Ogni artista ha un suo profumo, la sua storia, al di là del suo linguaggio espressivo quello che cerco è la sua “essenza”. Cogliere un pretesto per avvicinarlo, uno spunto qualsiasi capace di identificarlo ineluttabilmente, mi impone un alto margine di rischio; è facile sbagliare l’accordo, perdere di vista la misura dell’angolo oltre il quale i ragionamenti diventano pretestuose elucubrazioni.

Descrivere Paolo Nicolosi, anche con i giusti presupposti, non è affatto semplice. La personalità di questo artista, il suo retaggio storico, la sua autorità intellettuale, lo rendono sicuramente una delle figure più affascinanti e interessanti dell’attuale panorama artistico acese. Così mi affido all’istinto, seguo la luce, anzi e – ne sono certo – l’oscurità!

L’incantevole studio di Paolo è ubicato nel centro storico di Acireale. Un ambiente nascosto, quasi preservato, dalla sontuosità architettonica che lo accoglie; qui il fascino della bella epoca è ancora intatto e si respira quiete.

L’atelier domina su corso Umberto ma – come per magia – al suo interno non si avverte alcun brusio provenire dalla grande arteria; tutto sembra congelato in un punto non meglio definito del tempo e dello spazio.

L’affascinante dedalo di vie che alimentano il corso e la vicina piazza Duomo è un susseguirsi di edifici barocchi, palazzi baronali e monasteri. Dietro ogni porta o portone, dentro ogni giardino o sotto ogni porticato, non c’è un anfratto che non sia in grado di restituire il criptato umore di quel silenzio eterno, la cui linfa è lì, celata tra le granitiche fughe delle lastre basaltiche, dentro l’ossido delle cancellate, ammantata tra le fessure delle annerite affacciate. Lungo il claustrofobico riverbero dei vicoli un controcanto sembra maledire la decadenza e la storia.

E poi, li avete visti? I “fieri guardiani”, quei grotteschi mascheroni posizionati in alto, all’ingresso di ogni nobile dimora, incrollabili testimoni di “quel tempo” che divideva gli uomini in servi e figli di servi da una parte, e in padroni e figli di padroni dall’altra.

«Paolo, quando scriverò di te e della tua arte, non potrò fare a meno di pensare alla musica di Eleni Karaindrou» gli dissi. Ricordo ancora l’ombra di stupore e perplessità che si disegnò sul volto dell’amico, emozioni che lasciarono subito il posto a un soave e fiducioso sorriso.

Il casato di Paolo, “Nicolosi”, campeggia a grandi lettere sopra uno di quegli austeri portoni. Erede di una delle più famose e prestigiose famiglie del ‘900 acese, Paolo ha traghettato sul fiume dei conflitti generazionali, delle rivoluzioni culturali e delle profonde crisi economiche e politiche del nostro Paese, la parte più preziosa della “sua” nobiltà: la dignità, la memoria e l’amore per la cultura, per l’estetica e la musica.

Questi preziosi ingredienti contribuiranno ad alimentare il suo estro artistico. Per questo ora parleremo di Paolo artista.

Saranno la sua spiccata curiosità, la predisposizione per il disegno e soprattutto la creatività, a esaltare il suo innato talento per l’arte.

Durante gli anni delle contestazioni studentesche Paolo intraprende gli studi di architettura a Roma. Il soggiorno nella capitale si rivelerà un pretesto per frequentare gli studi dei maestri.

Dopo aver approfondito la conoscenza del disegno con Nello Aprile e Gaspare De Fiore, rinuncia alla rappresentazione del “vero” e inizia un percorso di sperimentazione che lo porta dalle esperienze della poesia visiva (erano gli anni del Gruppo 63 e dei Novissimi di Mandalo Mussio e di Lamberto Pignotti) alla frequentazione degli scrittori che collaboravano con la rivista Il Caffè.

La partecipazione a un corso sperimentale di visual design, tenuto da Gastone Novelli e Achille Perilli, lo convince ad abbandonare definitivamente i mezzi espressivi tradizionali per cercare nuovi modelli. Paolo resta affascinato dall’espressionismo astratto. Nei primi anni ’70, sperimenta l’uso di schiume poliuretaniche.

La conoscenza di Bruno Munari lo spinge all’utilizzo di materiali semplici o riconducibili all’arte povera; sarà un viaggio verso una dimensione più giocosa dell’attività creativa. Con il suo rientro in Sicilia (1972), l’artista osserva da una nuova prospettiva la luce del Sud. Rivede Turner, Constable e rammenta le strutture portanti del paesaggio.

A metà degli anni ’90, mette in pratica una propria tecnica. Con l’ausilio di carta velina – opportunamente tagliata, increspata e sovrapposta – con l’utilizzo di colle particolari e colori speciali riesce a creare campiture delicate che ricordano per lievità e luminosità l’acquerello. La tecnica gli permette di ottenere trame più o meno fitte, grumi, diagonali e vari spessori.

