Il Gruppo di Polifemo

Un'isola ecologica di cultura differenziata

COMING OUT

 

Provenivamo dall’ostello ché avevamo bevuto due ceres ciascuno. Sarei dovuto rientrare a casa ma non ne avevo la minima voglia e poi a quell’ora ci sarebbe stata solo mia madre, e lei, con tutto rispetto parlando, non avrebbe capito. Era meglio che ci fosse anche mio padre, lui a suo modo pondera, argina, mitiga, insomma riesce a essere lo sbirro buono. No, no, mia madre non avrebbe capito, se poi capire è il termine corretto, ecco, non avrebbe accettato questa mia scelta, questo mio essere, questo mio sentire. Non lo avrebbe accettato ancor prima di capirlo.

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La domenica vestivi di rosso

 

Vera è un nome che etimologicamente potrebbe contraddire un atteggiamento, uno stile di vita e addirittura un romanzo.

Nera è un colore, un aggettivo qualificativo, una maschera nuda imbastita su un personaggio in cerca d’autore che si trascina caparbiamente in una rappresentazione scenica, modellando via via un profilo sempre più adatto alla trama della sua vita, misconoscendo i naturali contorni.

E Nerina dunque chi è? Perché chiederlo adesso? La risposta celebra l’epilogo e mortifica l’acutezza strutturale con cui Silvana Grasso ha condotto La domenica vestivi di rosso Marsilio Editori.

Il rosso è un altro colore proposto, una decisa tinta proiettata sulla retina che galoppa in penombra; la domenica vestivi di rosso è un lungo pamphlet introspettivo, una mistura di peso corporeo e finezza sensoriale che in gara tracciano la parabola ambiziosa e ammaliatrice di una ragazza di provincia, nel turbolento 1968.

La profilazione narra che sia nata femmina in uno spazio geografico in lotta col tempo storico, che sia stata provvisoria figlia di una madre suicida, che abbia avuto due madri tacitamente adottive, a loro volta madre e figlia, allevatrici come fossero fatine Disney e ingombrante reiterato tormento di avere dodici dita dei piedi: emblema di presunto rifiuto maschile, nonché freno seduttivo e inasprita prova di resistenza al mondo.

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L’Arte incontra Gianni Longo

Il carrubo cavo dopo il tramonto, pastello di Piero Guccione dell’’84

“Ritual Prayer”, dall’album “Dark Intervals” di Keith Jarret, è un buon tonico spirituale. Amo ascoltare questo brano ogni qualvolta cerco una via di fuga, una boccata d’aria giovane, una prospettiva diversa che non mi impone di misurare la sterilità ineluttabile… del destino.

La crisi era ancora distante. Gli eventi culturali erano una buona occasione per trovare gente entusiasta.

Facile risultava incontrare artisti, confrontarsi con loro, trovare amici provenienti dalla costa occidentale dell’isola, o dal suo profondo entroterra. Piazzare “pezzi”, festeggiare fino a notte fonda, progettare e sorridere, era un rito scontato.

A Comiso una prestigiosa collettiva di pittura riunì tutto lo Stato Maggiore del Gruppo di Scicli (che lì era di casa), nonché bravi artisti provenienti da ogni parte dell’isola, ivi compresi noi, la pattuglia di pittori acesi.

Questa era la politica della storica Galleria degli Archi di Comiso e premiava l’estetica. Ad ogni inaugurazione le luminose sale erano zeppe di persone.

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Senza vergogna

Se c’è una cosa che sentivo frequentemente da piccolo, e così anche da adolescente, oltre “Molla subito quel cannolo!”, era “Vergognati”.

Non che fossi io l’unico destinatario, anzi, per certi versi era un’abitudine che rischiava di castrare ogni spontaneità, ogni pulsione innocente.

La parola era davvero un tormento a casa, a scuola, alla televisione; ogni istituzione si dotava, già solo perché un crocefisso campeggiava sui muri, della sua quota di “Vergognati!”

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La telefonata

Stavo lì per mettere un punto alla mia prima e soffertissima frase quando il telefono bussa, sì, bussa perché la mia suoneria fa toc toc. De gustibus! Che volete, mi evoca scenari campagnoli, vino, gladioli, poesia. Allora apro, cioè rispondo, e una voce femminile molto educata, molto intrigante, non invadente, mi chiede se sono io la persona cui sta chiamando.

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Due chiacchiere con Ellybee di Libò Libreria dei ragazzi

Siete una casa editrice molto particolare, ci raccontate il vostro progetto?

Ellybee è una startup innovativa che ha sviluppato e brevettato un nuovo metodo educativo, che promuove l’uso della realtà aumentata per l’insegnamento dell’inglese già in età prescolare. È un metodo interattivo e divertente. È facile, intuitivo, efficace ed è potenziato dalla combinazione realtà aumentata + libro cartaceo. Ellybee è Edutainment: educativo (insegna la lingua inglese) e intrattenimento (attraverso il libro cartaceo).

L’ apina come tutor principale: come mai?

L’ape Elly è una specie di assistente digitale, grazie al suo supporto  e alla pazienza di un adulto, imparare l’inglese sarà per ogni bambino semplicissimo e divertente.

Amiamo molto la vostra idea, sopratutto il legame con la tecnologia. Approfondite questo aspetto?

La Realtà Aumentata stimola l’interesse e la partecipazione in classe, aumenta lo sviluppo sensoriale e la memoria, sviluppa il processo di apprendimento  e la concentrazione,  abbatte le barriere linguistiche, è digitale ed è divertente. La Realtà Aumentata è usata per veicolare più “rapidamente” il sapere e in maniera più coinvolgente e motivante rispetto alla didattica tradizionale, grazie anche alla fruizione di un contesto di apprendimento simulato che rende qualitativamente più ricca l’esperienza dell’utente e che sembra poter aiutare gli studenti nell’apprendimento e nel raggiungimento dei loro obiettivi scolastici. Lo abbiamo potuto sperimentare in diverse scuole sul territorio nazionale!

Vantaggi nei bambini del vostro catalogo? Età di riferimento?

I bambini imparano facilmente e con naturalezza ma, soprattutto, imparano divertendosi insieme agli adulti. Grazie a Ellybee, avranno tante storie da leggere per rendere l’inglese familiare, divertente e sempre a portata di mano. I nostri libri si rivolgono a bambini dai 2 anni agli 8 anni.

Descrivete con una breve frase dove vi collocate nel mercato editoriale.

Libri interattivi con la realtà aumentata per insegnare l’inglese divertendosi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’utopia moderna «La libertà è partecipazione»

Immagine realizzata dall’artista James Gulliver Hancock, in onore del centesimo anniversario della nascita di J.Jacobs.

Alla luce del fallimento dell’approccio tradizionale dell’urbanistica, viene da chiedersi se trattare il tema di gestione e pianificazione territoriale nelle maniere tradizionali sia ancora un approccio credibile, oltre che funzionale alle effettive esigenze del territorio.

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