Agitare spauracchi per pilotare la paura

Viviamo, oggi più che mai, anni in cui il leitmotiv dei politici in auge e dei sedicenti esperti tuttologi, in bella mostra nei talk show, è quello del bisogno di sicurezza della società, del bistrattato popolo. Tanto che, nell’immaginario collettivo, non risulterebbe affatto bizzarro il paragone con gli anni “bui” del medioevo.

E si coglie in giro, in effetti, molta paura, senso di incertezza e precarietà del quotidiano, diffidenza diffusa e generalizzata verso l’altro, con un’immediatezza inedita nel sistema sociale di comunicazione. Fa da pendant – come un mantra automatico e ineluttabile – la necessità di protezione, di mettere in campo misure di difesa e controllo, ancorché sommarie e intrusive delle libertà personali, con buona pace, se occorre, dei diritti civili conquistati a duro prezzo. Un ritorno al passato, appunto. Un primo e superficiale livello di analisi, questo, finora.

L’impensabilità, intesa come impossibilità di trasformare l’immane cascata di stimoli sensoriali, cui siamo sottoposti, in un senso comune preciso e stabile nel tempo, connotato di etica (come responsabilità) e vitalità, ha contaminato ampi settori dell’opinione pubblica, quelli che sono stati le colonne portanti di una intellighenzia attiva nel nostro paese.

L’impensabilità comporta che le presunte riflessioni conseguenti, quindi, non siano pensieri tout court bensì ripetizioni meccaniche del già noto. Viene a mancare un pensiero significativo e creativo. Come ricorda R. Romano, <<non è difficile la realtà, come si va ripetendo, perché la realtà è sempre difficile essendo altro da noi; è difficile l’attuale modo di rapportarsi ad essa>>, per l’appunto segnato da impensabilità. Siamo ben distanti dall’approccio di Freud che, in una sua rara ed emozionante audioregistrazione, afferma:<<Non desidero suscitare convincimenti; desidero stimolare il pensiero e scuotere i pregiudizi>>.

C’è allora da domandarsi cos’è questo sentimento di paura così tanto menzionato, e ancor di più fomentato e strumentalizzato dai politici in voga. Cosa rappresenta, cosa sottende, di che natura è?

Si tratta di un sentimento di paura non pensato in realtà e, in quanto tale, innanzitutto amorfo.

S. Thanopulos segnala che ci confrontiamo, oggi, con un tipo di paura che ricerca soluzioni immediate e rassicuranti, anziché essere adoperata, dalla persona che la prova, come utile strumento di conoscenza della realtà, sia esterna che interna (psicologica).

Si agitano, in tal modo, continui spauracchi per poi tramutare l’oggetto della diffidenza in un bersaglio da eliminare. Si costruisce una paura strumentale, pilotata, attraverso la creazione di spauracchi più o meno temporanei. Con tale operazione si dà una forma definita, ancorché falsa, a una paura reale sì ma non pensata, bypassando il faticoso, eppure necessario, lavoro di elaborazione e comprensione dell’inquietudine e del suo significato profondo. Si confonde, pertanto, un pericolo percepito con un pericolo reale.

A conti fatti, il prezzo da pagare è la rinuncia a pezzi di verità psichica (con le inevitabili ricadute in termini di sofferenza psicologica) e, per converso, a porzioni di realtà. Sì, perché – basti pensare al rinomato bersaglio “immigrati” – l’idea d’invasione da parte dello straniero etc. etc., è un falso, non è corroborato da dati oggettivi, non è dunque reale. Pur non di meno, pur mostrando dati precisi e incontestabili, buona parte della gente crede che la fonte del proprio malessere e del sentimento di paura condiviso siano gli immigrati.

Aldilà di processi razionali di spiegazione e chiarimenti con “dati alla mano”, sussistono processi psichici, per lo più inconsci, che condizionano fortemente il vissuto e le relazioni interpersonali; e questi ultimi talvolta vengono pilotati ad hoc.

La paura di cui si parla è vera ma non è pensata, viene superficialmente appiccicata a un oggetto che fa comodo individuare, guarda caso, nei più deboli e bisognosi della nostra epoca. L’ignoranza (di sé, di ciò che si prova davvero) si tramuta in una forma estrema di arroganza distruttiva, alla ricerca di figure autoritarie, protettive e rassicuranti o dagli atteggiamenti machi, spavaldi e combattivi contro i più offesi dalla vita.

La paura non è di certo un sentimento nuovo, né nell’animo umano tanto meno sul piano sociale. Ma ciò che lo alimenta, rendendolo così diffuso tra le persone, è il disperato senso di solitudine che, in profondità, attanaglia molti, e che è a sua volta riconducibile al progressivo disfarsi di ciò che sta a fondamento dell’individuo: la relazione intima tra sé e l’altro. Come scrive M. Augè <<l’individuo è sempre più solo di fronte allo schermo sul quale gli vengono proposte le disgrazie del mondo>>.

Nella frase El sueño de la razon, incisa nel 1779 sulla celebre stampa di F. Goya, la parola “sueño” nella lingua castigliana ha due significati: sonno e sogno, e questo ha generato un’ambiguità o inesattezza nella traduzione. A fugare ogni dubbio, tuttavia, viene incontro l’altra frase, posta al di sotto, “l’autor soñando”, che può essere tradotta soltanto con “l’autore mentre sogna”. Se per sueño s’intendesse sonno, ci dovrebbe essere scritto“l’autor dormiendo”.

Guardando il quadro, sembra di trovarci immersi in un tipico incubo dei bambini, che ogni genitore e ogni analista conosce bene attraverso il racconto angosciato, rispettivamente, del proprio figlio o del proprio piccolo paziente.

Animato da rapaci uccelli notturni, inquietanti ghigni sinistri e da un diabolico felino che fissa altero l’osservatore, il quadro suggerisce come tali creature “mostruose”, perturbanti e minacciose, più che derivare dal sopore (sonno) della “ragione” – come erroneamente si è inteso a lungo – albergano, dimorano, nella stessa mente dell’uomo.

Sappiamo da Freud come il sogno costituisca la via regia per l’inconscio. Questi “mostri” simboleggiano infatti ciò che dal profondo, mentre l’autore sogna, ha potuto palesarsi.

L’uomo, dunque, non è tanto oppresso da forze esterne, quanto dall’interno, dal suo mondo psichico; è in conflitto con sé stesso, travagliato da orribili angosce e paure interne, che vanno ascoltate, riconosciute, capite, interpretate e possibilmente trasformate. Lavoro, questo, storicamente svolto – oltre che dagli psicoanalisti – dagli artisti: scrittori, pittori, poeti che, maneggiando gli aspetti più profondi e inquietanti dell’animo umano – aspetti esplosivi, disperati o miserrimi – ci restituiscono, mediante il loro prezioso lavoro creativo e trasformativo, qualcosa di vero e autentico che attiene ai fondamentali di tutta l’umanità, in una forma più elaborata e dunque pensabile per tutti.

Pochi anni fa è stata ritrovata la Testa di Ade (che si trova adesso, finalmente, presso il Museo di Aidone a Enna) a partire da un ricciolo policromo della barba, un bel ricciolo blu.

Forse che anche il “mondo di sotto”, assunto come metafora di tutto ciò che viene sentito come estraneo e ignoto, oscuro e minaccioso, se contattato, se conosciuto, liberi da pregiudizi, tutto sommato può non far affatto paura, così come un bel dio dell’Ade coi riccioli blu!

About Luciana Mongiovì

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista. Lavora presso il suo studio a Catania con pazienti adulti, adolescenti e bambini. Tel. Studio 095/090 26 06

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