articolo di Ombretta Costanzo

La saga di Sant’Agata trascina dietro di sé elementi concreti di ascesa spirituale, rispettati dalla tradizione e rielaborati in chiave pagana che ha proposto una visione ciclica di eventi mitici e stimolato un’attesa metempsicotica di modelli femminili.
Sappiamo che nell’antichità fra i culti più praticati riferibili a Catania, c’era quello delle divinità Demetra, Cerere e Iside. Non è insolito supporre che in Sicilia il cristianesimo abbia seguito il metodo di sostituire alle antiche divinità pagane i nuovi modelli cattolici come Cristo, Maria e i vari santi e che la figura di Agata si sia imposta dunque più facilmente anche per la preesistenza di analoghi modelli miscredenti.

La storia e il mito a lei legati narrano l’excursus di una bella fanciulla dapprima torturata e i cui seni furono oggetto dell’efferata crudeltà dei persecutori, con conseguente benvenuto da santa nella gloria di Dio. La sua vicenda ripete uno schema più o meno comune della storia delle martiri cristiane: Agata era una bella e nobile ragazza di Catania, che, poiché rifiutò di sposare il console romano Quinziano, prefetto dell’Imperatore Decio in Sicilia, viene scaraventata tra le grinfie dell’ignobile Afrodisia e delle sue cinque figlie depravate che tentarono inutili tentativi di corruzione; le torture del mancato marito, tra cui l’asportazione del seno, costituiscono uno dei tanti tormenti che la devozione popolare ricorda.

Calamità naturali si avvolgono alla figura di Agata come un improvviso terremoto che interrompe il martirio ma non la sua morte, documentata il 5 febbraio, tra le fiamme. Tra le numerose leggende a lei legate c’è il famoso miracolo dell’Etna da cui conseguì la sua protezione futura della Sicilia. Da lì intrecci continui tra storie, fantasie, leggende, culti esoterici e dunque elaborazione irrefrenabile di proverbi a sfondo storico, fantasioso, leggendario, esoterico.

I festeggiamenti di Agata, perfettamente interpretabili in chiave metaforica, abbracciano la purificazione tramite ceri colossali di fuoco sacro, vettori per ipotesi suggestive che non si tratti di fuoco materiale, ma simbolo di un calore che scalda dall’interno la terra e la spinge a generare. Questo potrebbe essere il significato delle fiaccole nel buio che si accendono come batteri nelle viscere della terra.

Durante la sua festa si nota che il corteo degli “ignudi” alla guida del pesantissimo mezzo in cui sono poste le preziose reliquie, è circondato di strane figure, dette le velate, sibille, ninfe, zingare, mentre risuona continuamente il delirante grido: Cittadini, viva Sant’Aita.
Ecco che tutto sembra richiamare un mistero pagano.

Alexandre Haggerty Krappe, nel libro Mythologie universelle (Parigi 1930) sostiene che l’Agathè Theà (buona dea) ellenica si nasconda in parte sotto la figura di Sant’Agata. E comunque sono tante le similitudini tra la dea Demetra e la santa Agata sebbene la questione della sopravvivenza di elementi e di pratiche di matrice pagana nel culto di quest’ultima sia stato a lungo dibattuto; negli atti greci del martirio si narra per esempio che ad Agata, condotta a forza dai soldati verso il giudizio, si sciolse un calzare; dopo essersi chinata per riallacciarlo, voltatasi indietro, si rese conto di essere stata abbandonata dai sostenitori che fino a quel punto l’avevano accompagnata incoraggiandola e proprio in quel punto nacque, istantaneamente, un oleastro.

La tradizione ha enfatizzato la nascita miracolosa della pianta, mettendo in ombra il tema della scarpa slacciata che, se messo a fuoco, appare invece una delicata rielaborazione del motivo del “monosandalismo”, un costume che nel mondo greco e romano è il marchio delle figure in procinto di accedere a prove iniziatiche o comunque a una dimensione alternativa dell’esistenza: proprio nella regione etnea sembra connesso a pratiche rituali di morte e resurrezione simbolica legate esattamente a Demetra e Persefone.
Il gesto segnerebbe il distacco di Agata dalla sua gente e l’inizio dell’inesorabile percorso solitario verso il martirio.

“Sono da considerare prive di fondamento -sostiene mons. Longhitano- le affermazioni di chi ha ritenuto di vedere nelle attuali manifestazioni esterne del culto agatino tracce delle antiche feste in onore di Iside, non solo perché non hanno il supporto di riscontri obiettivi, ma soprattutto perché l’attuale festa di S. Agata più che riflettere gli usi della primitiva comunità cristiana, ci riporta alla prassi introdotta in epoca medievale, dopo la conquista normanna”.

In verità, anche indipendentemente dall’influenza del culto orientale, è difficile non avere l’impressione che, sia nella tradizione apologetica sia sotto un aspetto puramente devozionale circa l’aura di Agata, restino appesi motivi e forme rappresentative collegabili più o meno direttamente al culto di Demetra e Persefone/Core.

Anche l’aneddoto del supplizio del seno, evocato in tutta la sua fisicità negli atti del martirio, sembra proporsi nel segno della continuità rispetto a una certa immagine di Persefone maturata negli ambienti della grecità di Occidente: in alcune laminette orfiche si cita infatti esplicitamente il suo seno, al quale l’iniziato ai misteri deve accostarsi per succhiare il latte dell’immortalità.
Consideriamo anche la possibilità che il forte legame di Agata con l’universo femminile, espresso attraverso forme rituali che emarginano in parte o in tutto gli uomini, perpetui il carattere delle feste greche di Demetra e Core, le Tesmoforie, solitamente riservate alle sole donne sposate.

Un altro tassello emblematico che metto in elenco è l’affinità tra l’antico corteo sacro in onore di Iside, in cui i fedeli indossavano il camice bianco e la processione dei devoti col “sacco”.
Dunque le varie indagini antropologiche stabiliscono incessantemente che la figura di questa donna abbia incarnato e prefiguri tuttora la risemantizzazione cristiana di quegli antichi miti pagani locali che saltano fuori con una certa frequenza.

Mi rendo conto che l’approccio a tale studio non è per niente semplice e ben tollerato, le radici del culto mariano non sono autonome ma parte integrante del misterico intreccio del culto cristiano con cui costituiscono un’unica pianta dai molteplici rami, alcuni fruttiferi, altri secchi e da potare evangelicamente senza indugio; dal logos cattolico generano talvolta appendici robuste da supportare il phatos di culti differenti e alternativi, altre molto fragili e di consistenza rigidamente sacrale che non avvertono assolutamente derive superstiziose.