Sono, o lo potrebbero diventare, isole su isole di carta. La stesura dei colori è minima, essenziale, calibrata. S ottengono: piani prospettici, forme/tensioni, significati.

Il risultato? Finestre su un “altro” paesaggio, diafane ipotesi, “macchie”, forse calde colline – dorate o verdeggianti – vene laviche, mari quieti – dall’orizzonte alle tenebre.

Il rigore compositivo di queste formazioni resta ancora frutto di una stupefacente casualità; con il tempo, con l’esercizio, il gesto ha assunto una vita autonoma, è diventato istinto innato. Auteri Mercedes scrisse di Lui « <<… evoca paesaggi, cieli, boschi, pietra lavica, che sono una sintesi degli insegnamenti di Mondrian, Tanguy, Mathieu». Io, più prosaico, aggiungo: opere che regalano luce e silenzio, eterno.

I “paesaggini” (20×20), che possiamo ammirare in epigrafe e a fianco, offrono l’esatta cifra della ricerca di Paolo Nicolosi.

In questo palcoscenico perfettamente calibrato gli insegnamenti di Munari si ripresentano. Con un innesto dissonante, una macchia (centrale o decentrata, di colore lieve o acceso, o diverso), con una linea o uno squarcio della campitura, l’artista crea una tensione, un equilibrio, o uno squilibrio, un punto d’interesse; alla fine lo stesso artista confesserà «è elemento gioioso (o giocoso)».

Nicolosi sostiene che le regole di questo “gioco” sono tali «perché la mia arte non è una cosa seria!», offrendo così un’altra traccia dissonante del suo repertorio espressivo.

Perché Paolo è giunto a questa convinzione? E’ solo l’insegnamento di Munari o c’è di più?

Credo di sì, c’è sempre stato “di più”.

Ha dovuto portare il fardello di una trasformazione sociale e reinterpretare la quotidianità.

«La vita non dà certezze!» sembra dire il suo silenzio lieve e bonario, e potrebbe continuare dicendo «e, se la felicità è un affare complicato, è bene imparare a non prenderci troppo sul serio, a riderci sopra, meglio se a sorridere con dignità. L’Eternità? Lasciamo le cose come stanno!».

Per noi artisti acesi, Paolo non è solo un ottimo decano dell’arte, un colto rappresentante del buon gusto estetico. E’ soprattutto un caro compagno di viaggio, affettuoso, umile e leale.

Tra le righe di “questa vita” ho sentito da subito scorrere le note dell’“Adagio (var. 1990 – Landscape Theme) di Eleni Kalandrou, raffinate melodie balcaniche, velate melanconie cariche di quella sontuosa austerità che la memoria di Paolo riflette ed esorcizza.

Concludendo. Mi è caro il valore intrinseco di questo artista, della sua produzione: uno stile, un linguaggio estetico/cromatico che lo pone all’avanguardia. I suoi “giochi” di carta – piccole sfide – hanno il valore di un respiro eterno.

Il tuo ritorno in Sicilia, dopo la pausa romana, ha comportato un cambio di prospettiva nel tuo linguaggio artistico?

Premetto che il mio ritorno in Sicilia non è stato un atto dettato da una mia esigenza, quanto piuttosto una forzatura degli eventi, infatti fui chiamato ad occuparmi delle aziende agricole di famiglia.

Se gli anni che precedettero il mio soggiorno a Roma furono contrassegnati da grande euforia, al mio rientro mi fu subito chiaro che non avrei più potuto godere dei continui stimoli ricevuti durante la frequentazione degli ambienti artistici capitolini.

La nostra terra manteneva una dimensione provinciale. Poca era l’informazione, ovviamente non esisteva Internet, la televisione di Stato offriva solo due canali “RAI”, i libri e le riviste specializzate erano oggetti rari; mi sentii un “emarginato”. Grazie a fortunati acquisti, ripresi l’indagine sulla pittura antica, con particolare riferimento ai pittori napoletani e fiorentini del 600 /700, avvalorata dalla conoscenza di Ferdinando Bologna e di Nicola Spinosa. Non ho smesso di dipingere. In quel periodo sperimentavo l’uso della scrittura per riprodurre la musica della “sintassi nominale” di Antonio Pizzuto, la cui lettura mi affascinava e stimolava già da anni. Di questi lavori mostrai gli esiti in una bella personale del 1982 a Palermo.

Tutta una serie di circostanze (il rientro in Sicilia, lo stretto legame con la campagna, la mia partecipazione alla grande mostra di J.M. W. Turner del 1983 a Parigi, la riscoperta della pittura ottocentesca preimpressionista della scuola di Barbizon, la curiosità – mai sopita – di approfondire la conoscenza di sacche marginali della produzione artistica) mi ha stimolato a rifare per gioco e per uso familiare la pittura di paesaggio, quella che facevano i nostri nonni e le nostre zie ma con gli occhi e il gusto di oggi.

Esistono episodi in cui la tua arte ha “denunciato” il sistema o rappresentato il disagio sociale?

