Raffineria Sonatrach. Augusta 2019

 

Longview, Texas 1949

La Storia del petrolchimico a nord di Siracusa è indissolubilmente legata a questa cittadina capoluogo della contea di Gregg, che ricade nell’area dell’ “East Texas Oil Field”, uno dei giacimenti più importanti degli Stati Uniti. Longview che oggi conta circa 80.000 abitanti, deve la sua fondazione a Ossamus Hitch Methvin, un proprietario terriero che, nel 1870, svendette alla “Southern Pacific Railroad company” 200 acri del suo impero per permettere la costruzione della linea ferrata da Marshall nella contea di Harrison verso ovest nella contea di Gregg.

In questo luogo nel febbraio del 49, iniziarono i lavori di smontaggio di una raffineria in dismissione acquistata a buon prezzo da un petroliere indipendente. Ogni singolo pezzo dell’impianto fu trasportato tramite linea ferrata e mezzi gommati verso il mare, a Houston e da qui, nel giugno del 49, imbarcato nella nave mercantile la “Giacinta Fassio” direzione vecchio continente.

La situazione internazionale

Nel dopoguerra in piena espansione petrolifera, i paesi vincitori, capeggiati dagli Stati Uniti, che ai tempi detenevano il 70 % della produzione mondiale, varcarono i propri confini per cercare altri luoghi di estrazione. Si strinsero accordi in America Latina con il Venezuela e in Medio Oriente con Arabia Saudita e Iran, a condizioni piuttosto vantaggiose. In un primo momento i paesi produttori, infatti, percepivano solo royalties pari al 12.5 % del ricavato. Accadde poi che il Venezuela, ai tempi leader dell’esportazione di greggio, nel 1948 decise di ritrattare la quote, con la ripartizione conosciuta come Fifty-Fifty, che divideva equamente i profitti tra società e Governo.

Questo provvedimento sfidò il mercato e colse impreparate le società petrolifere, che mal digerivano le imposizioni dettate dagli stati nazione. Nel 1950 la crisi culminò nella nazionalizzazione dei giacimenti e raffinerie di Abadan da parte del nazionalista iraniano Mohammad Mossadeq. La nazionalizzazione di Mossadeq, conosciuta come crisi di Abadan, provocò un aumento del costo del greggio e della sua raffinazione. Da questa crisi nacque, nei paesi vincitori, l’esigenza di ricercare giacimenti e di costruire raffinerie in nuovi territori che avrebbero garantito condizioni vantaggiose alle compagnie del petrolio.

Siracusa, Sicilia. Luglio 1949

La Giacinta Fassio attraccò con tutto il suo carico nel porto aretuseo, ma non pervennero i progetti di costruzione dell’impianto. Se ne rese conto il senatore Falck constatando anche lo stato malandato delle varie componenti della fabbrica: Non ci caveremo un dollaro da questi rottami, pensò. Poi fu la volta del trasporto dal capoluogo fino alla rada di Augusta e precisamente nel lembo di terra tra il fiume Cantera e Marcellino accanto alla polis greca di Megara Hyblea.

Dopo 2677 anni, stavano per iniziare i lavori di assemblamento, ammodernamento e messa in marcia di un tempio di lamiere proveniente dal Texas figlio della civiltà capitalista, che al pari di quella greca, vide in quel luogo, ricco di fiumi, al ridosso del mare e dentro una grande rada naturale, una terra fertile per le proprie attività. Il trasporto da Siracusa ad Augusta avvenne sull’asse viario che portava a Catania, attraverso una strada stretta e polverosa. Il viaggio non fu semplice.

Durante il percorso gli autocarri con rimorchio utilizzati per il trasporto, trovarono nella frazione di Priolo Gargallo un ostacolo insormontabile. Le piccole abitazioni di quello poi diventerà un luogo cruciale per lo sviluppo del petrolchimico non permettevano il passaggio delle lunghe colonne poste sopra i rimorchi. L’unica soluzione possibile fu quella di acquistare edifici, abbatterli e poi ricostruirli.

