Il Gruppo di Polifemo

Adozione, un processo psichico e relazionale.

Un bambino adottato è un bambino traumatizzato nelle prime esperienze di vita e di relazione, in quanto ha subìto, inevitabilmente, gravissime carenze nell’ambiente familiare originario.

Accade, inoltre, che difficoltà nell’accudimento, abusi e violenze di varia natura, spesso si protraggono negli istituti ove viene collocato in seguito alla separazione dal nucleo familiare.

Il bambino adottato presenta, quindi, vissuti precoci estremamente dolorosi, e la sua sofferenza psichica attiene innanzitutto al rapporto con l’oggetto primario (il seno e la madre). Con questo dolore dovrà fare sempre i conti dal momento che, non essendoci state le condizioni necessarie per introiettare la relazione con una figura materna buona, amorevole e sorgiva di conforto, vengono minate le basi per costruire un’adeguata fiducia in sé e negli altri.

Sappiamo che ciascun bambino ha bisogno di fare l’esperienza, costante nel tempo, di una relazione con una madre (o una persona con funzione materna), non solo capace nell’accudimento fisico e materiale, ma attrezzata di competenza affettiva che la renda in grado di sintonizzarsi coi bisogni corporei ed emotivi espressi dal piccolo.

Ancora poca attenzione, sul piano sociale, culturale e talora anche medico-pediatrico, viene dedicata, in realtà, al ruolo fondamentale svolto dalla “mente” della madre e, come correlato, dell’ambiente familiare che circonda la coppia madre-bambino. Mi riferisco alla funzione di reverie materna, che consiste nell’accogliere le comunicazioni grezze dell’infante, per restituirle sia bonificate delle cariche più distruttive e caotiche, sia dotate di senso emotivo e relazionale.

Faccio riferimento, altresì, allo sguardo vivo e presente con cui una madre guarda il proprio figlio, così come allo sguardo interessato e partecipe che rivolge al mondo circostante (ovvero la qualità affettiva della relazione che intrattiene col padre del bambino, con la professione che esercita, col gruppo familiare e sociale di riferimento). La mente della mamma, viva e orientata con sufficiente fiducia verso la vita, incoraggia il piccolo a pensare che si trova in un mondo tutto sommato interessante e affidabile, anziché spaventoso e pericoloso.

Dunque, una cesura all’origine – così come lutti, abbandoni e violenze precoci – segnano in maniera indelebile il mondo psichico del bambino, condizionando fortemente la possibilità di un suo sviluppo emotivo-affettivo armonico e soddisfacente. Un trauma antico non può che suscitare un carico di sofferenza tale che – se non ascoltato come richiesta di aiuto e capito nel suo significato profondo – può compromettere la crescita sana con ripercussioni sulla formazione del carattere e, pertanto, sulla futura personalità.

Quando i genitori adottivi vivono il rapporto col figlio come particolarmente problematico, o quando si manifestano, anche attraverso il corpo, sintomi psichici e difficoltà comportamentali che fanno preoccupare, o mettono letteralmente in allarme, genitori e insegnanti, la richiesta di un intervento da parte dello psicoanalista nasce dall’evidenza scientifica che la psicoanalisi va alla radice dei problemi. Problemi, sofferenze, conflitti che sono, nella maggior parte dei casi, di natura inconscia.

Il bambino adottato ha bisogno, anzitutto, di recuperare, attraverso il rapporto di transfert che si stabilisce con l’analista, la relazione affettiva primaria, che – proprio perché gravemente disturbata e fonte di intenso dolore – è stata dissociata e, in tal modo, tenuta lontana dalla coscienza. A tal riguardo, è ben noto che quanto allontaniamo da uno stato cosciente – perché insopportabilmente penoso – non viene mai eliminato o cancellato del tutto, ma permane nel mondo interiore, manifestandosi attraverso sintomi fisici, psichici e relazionali.

Occorre, anche, che venga riparata quella prima relazione, interiorizzata dal bambino, che influenza negativamente le sue possibilità di vivere un rapporto positivo con gli oggetti esterni e con le persone che incontrerà nella vita privata, lavorativa e sociale. Aldilà dei comportamenti che disturbano la competenza relazionale, vi è infatti una grande sofferenza emotiva che è rimasta inascoltata e dunque non accolta dall’adulto di riferimento; una sofferenza che, spesso, neppure il bambino sa di avere perché troppo piccolo per poterla contattare consapevolmente, o perché ancora troppo piccolo per poterla comunicare in modo diretto ed esplicito.

