Abolire il carcere

E’ davvero necessario il carcere?  Non se ne potrebbe fare a meno?

La domanda sembra più una provocazione che un punto da cui partire o su cui riflettere.

Di fronte una questione del genere, un comune cittadino arriccerebbe il naso e si befferebbe della domanda con un gesto liberatorio.

Eppure il carcere, inteso come luogo di segregazione per fini punitivi, ha una storia recente, cioè ha a che fare con la modernità giuridica. La stessa origine del nome, carcer, ovvero recinto, spiega d’altronde come le funzioni del carcere, un tempo, fossero riservate a quelle che oggi definiremo più concretamente custodia cautelare. Il reo, in poche parole, stava confinato, per un breve periodo di tempo, in attesa del giudizio o dell’esecuzione della pena.

Il carcere, senza ombra di dubbio, rimane ancora oggi, per la cultura dominante, l’unico rimedio contro la criminalità. Ci si stupisce anzi del contrario, cioè di come gli impuniti la facciano franca, di quanto sarebbe opportuno sbatterli dentro e buttare via la chiave.

Eppure è un dato di fatto, ormai consolidato nel tempo, che il carcere non dissuade nessuno dal compiere delitti, rieduca raramente e a malapena. L’unica certezza è che rovina la vita dei condannati, delle loro famiglie, violando il primo degli obblighi morali di una comunità civile, ovvero quello di riconoscere la natura sacra della vita umana.

La pena inflitta si traduce spesso in una vendetta, un effetto estraneo a quei fini di rieducazione che la Costituzione prevede e indica all’art. 27. La finalità della pena non è il castigo, o meglio, non solo, è la rieducazione, la socializzazione o risocializzazione del condannato.

Il saggio in esame, Edizioni Chiarelettere, affronta questo disagio sociale, ragionando sul carcere, sulle sue possibili alternative, offrendo un ventaglio di soluzioni atte, se non a eliminare il carcere, a ridurne significativamente l’uso che resta ancora, nonostante gli inutili indulti e svuota carceri, il principale strumento di sanzione.

In paesi, infatti, come la Francia, la Gran Bretagna, la Svezia, l’Olanda, e ancora la Finlandia, la politica rieducativa diretta a sostituire le pene detentive, quindi attraverso dei programmi di risocializzazione, ha comportato una diminuzione sostanziale dell’indice di recidiva.

Abolire il carcere, rappresenta una buona occasione per approfondire un tema che resta, almeno in Italia, particolarmente ignorato. Le carceri, infatti, rimangono, usando la metafora biblica del gianseno, il capro espiatorio del male del mondo ordinato.

 

Abolire il carcere, edizione Chiarelettere, è un lavoro di: Luigi Manconi, insegnante di Sociologia dei fenomeni politici. presso l’università Iulm di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Stefano Anastasia è ricercatore di Filosofia e sociologia del diritto presso il dipartimento di Giurisprudenza dell’università di Perugia, dove coordina la Clinica legale penitenziaria. Valentina Calderone è direttrice di A Buon Diritto. Associazione per le libertà. Federica Resta è avvocato, dottore di ricerca in Diritto penale e funzionario del Garante per la protezione dei dati personali

 
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Informazioni su Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.
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