I recenti casi di molestie e abusi sessuali che hanno interessato il mondo hollywoodiano (e, purtroppo, non soltanto quello), nonché la bagarre che ne è seguita, mi cimentano, da donna e da psicoanalista, in una riflessione che si propone di contribuire a fare chiarezza circa i processi psicologici che entrano in gioco in siffatte situazioni.

Innanzitutto, intendo occuparmi del perché la denuncia, semmai la vittima la inoltri, arrivi di solito a distanza di tempo rispetto a quando si riferiscono i fatti di abuso.

A partire dalla mia esperienza clinica, una donna, così come un’adolescente, per quanto si trovi all’interno di una situazione protetta e scevra da giudizio qual è la relazione analitica, riesce, in genere, a recuperare (ovvero ricordare e parlare di) episodi di molestie con grande fatica e sofferenza, e solo dopo aver stabilito un rapporto di fiducia che richiede un periodo variabilmente lungo di analisi.

La difficoltà a verbalizzare, a tal proposito, non è semplicemente addebitabile al sopraggiungere di imponenti sensi di colpa e paura di essere giudicata o non creduta. Ciò che ho rilevato, e che mi sembra interessante mettere in luce, è che questo periodo di “latenza” è associato a una condizione di “stordimento”, di ottundimento della capacità di pensare, a un senso di pervasiva confusione e impotenza, di precaria differenziazione tra mondo interno e mondo esterno, che segnano il vissuto di chi ha subìto un abuso.

Il passaggio all’azione del denunciare, in altri termini, necessita di un lungo e doloroso lavoro psicologico di bonifica, volto a comprendere che si è trattato di un violento attacco, oltre che al corpo, alla mente della vittima. Un’invalidazione della sua funzione di conoscere e capire poiché entra in gioco un pernicioso meccanismo di disconferma dei propri vissuti e sensazioni.

Come ha ben colto Primo Levi riguardo ai campi di concentramento: <<la storia del Lager è stata scritta quasi esclusivamente da chi, come io stesso, non ne ha scandagliato il fondo. Chi lo ha fatto non ne è tornato…>>. Nel senso che il livello di coscienza necessario per poter dire, e ancor prima pensare, che si sta subendo un abuso, comporterebbe una quota di terrore immane, specialmente nei casi più gravi come quelli dei bambini, potenzialmente in grado di annientare la mente.

Un ulteriore elemento, che rende ancor più complesso il problema, è che nella stanza d’analisi scopriamo che le molestie subìte dalle pazienti adulte fungono, spesso, da “copertura” di dinamiche relazionali abusanti che attengono a “qualcosa che è successo” nel corso della preadolescenza, se non prima con l’infanzia. Indico, in modo preciso, la preadolescenza perché questo periodo dello sviluppo psichico è particolarmente significativo per le ragazzine per via delle modifiche sostanziali cui va incontro il loro corpo. Un corpo che diventa a tutti gli effetti sessuato, con l’aggiunta cioè, rispetto alla sessualità infantile, della capacità procreativa.

Con la pubertà, le fantasie sessuali e masturbatorie sono sorgenti d’intensa angoscia, giacché si scontrano con la realtà della propria potenzialità di concepimento. In famiglia come in luoghi pubblici, palpeggiamenti, toccatine, sguardi ammiccanti, che indugiano su parti del corpo in fioritura, vengono sì percepiti come disturbanti già in prima battuta, tuttavia, di rado si ha la consapevolezza che si tratti di una molestia, di una violenza.

E questo per varie ragioni: anzitutto la resistenza a riconoscere la valenza sessuale di quel comportamento, soprattutto se agito da un adulto con cui si intrattiene un rapporto di conoscenza e fiducia.

Atteso che, su un piano giuridico, la responsabilità dell’abuso è di chi lo commette e non certamente di chi lo subisce, su un piano psicodinamico, quando un padre, uno zio, un superiore a lavoro, un produttore cinematografico o un presidente del consiglio abusa di una donna, di un’adolescente o di una bambina, ciò che è venuta a mancare è anzitutto una madre (che non è semplicemente la mamma), ovvero una persona con funzione materna, in grado di difendere la figlia e nutrire la sua debolezza.

Succede a volte che i genitori, anziché proporsi come oggetti che proteggono e si prendono cura dei figli, avanzano loro richieste anche di accudimento o “amicali”, in quanto sono essi stessi bisognosi di trovare uno spazio di ascolto per sé, per le proprie confidenze o problemi, lasciando in tal modo questi ultimi in una condizione di sconfortante solitudine. O, per contro, colonizzano, fagocitandoli, desideri e aspirazioni più o meno indefiniti dei figli, con azioni anticipatorie, intrusive e coartanti, invece di funzionare psichicamente da contenitore che nutre, dà fiducia e appoggio al “pensiero” nascente.