Come psicoanalisti abbiamo il compito di andare a cercare il bambino lì dove sta il suo dolore più profondo, non pensato, non trasformato in parole ma agito, di solito, con modalità violente e apparentemente incomprensibili. L’attrezzo di cui noi ci avvaliamo è la nostra mente, la cui manutenzione, necessaria e continua, affonda le proprie salde radici in un lungo training formativo, basato innanzitutto sulla propria analisi personale.

E allora, proprio perché è necessario raggiungere i livelli profondi, precoci e primitivi del funzionamento della mente, la psicoanalisi si configura come trattamento elettivo in questi casi delicati e difficili.

A queste difficoltà si aggiungono, nell’adolescente adottato, le confuse e complesse vicissitudini che attengono a questo periodo evolutivo, in cui si riattivano conflitti e angosce del passato ma in un contesto nuovo, più rischioso rispetto all’infanzia. L’adolescente è infatti cimentato nell’arduo lavoro di integrazione, nella rappresentazione del Sé, della maturazione sessuale e del corpo. Studi sui mutamenti biologici, che hanno luogo nel corso dell’adolescenza, richiamano l’attenzione sulla portata dei cambiamenti fisici che occorrono dalla pubertà in poi, nonché sulle potenzialità sessuali e aggressive degli adolescenti.

Può insorgere un rifiuto, anche inconscio, della sessualità, o il timore di assoggettarsi e passivizzarsi rispetto alle esigenze del corpo, sentite come eccessive, oscure e indomabili. Possono svilupparsi comportamenti lesivi verso il proprio corpo (selfcutting), agiti che mettono a repentaglio la propria vita e/o aggressivi verso i genitori, forme di perversioni, anoressia, depressione. Possono svilupparsi fratture momentanee nel rapporto con la realtà, distorsioni proiettive, financo psicosi vere e proprie dove l’adolescente costruisce una sua realtà nel tentativo di salvaguardare la propria coerenza narcisistica.

Con l’uso e l’abuso di alcol e droga, ad esempio, quali aspetti di sé cerca di assopire o esaltare? Una rabbia, da acquietare, per un dolore mai consolato? Aspetti legati a un senso di impotenza, di frustrazione o di vuoto?

Uno sguardo analitico è attento ed equipaggiato per leggere la molteplicità di significati degli agiti spesso distruttivi dell’adolescente, che possono essere elaborati senza incancrenirsi e, tanto meno, avere sviluppi gravi al punto di compromettere il funzionamento psicologico e relazionale del ragazzo.

Ma anche i genitori adottivi hanno bisogno di essere aiutati. E necessitano di un lavoro psicologico, ancor prima rispetto alla relazione col figlio, inerente al concepimento psichico della loro genitorialità.

Hanno bisogno di essere aiutati a compiere quel processo trasformativo della loro psiche – individuale e di coppia – per poter essere genitori, per poter accogliere nel loro mondo interno – prima che nel loro mondo esterno, in seno alla loro casa e alla loro famiglia – un bambino o adolescente che è, anche e comunque, figlio di un’altra coppia.

Occorre un valido supporto nell’elaborazione dell’impossibilità eventuale di concepimento naturale, così come rispetto alla frequente, e sana, richiesta del figlio di ritrovare il gruppo familiare originario.

E c’è da domandarsi, allora, cosa provano davvero per il figlio adottato. Quale bisogno, desiderio, mancanza, quale aspetto di sé e della coppia, li motiva a intraprendere la procedura per un’adozione?

Cosa rappresenta psichicamente ed affettivamente il bambino per la coppia genitoriale adottiva?

In genere, sono in gioco emozioni e sentimenti negati, tenuti distanti, rifiutati o edulcorati, così come una difficoltà ad accettare ed elaborare un limite molto penoso, per poi pagare il doloroso prezzo della psicopatologia, dei sintomi psicofisici, o della progressiva conflittualità del rapporto.

Capita, altresì, che rimanga non elaborata, profondamente, la realtà che il loro figlio dovrà sempre confrontarsi, psichicamente, con una duplice coppia genitoriale, quella naturale oltre che quella adottiva.

D’altra parte, il recupero o la costruzione nel mondo interiore della relazione coi genitori naturali, ovvero delle proprie radici psichiche e, auspicabilmente, del proprio mito fondativo, costituisce il baluardo necessario per il benessere della persona.

Si tratta, per i genitori, di un lavoro psicologico certamente non facile, non scevro da quote importanti di dolore e frustrazione, che richiede una maturazione ulteriore della loro personalità e della loro capacità di relazione, sia nell’ambito della coppia che del rapporto col figlio.

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