Agli albori della mente

articolo di Luciana Mongiovì

Soltanto negli ultimi decenni si riscontra da parte di medici, psicologi e psicoanalisti un’attenzione più complessa, e dunque più adeguata, alle condizioni e ai bisogni psichici dei neonati. Sino a non molto tempo fa, infatti, si presupponeva quasi che non fossero senzienti e ci si affidava pertanto allo sviluppo più o meno implicito della “natura”, a meno che il piccolo mostrasse segni importanti di malessere o anomalie.

Il dolore, fisico e mentale, del neonato e del bambino, ad esempio, è stato oggetto di scarso interesse nella pratica clinica e nella ricerca scientifica. Fino a pochi anni fa si riteneva che l’infante soffrisse il dolore con minore intensità rispetto all’adulto.

Basti pensare che non molte decadi sono passate da quando i nuovi nati venivano sottoposti, brutalmente, a interventi chirurgi in assenza di anestesia; che un neonato pretermine presenta una importante quantità di manovre dolorose; che, tutt’oggi, nei reparti di neonatologia si rilevano scarsissimi livelli di comprensione e rispetto dei bisogni relazionali, emotivi ed affettivi del nuovo nato cui è consentito stare in contatto con la madre solo per poche manciate di minuti al giorno.

La relazione, interpersonale e interpsichica, è il tramite nevralgico per la “costruzione” della mente; costruzione che ha origine a partire dagli scambi fisici e psichici, prevalentemente di tipo inconscio, tra madre e feto.

In realtà, neppure il cervello si sviluppa per “natura”, ovvero in base al genoma dell’homo sapiens, fatta eccezione per alcuni circuiti neurali, lungo il tronco encefalico, che abbiamo in comune con tutti gli altri vertebrati. Studi recenti rivelano che solamente la macromorfologia del cervello umano è mutuata tout court dal genoma, mentre la micromorfologia e la fisiologia, cioè la funzionalità, si costruiscono man mano lungo il percorso esperienziale, emotivo-affettivo-relazionale, di ciascun individuo con l’altro. Tale processo si avvia già in epoca fetale e si nutre del rapporto, complesso e profondo, che si stabilisce via via tra gestante e feto, e che è in larghissima parte involontario e inconsapevole.

Il mondo degli affetti, consci e soprattutto inconsci, è alla base della formazione della mente; la psicoanalisi lo ha intuito e approfondito con più di un secolo di ricerca sull’inconscio e di pratica clinica; le neuroscienze lo hanno dimostrato anche a livello biochimico.

Per Freud la psiche è estesa in tutto il corpo (Io-corpo, zone erogene etc.), ed è a partire dal corpo, nel contatto con la mente, col mondo psichico dell’altro, che nasce e si sviluppa la mente del nascituro.
In realtà, la conoscenza tra madre e figlio non inizia dopo il parto ma è antecedente. Già nella pancia il bambino scambia con la gestante tutta una serie di informazioni, messaggi e soprattutto comunicazioni emotive e affettive: segnala se una posizione è scomoda o se un cibo risulta indigesto; se una canzoncina rilassa o se qualcosa preoccupa.

C’è, in altri termini, una coppia agli esordi della vita e della psiche. E c’è il mondo psichico della madre, in larga parte inconsapevole, che è fatto a sua volte di una psiche di coppia e di gruppi interni.
Ma il dialogo tra gestante e bimbo avviene prevalentemente aldilà delle parole. Conta il suono, l’intensità e, ancor di più, la qualità emotiva e affettiva di ciò che si promana dalla madre, dal suo mondo interno. Così come la sua capacità di accogliere e fare spazio ai segnali e ai bisogni provenienti dal nascituro.

Dopo la nascita le competenze dei genitori rispetto allo sviluppo di un buon dialogo col piccolo non dipendono tanto dall’impegno o dalla buona volontà (non di meno importanti) ma soprattutto dalle loro capacità affettive e di sintonizzazione coi bisogni emotivi del bambino, dalla loro disponibilità al gioco, all’ascolto e alla condivisione del tempo trascorso assieme.

E’ ben noto come l’apprendimento, anche cognitivo, si sviluppi a partire e attraverso un ricco e coerente sistema emotivo-affettivo. Madri e padri che “inondano” il piccino di input, sollecitazioni verbali, domande o, ancora, che sono convinti che basti veicolare informazioni di carattere nozionistico per formarlo, di fatto arrecano un gran danno alla mente in fieri del bambino. In tal modo “invadono” il suo immaturo apparato mentale con messaggi incongrui, alieni, comunque poco digeribili e fruibili, che eccedono e intrudono le possibilità di crescita del piccolo, che lo sovraeccitano, risultando pertanto devastanti per il prosieguo dello sviluppo della psiche di un soggetto sano in grado di stabilire rapporti soddisfacenti con gli altri e con la vita.

Informazioni su Luciana Mongiovì

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista, è membro associato della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association. Lavora presso il suo studio a Catania con pazienti adulti, adolescenti e bambini. Si occupa di clinica e ricerca in campo psicoanalitico. I suoi interessi vertono innanzitutto sullo sviluppo affettivo con particolare attenzione ai livelli primitivi della mente e alla precoce relazione madre-bambino. Suoi oggetti di cura sono: i “sintomi della contemporaneità” quali ansia e attacchi di panico, depressione e sofferenza legata a separazioni e dipendenze; le vicissitudini psichiche dell’adolescente connesse al corpo che cambia; le problematiche riguardanti l’adozione; il disadattamento scolastico con eccessi di aggressività e/o chiusura. Collabora con la rivista pediatrica Paidos.
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