Alla ricerca di Nietzsche nell’Ulisse di Joyce

articolo di Liborio Nice

James Joyce non aveva ancora iniziato i suoi anni più produttivi di scrittura quando conobbe per la prima volta il pensiero del filosofo Friedrich Nietzsche, il cui profondo scetticismo sulle prospettive tradizionali della vita e del mondo probabilmente parlava ad alcune delle preoccupazioni ed esperienze del giovane scrittore.
Quando Joyce incominciò a scrivere la sua celebre epopea modernista, “Ulisse”, possedeva una comprensione ben sviluppata e sfumata di diverse componenti fondamentali del pensiero di Nietzsche; non solo ne conosceva i capisaldi ma ne coglieva anche le loro implicazioni più profonde. Non dovrebbe sorprendere, quindi, che queste idee trovino la loro strada nel romanzo epico di Joyce.

Solo per inciso, in una cartolina indirizzata all’editore di Dublino George Roberts, datata 13 luglio 1904, Joyce si firmava “James Overman”, traduzione inglese del Superuomo di Nietzsche.
Per analizzare la dimensione della sua influenza in Ulysses, occorre considerare alcuni concetti fondamentali come la morte di Dio, il Superuomo, gli eterni ricorsi, il nichilismo che ne deriva come diretta conseguenza ovvero la negazione di tutta la realtà.

Nietzsche riteneva che filosofie e religioni (“Teoria delle forme” di Platone, “Ultraterreno”, “Dopoterreno” etc.), che considerano e valorizzano un mondo “oltre”, esprimono in definitiva un desiderio basico di fuggire dalla realtà dell’umana esistenza e condizione. Così come la concezione dualistica del “vero mondo” nella tradizione platonista e cristiana negavano ciò che Nietzsche individuava come le più vibranti e importanti qualità della nostra reale esistenza umana: i nostri impulsi e istinti, i nostri sensi, le nostre capacità e la nostra potenza come esseri umani. Questo è il nichilismo!

La soluzione al problema venne individuata così nel Superuomo o ‘Overman’, letteralmente l’uomo oltre, l’individuo che supera se stesso, che possiede se stesso, che supera la malattia del nichilismo, che pensa oltre il mondo, che crea nuovi valori e, da ultimo, afferma sé o la sua vita nella più piena possibile estensione. Il percorso è quello che Nietzsche descrive in “Thusspoke Zarathustra”, una progressiva evoluzione spirituale, indispensabile per superare l’attitudine nichilistica.
Nel primo stadio di questa trasformazione lo spirito dell’individuo diventa come un cammello, una bestia da fardello, dove il carico è rappresentato dal valore della sua cultura che deve essere capace di capire, interiorizzare e di cui deve appropriarsi.
Dopodiché dovrà cercare il suo deserto, come stato di isolamento e riflessione, ed è lì che avverrà il secondo stadio di trasformazione. Lo spirito, da cammello, diviene leone, da bestia da carico a bestia di forza, e supera se stesso.

La forza del leone consentirà allo spirito di confrontarsi e sconfiggere il grande dragone. Il leone, tuttavia, non può creare nuovi valori ma la libertà necessaria per la creazione di nuovi valori. Per far questo, lo spirito deve subire una trasformazione finale: da leone in un bambino.
Perché un bambino? Perché è un nuovo inizio, un dimenticare, una prima mossa, un gioco e soprattutto un sacro dir sì (‘sacred Yes-saying’). Il bambino incontra il mondo come una nuova prospettiva, non ricorda i vecchi valori, non è limitato nel pensiero del mondo come il cammello o il leone. Egli può affermare se stesso, il suo posto nel flusso di un mondo più grande e del processo del divenire–l’eterno ciclo di genesi, crescita, decadimento e morte. L’affermazione di massa del mondo e del posto di ognuno al suo interno costituisce il culmine della trasformazione dello spirito.

E nell’Ulisse?
Nella scena di apertura vi è uno scambio fra Mulligan e Stephen riguardo la morte della madre di quest’ultimo. Mulligan identifica entrambi come ‘iperborei’ riferendosi al concetto di Nietzsche del Superuomo, un individuo che, fra le altre cose, si è liberato dai vincoli di ogni sistema morale.
Stephen mostra un atteggiamento riflessivo verso le cose, le sue azioni suggeriscono una più lontana e intima resistenza alle convenzioni della morale cristiana come essenza del suo esistere e vivere:
«mamma. Lasciami stare e lasciami vivere»

La sfida ai valori cristiani appare solo nelle sofferte azioni di Stephen frutto di scelte morali deliberate e premeditate.
Nella visione di se stesso come individuo e artista, Stephen modifica l’affermazione di Nietzsche asserendo che

«se Dio non è morto nei fatti, egli è certamente privo di significato nel mondo reale». La nozione di “artista come Dio” diventa uno dei suoi fondamentali principi di vita e approccio all’arte.

Nell’episodio 2 – Nestore, Stephen appare sempre più impersonare l’übermensch. Diventa ancora più evidente che è interessato a sviluppare un’ossatura filosofica e metafisica di sé che rimpiazzi la cosmologia cristiana:

«La storia, disse Stephen, è un incubo da cui cerco di destarmi…»,«Quello è Dio… un urlo per la strada…»

L’ultima frase suggerisce che per Stephen la verità è espressa e percepita nel tangibile, negli oggetti e nelle esperienze concrete, in opposizione a verità o ideali che esistono solo in un regno trascendente al di là del mondo materiale e che non possono essere incorporati negli oggetti, così come afferma Platone nella sua filosofia. Stephen (Joyce) crede che l’arte sia essa stessa il luogo della creazione della verità, il posto dell’ultima realtà dell’esistenza: “artist as god”.