L’autonomia siciliana e la nuova industria chimica

Dopo lo sbarco degli Alleati il 10 luglio del 1943 e la conseguente ritirata dei nazi fascisti, la Sicilia entrò a pieno titolo a fare parte delle terre “amiche” d’influenza dei paesi vincitori. L’11 febbraio del 1944 il governo della Sicilia passò dal controllo degli Alleati al Regno del Sud guidato dal generale Badoglio che, con regio decreto legge istituì l’Alto commissariato per la Sicilia. Il 1° settembre dello stesso anno studiosi ed esponenti delle categorie economiche tennero un Convegno presso la Direzione Generale del Banco di Sicilia. Da quel Convegno l’Alto Commissario per la Sicilia On. Aldisio trasse le ragioni per ottenere dal Governo centrale il D. L. 28 dicembre 1944 n. 416 che istituiva presso il Banco di Sicilia una Sezione di Credito Industriale. Poi, il 15 maggio del 1946, su proposta della consulta regionale siciliana, fu promulgato lo statuto speciale che nel suo art.38 prevedeva il contributo dello Stato di una somma di solidarietà nazionale per livellare i redditi di lavoro regionali con quelli del Paese.

La Sicilia così, fresca della sua autonomia, smaniava per sconfiggere una volta per tutte la povertà e vedeva nell’investimento della chimica una delle strade da intraprendere per avviare “la grande trasformazione”. L’industria chimica si trovava a essere il collegamento tra le industrie minerarie, che potevano fornire le materie prime essenziali, ma che vivevano della spaventosa crisi dello zolfo e del sale, e l’agricoltura che pure essa viveva una crisi di produttività e di esubero di manodopera. In quegli anni, sotto l’egida e interesse degli Stati Uniti, si promulgarono delle leggi che incentivarono lo sviluppo in questo senso. Dapprima la Legge della Regione Sicilia n.3 del 1950, per la ricerca e della coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi nell’isola poi la Legge n. 261 del 9 maggio 1950, che prevedeva un Credito industriale di 2 miliardi e 900 milioni di lire da prelevare dal Fondo – Lire ERP (il famoso piano Marshall).

Il cavaliere del lavoro

Angelo Moratti era una di quelle persone che conosceva appieno il significato della parola labōrare. E lo aveva provato fin da giovanissimo. Per via dei cattivi rapporti con la sua matrigna, non ancora adolescente, scappò di casa trovando lavoro in una fabbrica di maniglie di ottone. Aveva quattordici anni quando ottenne quel suo primo lavoro e adesso, fresco quarantenne, sognava il colpaccio della sua vita: voleva costruire il più grande impianto di raffinazione d in Italia.

Forse pensò prima alla raffineria e poi al luogo, ma non ci sarebbe stato posto più congeniale che quello della neonata Regione Siciliana in prossimità delle rotte da e per i giacimenti mediorientali e in particolare ad Augusta, dove, oltre i motivi già elencati, la Marina Militare era disposta a cedere in uso temporaneo e a un costo non troppo oneroso i suoi serbatoi e il pontile sud di Punta Cugno necessari per l’ormeggio e lo scarico delle petroliere.

Nel luglio 1948 insieme all’amico e socio Falck costituì la Ra.Si.Om. (Raffineria Siciliana Oli Minerali) conseguentemente Il credito industriale del Banco di Sicilia provvide a finanziare la neonata società con un miliardo di lire. Inoltre Moratti trovò il suo cliente principale nela Esso che tramite un suo dirigente, Vincenzo Cazzaniga, gli assicurerà una quota dell’80 % sul prodotto raffinato.

Angelo Moratti era l’uomo giusto, al momento giusto e nel luogo giusto.

