Il Gruppo di Polifemo

Arte incontra Luciano Vadalà

Lo fanno spesso le apparenze, conducono all’inganno.
Quando cammino tra la folla, amo frugare nel fondo degli sguardi. Sulla fugacità di quei volti disegno profili e determino condanne: è buono, é cattivo, é insignificante, è astuto, è assurdo. Qualche volta mi sono sbagliato.

Ciò che più mi affascina dell’aspetto umano è il carattere istrionico. Di coloro che vestono la “doppia anima” aspetto sempre quel guizzo negli occhi in grado di svelarli. Al riguardo si potrebbe obiettare che tra folli ci si intende. Non saprei dire.

In questi giorni frugo anche attraverso la finestra di casa mia e osservo angosciato altre apparenze: i viali di maggio. I moti di questa primavera mi sembrano drammaticamente surreali, ingannevoli. Mi concentro tra i ricordi, sulle immagini, sulle emozioni, e cerco altre apparenze.
Avete mai ascoltato il lavoro dell’eclettico figlio del sol levante, Inoue Testu? Io sì, qualche volta ed in particolare l’album “Yolo”; lo amo e lo temo.
Un genere che si liquiderebbe come musica ambient.

E’ di più, sono composizioni che esigono uno stato d’animo ben disposto (diversamente potrebbero instillare pensieri suicidi). I suoi accordi non si perpetuano in quei “loop” cari al genio di Brian Eno, o al più raffinato Max Richter; piuttosto si irradiano attraverso timbri sincopati.

I sequenziatori, magistralmente calibrati su frequenze metalliche e ritmi meccanici, inducono ad immaginare distillate albe monocromatiche, a tinte fredde, acide. I brani si succedono in quel proseguire che apre a brevi arie, il tempo sufficiente a rasserenare la mente.
Poi, tutto ripiomba nel non luogo. “Yolo” potrebbe narrarci un “post”, l’entropia e le macerie, quelle macerie che ora sono altro.

La musica in genere stimola il nostro stato d’animo. Le accoglienti spiagge di “Vocalise” di Sergej Vasiľevič Rachmaninoff, o la lieve sontuosità che si snoda nel “terzo movimento della sinfonia n.3 in fa maggiore – opera 90, di J. Brahms, sono brani che magnificano i sensi, incanalando energia creativa. Oppure possono diventare trappole insopportabili in grado di innescare ansie o scatenare istinti repressi.
Luciano Vadalà, pittore acese, quando dipinge non smette mai di dissetarsi alla fonte dei citati autori e, così facendo, annienta la propria inquietudine e sublima quel perfetto turbinio di emozioni che lo condurranno alla realizzazione di opere di raffinata intensità.
Ma le apparenze ingannano! E’ arduo immaginare di trovare effetti speculari o appigli compartivi tra la virtuosa arte del pittore siciliano ed i vari adagi, o allegretti poco sostenuti, dei grandi musicisti di riferimento. Le opere approdano “altrove”: in una sorta di trasfigurazione (entropia) dell’anima; non a caso amo collocarle tra le quote essenziali, quasi profetiche, di Inoue.

Di Luciano Vadalà posso dirvi, senza mezzi termini, che con lui entriamo nell’Olimpo degli dei, laddove l’arte è cosa per iniziati.
Personaggio estremamente schivo, per nulla avvezzo all’uso delle piattaforme “social”, Vadalà non rinnega l’empatia bensì la misura e la manifesta in valori cromatici.

Questo artista, peraltro un formidabile disegnatore, scandisce il tempo in monosillabe e ne conserva istanti: un’espressione, un movimento, un’emozione, un bagliore.
La sua mente, le sue mani, vivono negli angusti spazi di un luogo appena illuminato, impolverato e solo apparentemente distante dal “Tutto”. Una fucina inondata di odori alchemici, dove tele e disegni preparatori, buttati alla rinfusa, non suggeriscono alcun ordine né giurano alcuna promessa.
Eppure, in quel silenzio di note e polveri fluttuanti, si consumano coraggiosi esperimenti di eugenetica estetica. Qualche fortunato (io lo sono stato) lì ha visto il “miracolo farsi vita”.