Una lettura più superficiale induce a considerare Stephen pieno di potenza, dogmatico, auto-superantesi tipo übermensch; eppure, ad un più attento esame, è Bloom che esprime questa idea con maggiore pienezza, in modo sostanziale e di rilievo.

Bloom è l’eroe di una giornata epica, ma non un eroe nel senso tradizionale. Non è chiamato, novello Ulisse, ad epiche battaglie, ad uccidere mostri o conquistare nuove terre. Può comunque mostrare lo stesso tipo di coraggio e forza necessari per la battaglia per far fronte e superare le piccole (e grandi) tragedie che sono inseparabili dalla sua vita, e quindi dall’intera vita umana. Bloom deve trovare, alla fine, il modo di superare la tragicità dell’esistenza non fuggendola bensì accettandola, abbracciandola e trovando il modo di attraversarla.
Stephen ha pienamente capito il tipo di approccio alla vita dettato dal superamento di se stesso che immagina Nietzsche, Bloom lo illustra splendidamente in tutta la propria umanità.
Nell’episodio 5 – Lotofagi, Bloom assiste a una messa e formula le proprie riflessioni:

«C’è dietro una grande trovata, il sentimento che il regno di Dio è dentro di voi… Sì, certo… Addormenta ogni dolore. Svegliarsi l’anno prossimo a quest’ora…»

Riflessioni che evocano l’affermazione di Zarathustra secondo cui la religione è gioia da ubriacatura, che consente alla gente di guardare lontano dalla propria sofferenza e dimenticare il proprio dolore. Bloom si dimostra distaccato e indifferente alla Chiesa, contrariamente a Stephen che sente un costante bisogno di negare e combattere la Cristianità.

Nell’episodio 6 – Ade, Bloom riflette sul concetto di inferno e paradiso, o di ogni tipo di vita ultraterrena e, semplicemente, crede che non esista nulla:

«La resurrezione e la vita. Quando sei morto sei morto. Quell’idea dell’ultimo giorno. Farli saltar tutti fuori dalle tombe. Sorgi, Lazzaro, e cammina! E lui invece fermo. Alzatevi! L’ultimo giorno! E poi ognuno a cercarsi il fegato e le budella e tutti gli annessi e connessi. Ritrovare tutto quanto se stesso dell’accidente quel giorno…»
«Adesso preghiamo per il riposo della sua anima sperando che tu stia bene e non all’inferno. Bel cambiamento d’aria. Dalla padella della vita nella brace del purgatorio…»

L’idea che non esista vita dopo la vita lo aiuta a superare, piuttosto che evitare e fuggire, la tragica dimensione della sua esistenza (la morte del figlio, il suicidio del padre, il tradimento della moglie). Egli accetta il dolore come parte integrale della sua umanità, della sua vita.
Bloom non crede ad una vita oltre la vita e, di conseguenza, non crede in Dio; non viceversa. Egli crede che la vita sia più da valutare di ogni altra cosa. I guai quotidiani, successi, gioie e dolori dell’umana esistenza non servono a scopi più alti, non trovano maggior valore in un’altra vita. Bloom non è coinvolto nel pensiero nichilistico che connota la Cristianità o le varie forme di Platonismo. E’ già arrivato alla conclusione che “Dio è morto” e che il dio dei cristiani o degli ebrei non è credibile.

Entrambi, Bloom e Stephen Dedalus, mostrano caratteristiche e attitudini che richiamano la filosofia di Nietzsche, eppure nessuno dei due cattura completamente il suo pensiero. Bloom esprime l’ideale di una vita senza alcun riferimento a un regno più alto o a speranze religiose, un pensiero nichilistico, riconosce che Dio è morto ed è più disponibile ad andare incontro e a soffrire le tragedie della vita senza sentire la necessità di fuggirle o negarle. Nella prospettiva di Nietzsche, però, manca lo spirito di negazione che dice “I will”, lo farò, e lo spirito di trasformazione creativa che crea i nuovi valori (il bambino).

In Stephen, non è chiaro se abbia già superato se stesso a livello personale. Ha fiducia in sé tanto da sfidare l’istituzione letteraria e la loro interpretazione di Shakespeare creando una sua personale teoria in Scilla e Cariddi, e già appare pronto a codificare una nuova struttura cosmologica da dottrine e idee religiose “legittimate”.

In realtà sembra cercare una “via di fuga”, come Dedalo l’artigiano del labirinto, che gli permetta di volare lontano dalle spiacevoli realtà della sua vita (la mancanza di successo come scrittore, la disapprovazione del padre Simon, il senso di colpa associato alla morte della madre). In tal modo, dimostra di non avere pienamente superato se stesso nella convalida della sua vita, piuttosto riflette la prolungata disperazione dell’umana condizione che non è ubermenschlichkeit, essere superuomo.

A conti fatti, Bloom e Stephen sono consustanziali, virtualmente padre e figlio, è però la loro fusione che crea l’immagine di vita completa e auto-affermantesi che Nietzsche immagina: Bloom sottostà alle tragiche sofferenze della vita e con forza ne emerge, Stephen creativamente trasforma il mondo che lo circonda. Stephen nega tutto; Bloom in qualche modo non “ricorda” i vecchi modi, non ha bisogno di prendere vendetta su di essi.
Insieme costituiscono l’intera figura che Nietzsche vide nel “Superuomo”, l’uomo che è andato oltre se stesso.

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