I Toni erano trionfalistici e alte erano le speranze, mai come a quei tempi dall’unità d’Italia a oggi si credette così tanto al miglioramento della qualità della vita degli abitanti dell’isola. E in effetti ci furono dei dati tangibili di questa crescita:

Il reddito pro capite che nel 1950 ammontava a 130 mila lire (contro le 100 mila della Sicilia e le 150 mila dell’Italia), dodici anni dopo raggiungeva le 335 mila lire (contro le 215 mila della Sicilia e le 320 mila dell’Italia). L’idea folle di Angelo Moratti, bocciata nel 1949 dal Comitato petrolio della neonata OECE (Organizzazione per la cooperazione economica europea), si rivelerà vincente oltre ogni previsione, alla stregua della Grande Inter che il noto petroliere lombardo rilevò nel 1955 vincendo 3 scudetti e due coppe dei campioni.

Il futuro appariva roseo per l’area a Nord di Siracusa e anche i giornali presentavano dei toni entusiastici:

La rada di Augusta, epicentro per l’industrializzazione del Mezzogiorno; una città da fantascienza sorta per incanto in una pianura solitaria; torri stillanti acqua come mostruosi fiori tra zampilli di ciclopiche fontane, biancogrige scacchiere di serbatoi, alte ciminiere che disperdono fumi bianchi ed ocra; l’acciaio tra gli aranci e i fichi d’india. La sete e gli stenti, retaggio tramandato per secoli, appartengono ormai al passato. La provincia ha di che vantarsi, scrollandosi di dosso il secolare ossequio per gli estranei, perché fa parte dell’Italia che conta.

Augusta, Sicilia. 1949

Andava fatto qualcosa per ovviare all’assenza dei disegni originali della raffineria. L’ingegnere calabrese Santi Zuco, che conosceva bene la realtà petrolifera italiana si recò presso la raffineria di Fiume, che dopo la guerra era passata in territorio jugoslavo. Qui poté reclutare le maestranze italiane che prima della guerra lavoravano nella raffineria della città. Si creò così una cooperazione tra tecnici specializzati del nord est italiano e manovalanza locale a basso costo poco qualificata proveniente soprattutto dal settore agricolo e ittico.

Non c’erano strade e mezzi di trasporto, si provvedeva a raggiungere il luogo di lavoro tramite barche arrangiate per il trasporto e carri trainati da quadrupedi che prima servivano per arare la terra.

La vera macchina da lavoro consisteva nelle braccia della manovalanza e fu così che dal nulla, ogni singolo pezzo della raffineria texana venne rimontato a sud del fiume Marcellino.

Il 5 agosto del 1950 approdò la prima petroliera dal Medio Oriente. Tutto era pronto per la raffinazione del greggio.

Operai, contadini, pescatori, impiegati, bambini, disoccupati, casalinghe; tutti, come in una grande tribù, ammiravano esterrefatti e spaesati il fuoco della torcia che bruciava i gas di scarto della produzione. Sopra un grande albero di tubi e lamiere, una fiamma danzava in un ballo ipnotico, in un rito magico, che suscitava sconcerto, paura e speranza tra le comunità di Augusta, Melilli e Priolo. Dal balcone di una modesta casa augustana due giovani innamorati stavano a contemplare quell’albero che imperterrito sputava fuoco, e poi, guardandosi negli occhi, cercavano le reciproche mani per trovare un approdo sicuro e familiare. In un terreno incolto adiacente alla Rasiom, un anziano pastore si fermò a osservare quel fuoco che si ergeva sopra il suo gregge pascente. Il suo volto era sgomento per quella fiamma estranea che con irruenza si era materializzata nella terra dei suoi avi.

Megara Hyblea, Sicilia 2019

Percorro una piccola strada desolata e sconnessa, ricoperta parzialmente da oleandri incolti che ostacolano il passaggio della mia autovettura. Dopo passo uno slargo, poi un piccolo ponte attraversato da una ferrovia a binario unico e infine arrivo in un parcheggio in fondo a una strada non battuta, delimitata da due lunghe file di pini. Qui ci sta la planimetria e l’ingresso alla città greca. Percorro pochi metri a ritroso verso una casupola fatiscente che funge da biglietteria. Mi sporgo dalla finestra aperta e trovo un uomo che dorme beato su una sdraio.

Buongiorno!