Con “Paolo” (dipinto in epigrafe, pittura ad olio, dimensioni 60×80 cm), “zia Maria”, “Nudo femminile (65×125 cm), o “Pasqua” (dipinto ad olio, dimensioni 120×80 cm) – queste due ultime opere riprodotte qui a fianco – abbiamo lavori frutto di una personalissima ricomposizione della realtà. Concentriamoci su “Pasqua”. Opera violenta, dissacrante, provocatoria. Ritengo che il senso di questa composizione sia da ricercare in quegli innumerevoli aspetti che contraddistinguono la nostra natura (o questa società), un insieme di contraddizioni.


In onore ai “riti” consegniamo sulle nostre tavole (coscienze), vestite a festa, il sacrificio dell’agnello, un gesto di riconciliazione per una condizione che marchia, con il sigillo dell’eternità, il genere umano perché colpevole di “peccato originale”.
Poco importa quale consapevolezza oggi ci porta ad esplorare la fisica quantistica, o gli enigmi delle neuro strutture; resta ancora intatto quel velo di “magia – mistero” che pretendono la fede e le credenze.

Una moltitudine di flashback processano i modelli e restituiscono un disincanto esistenziale; una pittura intensa fatta di poesia e carne, colore e struttura. Tra penombre di “blade-runneriana” memoria troveremo frammenti di un’umanità sopravvissuta, o evoluta.

Tutto questo ci regala uno dei seguaci prediletti di quell’Antonio Mercadante di cui vi parlai in occasione dell’articolo di Salvo Catania Zingali; al riguardo, si terrà presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, dal 20 maggio al 2 giugno, una mostra sugli artisti di Mercadante critico dal titolo “Un critico irregolare in mostra – Paesaggi Umani”, dove anche Salvo e Luciano saranno rappresentati con le rispettive opere.
Cosa sia per Luciano la pittura – fitta materia magicamente ancorata in quell’imprimitura stesa con grazia certosina su antiche eternità – per me resta un mistero che posso solo ammirare.

Vadalà ha partecipato a numerose collettive insieme al gruppo di Scicli e recentemente ha partecipato alla mostra collettiva itinerante “Pittori di Sicilia da Pirandello a Judice”, curata da Vittorio Sgarbi.
Inoltre ha tenuto personali: nel 2006 presso la galleria degli Archi di Comiso, nel 201 alla galleria Edonè di Vittoria.
Alcuni suoi lavori arricchiscono, permanente, il museo “Macs” di Catania, altri appartengono a collezioni private di Palermo, Roma, Londra.

• Sei stato il primo pittore siciliano che ho avuto il privilegio di incontrare, tantissimi anni or sono. Ciò che mi ha sempre colpito nel tuo procedere artistico è stata la passione per lo spirito rinascimentale, una condizione che vivi con rigore monastico, alchimistico. Ricordo i tuoi esercizi estenuanti sulla figura: allenavi l’occhio, la mente e lo spirito a costruire lo spazio e l’emozione. Ricordo, poi, la solitudine vissuta davanti al silenzio che la nostra terra riserva ai suoi figli migliori. Oggi senti di avere rimpianti? Cosa suggeriresti a un giovane artista?

In effetti sono passati molti anni da quando ci siamo conosciuti ed ho un piacevolissimo ricordo delle nostre chiacchierate sull’arte e sulle difficoltà che implica. Il contesto in cui un artista opera é di fondamentale importanza per molteplici motivi, dagli stimoli esterni che può offrire alle opportunità di visibilità del proprio lavoro.
Purtroppo in Sicilia il nostro operare ha dei limiti e si concretizza in un isolato bisogno interiore di creare per appagare la propria anima. Isolamento che, per fortuna, non significa restare legati a una realtà provinciale, in quanto oggi si ha una visione globale su ciò che le varie espressione artistiche possono offrire; si è connessi con il mondo.
Non ho rimpianti perché, anche se non è il mio lavoro principale di sostegno economico (dal momento che nel nostro contesto l’arte non ha la giusta luce che dovrebbe avere), ho sempre trovato il tempo per dipingere e portare avanti la mia ricerca.
Sui giovani che vogliono avvicinarsi alla figura, il mio consiglio é quello di sforzarsi ad essere padroni del disegno. Ma questo é solo un consiglio tecnico, la vera difficoltà sarà quella di oltrepassare il soggetto rappresentato, per poi caricarsi di contenuti e significati dettati dalla propria interiorità e dalla unicità soggettiva che ognuno ha della realtà.

