la maturità di un popolo o di una generazione. Mi chiedo se il lettore si basa sul proprio gusto quando dà procura a un avvocato per farsi rappresentare. Vado a capo.

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L’invenzione dell’adulterio

articolo di Adriano Fischer

Quando Giorgio Zanchini, conduttore della serata dedicata al premio Strega, domandò a Veronesi, se il suo Colibrì si potesse considerare un romanzo borghese, lo scrittore, senza troppi giri di parole, rispose di sì, che lo era, che il romanzo è borghese per nascita, così com’è borghese l’atto stesso di leggere e di scrivere.

Oggi dare del borghese stride, suona quasi come un dispregio perché allude a un tipo di vita materiale, frivola, dai molti agi e privilegi, dalla moralità rigida e conservatrice, in cui si è ligi all’ordine costituito ed è per questa ragione che Zanchini rivolge timidamente ed esitante la domanda a Veronesi.

Il romanzo, infatti, nasce in corrispondenza dell’ascesa della borghesia, nel 1789, l’anno della rivoluzione francese, l’anno del tracollo dell’aristocrazia. Dal 1848 la borghesia europea, visse una stagione d’impetuosa e sempre più crescente affermazione e anche se con caratteri diversi che variavano di Paese in Paese, essa fu foriera di elementi innovativi come il progresso scientifico e lo sviluppo economico.

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