L’uomo rinsavisce lentamente dal mondo dei sogni e con fatica stacca un biglietto da quattro euro. L’antiquarium è chiuso in attesa di restauro, i cartelli illustrativi delle strutture più significative sono pressoché illeggibili perchè erosi dall’acqua e dal sole, le scale metalliche, che permettono il passaggio sopra gli edifici, presentano alcuni gradini divelti e la fitta coltre di vegetazione che ricopre tutta l’area rende inaccessibile alcune sue parti al visitatore. Inoltre, non vedo visitatori se non una coppia di forestieri spaesati e increduli di trovarsi in quel luogo. Girano per la città un po’ indignati dallo stato di abbandono del sito e un po’ compiaciuti di avere scoperto per caso un tesoro così prezioso a pochi chilometri dalla bolgia di turisti della Neapolis di Siracusa.

Provengono da Helsinki nella lontana Finlandia, parliamo un po’ di Megara e poi ci salutiamo con un po’ di orgoglio, come se fossimo gli unici visitatori di sempre. È una giornata fredda e assolata di novembre e mi affaccio sul mare megarese che in quel momento è dominato dal colore argento del sole riflesso.

Qui scorgo una piccola barca da pesca resistenza locale tra le grandi petroliere provenienti dalle coste nordafricane e mediorientali, poi, camminando verso sud, vedo due grossi copertoni distesi al sole sulla battigia di una piccola spiaggia deserta e dietro un pontile che collega al mare l’impianto della cementeria di Augusta. Riprendo la strada che porta verso l’uscita e mi affaccio sulla costa a nord del sito archeologico, alla foce del torrente Cantera. Ed è qui che, oltre il torrente e dietro la dismessa centrale termoelettrica Enel Tifeo dell’architetto Giuseppe Samonà, si trova il complesso dell’ex raffineria di Moratti.

L’area di stoccaggio con suoi serbatoi, un andirivieni di Tir che trasportano il prodotto raffinato, dietro i pennacchi dormienti delle fiaccole industriali, poi le torri di distillazione, e sopra tutto la fallo ciminiera in cemento armato che sovrasta i tubi di lamiera.

Una giungla industriale che per 57 anni è stata di proprietà Esso e da pochi giorni è passata nelle mani della società nazionale algerina Sonatrach guidata da Abdelmoumen Ould Kaddour un ingegnere sui settanta, tarchiato e corpacciuto, che vanta un dottorato ad Harvard. Questo piccolo uomo che dal 2017 dirige la più grande compagnia petrolifera d’Africa, ha visto nella raffineria di Augusta un luogo strategico per lavorare il petrolio proveniente dal suo paese natale. Sembra che lui ci abbia visto bene, ma chi vive a lavora nell’area del petrolchimico diffida da quelle che possano essere le conseguenze di questo passaggio di proprietà e soprattutto sul fatto che questo cambiamento porterà dei benefici al territorio. Lo si vede come una mera speculazione dettata dalle esigenze del mercato.

Una delle poche certezze è che dalla posa di quella famosa prima pietra del polo chimico più grande d’Europa sono passati settant’anni e i tempi epici del cavaliere del lavoro Moratti sembrano lontani anni luce così come la fiducia nel progresso e in un avvenire migliore. Il tessuto sociale da quei giorni ha subito una profonda trasformazione come ricordano le parole dell’archeologo George Vallet (il fautore degli scavi di Megara Hyblaea): “In questa frattura totale la popolazione che vive intorno al petrolchimico ha dovuto imparare a confrontarsi con nuove problematiche che prima le erano sconosciute”.

Se infatti l’espansione degli stabilimenti petrolchimici inizia negli anni 50, bisognerà aspettare circa vent’anni perché si riesca a comprendere qualcosa della nuova società connessa allo sconosciuto sviluppo del settore petrolchimico. Sicuramente c’è un vuoto temporale di oltre vent’anni, nei quali l’industria chimica ha potuto edificare con scarsi controlli e dove gli enti pubblici preposti alla salvaguardia del territorio non hanno considerato la gravità del problema.