Già Freud, nel 1901, aveva mostrato con “Frammento di un’analisi d’isteria” in quanti e quali modi un padre può violare la mente di una figlia adolescente, così come nel 1933, ne “La femminilità”, aveva individuato nella madre la prima seduttrice che il piccolo e la piccola, in una condizione di originaria passività neonatale, incontra nel proprio percorso di vita.

O, almeno, questa era la fantasia emersa in analisi. Possiamo, allora, pensare a Giocasta quale simbolo di un eccesso erotico e di un eccesso materno?

Mito dell’eccesso femminile iscritto nel corpo, all’interno, in uno spazio spesso fantasticato come sconfinato. Ed è, forse, proprio questo interno misterioso e illimitato a conferire quel carattere di pericolosità alla sessualità femminile? Sto pensando a quello che pazienti uomini riferiscono in seduta in merito alla fantasia, terrifica o inebriante, di venir risucchiati dentro il corpo della donna; così come alle frequenti fantasie delle pazienti donne di venir colonizzate da una madre fallica.

Di certo, nell’accudimento del corpo del piccino e della piccina, la madre attinge e dona al bambino/a sentimenti che provengono dalla sua vita sessuale; che è ben altra cosa di un uso erotizzato del rapporto col bambino/a per compensare proprie deprivazioni e frustrazioni.

Ancora: Giocasta come mito di un femminile legato a un eccesso materno, in quanto associato a una fantasia onnipotente riguardante la potenzialità procreativa, amplificata dalla stato di neotenia dell’infante?

Alla luce di ciò, non può stupire allora come siano, talora, le stesse donne grandi accusatrici delle altre sorelle-donne, che sono state vittime a vario livello di abuso, con l’insopportabile mantra “ma, forse, se l’è cercata! Forse, tutto sommato, le piaceva pure, le faceva comodo!”.

Anziché giudicare, che poco serve, occorre provare a capire il perché profondo di tale atteggiamento.

Possiamo ipotizzare che queste donne non riescano a identificarsi con le donne abusate perché non possono fare riferimento a una funzione materna interiorizzata e si identificano, invece, con un maschile patriarcale?

Oppure si identificano troppo, e per questa ragione devono prendere le distanze da loro, al fine di mantenere scisse e lontane dalla coscienza parti di sé abusate il cui contatto, al momento, comporterebbe una sofferenza troppo gravosa?

O, ancora, sono come Medea che trova soltanto nell’uccisione dei propri figli una rivalsa dal marito Giasone, per il quale la prole rappresenta il proseguimento e la sopravvivenza del potere patriarcale?

Tali ipotesi, così tracciate, sembrano delineare uno scenario che, a mio avviso, segna l’attualità: un “interregno” ove il potere del padre è stato spodestato, salvo appendici di una cultura residualmente maschilista, ma il potere della madre tarda a ergersi, e questo perché sotto duplice attacco.

Forse serve ancora del tempo perché si possa compiere diffusamente quel laborioso processo di maturazione del femminile, così ben espresso nel mito di Demetra, Kore e Ade!

La maternità, come essere madre, implica la presenza del maschile, non soltanto per il concepimento ma anche affinché la madre perda il possesso del figlio/a (e viceversa), e la separatezza psichica lasci spazio alla separazione in cui si è due persone distinte, benché unite da un intenso legame affettivo.

Ogni persona (donna e uomo) presenta nella propria struttura psichica elementi femminili e maschili variamente combinati a partire da una predisposizione innata (la bisessualità), che vengono modellati, nel tempo, sulla base di identificazioni ed esperienze.

Potrebbe essere pensabile che il modello di funzionamento più creativo, fecondo e soddisfacente sia rappresentato dalla coppia, intesa come accoppiamento armonioso tra Femminile e Maschile, nel singolo individuo come nella coppia di partner?

Se lo spazio all’interno del corpo (e della mente) della donna venisse inteso, anziché come vuoto e sconfinato, come uno spazio non “sfondabile”, ovvero che ha un limite? Ricettivo anziché passivo. Il che presuppone un limite della propria capienza, della capacità di contenimento e di nutrimento, un limite della fantasia onnipotente di procreazione e di accudimento dei figli. Una funzione del limite che, oltre a contenere le fantasie terrifiche suscitate da uno spazio interno (il corpo della donna) inteso come infinito, andrebbe a mitigare anche la spinta espansiva e penetrativa (del maschile).