• Quali sono i maestri che ti hanno ispirato?

Sono molteplici, da Michelangelo a Caravaggio, El Greco, Goya ecc., artisti che, pur legati alla committenza del tempo, hanno espresso pienamente e nella massima libertà la propria interiorità, anticipando quella che sarà l’arte contemporanea. Con il novecento, tutti i contenuti legati ad un arte introspettiva – nei suoi più profondi significati legati all’esistenza, alla morte, all’interrogarsi sulla propria condizione – ha avuto una sua autonomia. Quindi artisti come Egon Schiele, Klimt, Ensor, ai più contemporanei come Francis Bacon, Giacometti, Lucian Froid, Gianfranco Ferroni, Renzo Vespignani, sono solo alcuni dei maestri che hanno contribuito alla mia formazione.

• Quanto della tua produzione artistica è frutto dell’istinto?

Penso che in tutte le espressioni artistiche sono due gli elementi fondamentali: la parte razionale e la parte irrazionale. La prima è legata a tutto ciò che è la regola, quindi la padronanza del mezzo espressivo come il disegno, proporzioni, la tecnica, olio, tempera, ecc.. Questa è la componente più “fredda”- può ad esempio paragonarsi al quotidiano esercizio che un pianista fa nel ripetere molteplici volte delle scale armoniche al fine di essere sempre più padrone del proprio strumento. La seconda, la parte irrazionale, è legata alla propria “anima” e la tecnica è solo il mezzo, un tramite, con cui poter per esprimere pienamente la propria interiorità.

• Paolo Nifosì definisce la tua pittura “tragica” o “realistica” secondo la constatazione di una traiettoria che porta alla “consumazione”. L’umanità si consuma Luciano! Pensi che possa esserci un modo per rinascere, o siamo condannati ad un imperituro purgatorio?

La componente di “tragicità” nel mio lavoro credo sia implicita nei soggetti che rappresento, i loro corpi contengono in sé questo aspetto, la nostra precarietà. Il consumarsi é la nostra condizione. Nei miei nudi di sicuro non ricerco la bellezza della loro superficie e il mio fine non é quello di far scivolare l’occhio dell’osservatore a livello epidermico, piuttosto ne ricerco la loro energia, imprimere la vita che ancora li attraversa e, al tempo stesso, il suo opposto, ovvero la consapevolezza che questa meravigliosa e affascinante gabbia, che ci racchiude, contiene in sé tutta la precarietà della materia e il suo inevitabile sfaldarsi.

• In futuro il tuo linguaggio artistico potrà esplorare nuove spiagge espressive?

Concepisco l’arte come continua evoluzione, non so a quale soluzione porterà, ma tutti i cambiamenti che ho avuto non si sono verificati nella ricerca spasmodica di nuove soluzioni, si presentano da sole, tutto sta a cogliere e portare avanti ciò che a volte si presenta anche in maniera casuale.

• Del compianto Antonio Mercadante possiamo dire che sia stata una voce fuori dal coro in questo “silenzio”? Che ricordo hai di Lui?

Oltre l’amicizia che ci legava, ricordo la sua capacità di intuire ciò che avevo dentro, ciò che sono e che rappresento in pittura, la sua capacità di entrare in sintonia, i suoi preziosi consigli dettati dalla sua grandissima preparazione sull’arte.

• A tuo avviso, di che salute gode l’arte nell’isola?

Ci sono molti artisti che hanno grandissime capacità in Sicilia, ma fino a che la Sicilia viene considerata un’appendice dell’Italia, si è un po’ esclusi; la mancanza di visibilità fa tendere a isolarsi.

• La pittura ha un futuro?

Sul futuro della pittura c’è chi dice che già si sia fatto tutto. Personalmente credo all’unicità di ogni persona, come un qualcosa di irripetibile, mai esistito. Ognuno di noi ha un modo di sentire la realtà diverso dagli altri, ciò mette la pittura in continua evoluzione. Credo che un punto di arrivo non esista, ovviamente la pittura è solo un mezzo che può coesistere insieme alle molteplici forme espressive contemporanee.

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