Questa mancanza ha generato una sfiducia nella popolazione difficile da rimarginare, così che oggi in quest’area non si crede più all’eldorado dell’industria chimica. Regna un clima di disincanto. Un esempio lampante lo si ritrova nel settore dei media e informazione: Nel passato i toni erano trionfalistici e rivoluzionari oggi ci si concentra prevalentemente sugli aspetti negativi della società postindustriale.

Questo processo ha acuito la frammentazione sociale del territorio provocando delle barricate tra chi produce e chi ci vive e anche se gli esecutori della legge hanno cercato di tutelare il territorio, ormai la percezione diffusa è quella di vivere in un luogo sempre più inquinato. Ne risulta che è sempre più difficile la costruzione di un dialogo tra le parti interessate. Il territorio non comunica e di questo l’ingegnere Ould Kaddour ne dovrà tenere conto.

Priolo Gargallo, Sicilia. Estate 2019

Gaetano è un operaio precario dell’indotto, di una delle tante ditte di manutenzione degli impianti del petrolchimico e abita nel quartiere Sacro Cuore di Priolo, nei casermoni dell’espansione demografica di un piccolo borgo rurale che in poco tempo si è trasformato in un paese industriale.

Gaetano ha appena finito il suo periodo di lavoro e saluta il suo collega:

Ciao Giovanni, me ne vado. Oggi è l’ultimo giorno di lavoro per me, mi scade il contratto. Ricomincio dopo l’estate.

ok Gaetano. Io finisco il mese prossimo. Ci vediamo presto.  Chiamami in questi giorni che ci facciamo una birra al pub.

 Giovanni lascia la fabbrica, sale sull’auto e scende verso sud, si dirige verso il centro del paese lasciandosi alla destra la statua del Cristo redentore, percorre la via Pentapoli, supera la statua dell’angelo custode con il gallo e parcheggia in Piazza G.Di Mauro.

Buongiorno signor Cantarella, mia dia un pacco di Chesterfield blu e una Moretti. Tieni Gaetano. Fanno 6 euro e 50.

Si accende una sigaretta e sorseggia la birra appoggiato al muro esterno del bar e saluta un po’ di compaesani che passano dalla rotatoria dell’angelo custode.

Palazzo del quartiere Sacro Cuore e poi dettaglio esterno dell’appartamento di Gaetano. Un piccolo balcone con due porte di vetro e una piccola finestrella che dà sul bagno. Interno. Le luce della lampadina illumina sciattamente le mattonelle rosa del bagno di casa. Gaetano è appena uscito dalla doccia e ascolta “Live your Life” di Erick Morillo & Eddie Thoneick. Indossa una camicia bianca appena stirata dalla mamma, prende i pantaloni stesi sul balcone aggiunge po’ di lacca nei capelli ed è pronto per partire.

Squilla il telefono:

Giusè, ci vediamo a Marina, stasera c’è pure Laura. La ragazza della Salumeria. Le ho scritto che stasera saremo al Lido.

M’arraccumannu non mi fari fari mala cumpassa!

 Sta per calare il sole e le raffinerie del petrolchimico illuminano come una grande megalopoli la costa siracusana in un tripudio di luci bianche e rosse. Dentro la sala controllo della raffineria impianti Nord, il signor Carmelo Cosentino vorrebbe consumare in santa pace il suo pasto del turno di notte, senza rogne al lavoro. Le condizioni sembrano ottimali.

Parla con il perito Nicita che lo ha preceduto in sala:

Pippo che mi dici? Ha chiamato qualcuno?

No Melo. Tutto piatto. La Raffineria è a regime, dovrebbe andare tutto liscio.

Ok bene Pippo, buona serata e salutami Margherita. Come sta?

Meglio. Si sta riprendendo dalla caduta, adesso sta facendo fisioterapia per la caviglia. Mi fa piacere

Gaetano scende nel cortile ed entra nella sua autovettura, supera Il municipio di Priolo, monumento internazionale al cemento armato e poi in soggettiva percorre la via Nicola Fabrizi. Dopo attraversa una rotatoria e si immette in via Scalora, supera la stazione dei treni Priolo-Melilli e si avvia verso la costa. Qui si ferma perchè sente squillare il telefono.

