Il Gruppo di Polifemo

Appunti per un naufrgio di Davide Enia

La tragedia avvenuta il 3 ottobre del 2013 segna l’inizio di un incubo, qualcosa di enorme, che spiazza pure l’indifferenza e che neppure la lontananza regala più sogni tranquilli. Il naufragio a Lampedusa straccia quella soglia d’impermeabilità con cui siamo cresciuti, da cui, più o meno consapevolmente, ci siamo voluti proteggere.

Siamo rimasti nudi e senza giustificazioni. O, forse, così mi sono sentito io. Le immagini che il telegiornale passava mi ripugnavano, e per solo questa reazione mi sono sentito complice di un massacro. Perché la domanda è: cosa deve fare un uomo quando è davanti a una tragedia di queste dimensioni?

Non riesco a ricordare dove mi trovassi quel giorno. Eppure, in altre occasioni ho registrato nitidamente ogni attimo che ho vissuto, le sensazioni che mi hanno attraversato. La mia memoria ha inventariato ogni oggetto presente, ogni espressione, il volto di uno sconosciuto, un’esclamazione di sorpresa, pure quel sentimento di condivisione che ci tiene impotentemente infognati davanti a eventi più grandi di noi.

Del giorno, però, in cui naufragarono 386 persone non ricordo nulla, o meglio non ricordo dove, o con chi fossi, cosa pensassi. In mare aperto c’ero anch’io. Uno straniero al quale, così dal nulla, è stato strappato via ogni punto cardine, nessuna sponda su cui approdare, nessun lido in cui cercare riparo fosse pure un miraggio.

Appunti per un naufragio offre milioni di riflessioni di questo genere, cicliche come se ritornassero su se stesse senza uno snodo risolutore. Appunti, per l’appunto.  Le testimonianze presenti, dalla guardia costiera, ai volontari, ai medici, agli isolani, rappresentano un’esplosione di umanità. Ciascuno che allunga una mano, che afferra un corpo, che salva l’insalvabile.

È una storia che si ripete da secoli, da millenni, eppure mostriamo la stessa espressione d’incredulità, di sorpresa, e lasciamo allo sgomento il tempo che il telegiornale ci concede. La politica e le esigenze economiche ci mettono in bocca la parola invasione, con il tono propagandistico di chi si deve preparare a un attacco. Invasione? Non credo sia esistita umanità senza migrazione, senza la speranza di salvezza. La Bibbia è piena di queste storie. L’Esodo, il secondo libro, quello che segue la Genesi, racconta la storia del popolo ebraico in fuga dall’Egitto e dalla schiavitù, sotto la guida di Mosè.

I protagonisti di questo romanzo, di questo saggio, di questo reportage, di questo diario, non sono degli eroi. Con questa parola, alziamo troppo le aspettative di chi dovrebbe dare solo un giusto contributo. Riporto le parole del medico, dott. Bartolo «Ma come si fa a lasciare morire una creatura accussì nica? Ma noi, che mandiamo persone sulla Luna, ma dobbiamo davvero lasciare morire accussì le persone?»

Chi sono allora gli attori di questa tragedia? Sono uomini messi davanti alle fraglità di un’esistenza, testimoni di un’umanità che si polverizza sotto i loro occhi. E Lampedusa è il contenitore di queste realtà che resistono e che accolgono.

 

 au revoir

 

Davide Enia, 1974 Palermo, è uno scrittore, drammaturgo, attore italiano. Con Appunti per un naufragio, edito Sellerio, vince Premio Anima per il Sociale 2017

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