Ciao Gaetano sono Laura.

Laura parla dal balcone di una casa rivestita di mattonelle verdi, bianche e grigie, in via Tommaso Edison, sopra il supermercato Simply che chiude saracinesca per la notte. Indossa un vestito a pantaloni larghi di raso lilla.

Purtroppo ritarderò perché la mia amica Gisella ha avuto dei problemi. Speriamo di arrivare per un orario decente.

Ok Laura ti aspetterò. Dammi notizie.

Un tonfo spaventoso, un ruggito industriale si ode nei pressi del paese, poi a nord della penisola Magnisi si alza una fiamma enorme e sopra una nuvola nera che avanza verso il paese e la costa di Priolo.
C’è un grosso disservizio all’impianto nord e il signor Cosentino si rammarica perché stasera non potrà oziare davanti alla “Gazzetta Aretusea”.
Squilla il telefono:

Buonasera. Sono Mancuso. Protezione civile di Melilli. Potremmo sapere cosa succedendo da voi in raffineria? Qui la gente è infuriata. La fiamma della candela ha assunto dimensioni spaventevoli e da allora il nostro telefono non fa altro che squillare. I cittadini vogliono conto e ragione di quello che sta accadendo.
Si sig. Mancuso, c’è stato un incidente imprevisto e stiamo avvisando, come da protocollo, tutti gli enti interessati. Le anticipo che il problema è stato risolto e stiamo rientrando a regime normale. La fiamma è solo un sistema di sicurezza, che serve a evitare il peggio.
Si, si. Lei liquida il problema in pochi secondi, ma guardi che non sarà così facile rassicurare la gente. Qualcuno ha avvisato anche le autorità. Ma insomma, noi cerchiamo di venirvi incontro, ma vi chiediamo un po’ di collaborazione. Chi ci parla adesso con i cristiani?

La fiamma, ben visibile dalle strade a sud del comune di Priolo, si dirada lentamente e tutto sembra tornare alla normalità. il signor Cosentino fa una chiamata interna:

Franco allora posso comunicare che il problema è stato risolto?
Si Melo. Tutto ok . Lo sfiaccolamento è cessato.
Va bene.

Melo Cosentino riprende a leggere il suo quotidiano, anche se presto altri problemi lo distoglieranno dalla lettura. All’esterno il camino centrale dell’impianto nord inizia a emettere cuori di plastica rosso fluorescente. Prima a singhiozzo e poi in continuo. Seguono poi tutti gli altri camini del petrolchimico. C’è il panico in paese. La gente si riversa all’esterno scioccata da quella visione. Tutto il cielo è pieno di cuori fluorescenti e lo si vede perfettamente anche dai 300 metri di altitudine del paesino di Melilli.

Signor Cosentino, sono sempre io Mancuso della protezione civile.  Ha visto cosa sta accadendo all’esterno?

No. Tutto è rientrato a regime sig. Mancuso.

È sicuro?  Guardi bene, adesso tutti i camini stanno sputando cuori. 

Il sig. Cosentino esce dalla sala controllo e nota che effettivamente una moltitudine di cuori riempie il cielo sopra il pretrolchimico:

Guardi non capisco, chiamerò un dirigente di raffineria. Qui i cuori non li aveva previsti nessuno. Non ho mai visto una cosa simile, non so che dirle.

Le anticipo che hanno già avvisato l’Arpa che sta cercando di campionare qualche cuore per capire di che sostanza sono fatti.

Le assicuro che qui è rientrato tutto nella norma. La Raffineria sta lavorando regolarmente.

Il pennacchio di cuori si sposta, favorito dal vento che soffia da ovest, verso il mare Jonio. Gaetano è lì sulla spiaggia incredulo di quella, ma contento per avere visto finalmente Laura.

Ciao Laura. Temevo che non venissi più.

Ho fatto di tutto per essere qui Gaetano.

Hai visto i cuori Laura?

Si Gaetano. È incredibile…

 I due si stringono le mani e contemplano l’enorme mole di cuori che fuoriesce dai camini spostandosi verso il mare. È una calda e limpida serata di luglio.