Ero iscritto alla facoltà di architettura di Roma nel 1964. Ho vissuto intensamente il periodo della grande contestazione giovanile, ho avvertito sulla pelle la deludente illusione del cambiamento auspicato. Tuttavia, sebbene io ci sia stato dentro ed abbia fatto la mia parte, non era nelle mie corde l’uso dell’arte come denuncia sociale o politica. Per le denuncia ho sempre preferito altri strumenti (il ragionamento, l’analisi, la progettualità).

Il tuo animo sperimentatore ti ha sempre offerto una possibilità per descrivere le emozioni. Quale di queste esperienze ti ha fornito le maggiori emozioni?

Non cerco di “descrivere” emozioni. Il mio lavoro è frutto di emozioni: mi emoziona una macchia casuale o una piega della carta che sto utilizzando e che non avevo previsto, come mi emoziona la variazione dell’emulsione di colori che non si amalgamano. Combinando varie piccole emozioni cerco di fare un lavoro emozionante e che, spero, provochi altre emozioni anche negli altri. In fondo, caro Sebastiano, se togli questo, cosa resterebbe del nostro lavoro?

Hai pubblicato su YouTube quattro video estremamente efficaci e convincenti, in cui l’uomo – artista si racconta. Asserisci che « la tua arte non è una cosa seria!>>. Sono convinto che questo tuo esorcizzare la vita nell’arte è la dimostrazione che non sei solo un “artista” ma anche un raffinato intellettuale. Ai tuoi più giovani colleghi, che spesso rischiano di perdersi nei vortici della frenesia, angustiati dai ritmi, quale consiglio potresti offrire?

Quei video sono quattro spezzoni di una lunga intervista realizzata da una mia giovane amica per la sua tesi di laurea. In effetti sostengo che “la MIA arte, FORSE, non è da prendere troppo sul serio”. Ho sempre avuto la tendenza ad alleggerire di significati la mia “produzione”, a non gravarla di messaggi, a mantenere un’atmosfera di disincanto e di leggerezza.

Che consiglio si può dare ai ragazzi? Quando ero ragazzo io, non accettavo volentieri consigli e credo che ancora sia così, ed è giusto che sia così. Invito i ragazzi ad essere se stessi, a trovare la strada senza scimmiottare. Li invito ad essere curiosi, a guardare tutto cercando di capire il perché. Soprattutto crearsi un archivio mentale più ricco possibile, che poi è la vera cultura, quello che resta quando hai dimenticato tutto.

A conclusione del 4° video, parli di un innesto, di una dissonanza, ovvero “del gioco”, quell’elemento che spesso inserisci nei tuoi dipinti e che segna un momento fondamentale in cui tu “firmi” la tua produzione. Puoi esplicitarne i significati?

E’ vero, spesso inserisco piccoli elementi “spiazzanti” nei miei lavori; qualche volta inserti perfettamente regolari in contesti a prima vista confusi e informali. Più spesso tagli, cesure o pause che ritengo utili a ristabilire incerti equilibri compositivi (l’equilibrio della composizione riconosco che è una vera fissazione per me!). Ma, ad ogni modo, questi elementi hanno un senso ironico o dissacratorio: tendo a non prendermi troppo sul serio. Forse sbaglio. In fondo il mio obbiettivo è sempre il rigore formale.

A fronte dell’esperienza maturata nel campo dell’estetica, quale ritieni essere stato il momento più interessante per l’arte acese?

E’ difficile rispondere a questa domanda. Mi sembra sia rimasto poco delle due grandi personalità del primo novecento ad Acireale: Francesco Mancini e Ciccio Patanè. E’ certamente rimasto il gusto diffuso per la bella maniera, ma per poco. Sarebbe stata una buona occasione la Rassegna Internazionale degli anni 70, ma credo cha abbia inciso poco nel piccolo e pigro mondo artistico acese. Alcuni artisti di valore (Francesco, Gianni e Pio Pennisi) non vivevano in città e non sono mai stati riconosciuti per quanto avrebbero dovuto. Non vorrei parlare dei viventi, tutti amici miei, tutti abbastanza chiusi nel loro mondo e con scarsa capacità di uscirne fuori. Qualche anno fa si cercò di mettere su qualcosa di diverso (12 Movimenti) ma la spinta si esaurì presto.

L’intenso Marco di Capua nel 2009 scrisse di te « il più rarefatto tra gli artisti che sono qui (N.D.R. riferendosi a “I Dodici Movimenti”). Con Lui non sai bene quale Oriente dica la sua…». Questa affermazione dimostra che il computo della tua ricerca era esatto: rappresentare “altro” partendo dal “Mondo”. In futuro dove ti ci condurrà il tuo “altro”?

Marco Di Capua mi definisce “rarefatto”!? Credo che Marco abbia colto anche ciò che non diciamo…

In un periodo storico di incertezze, di identità perdute, di malesseri sociali, di post-ideologie, di post-avanguardie, di post-tante altre cose, cerco di trovare e di dare agli altri un po’ di calma, di armonia e di equilibrio.

Quali sono i tuoi maestri di riferimento?

Sono un autodidatta, anche le mie letture e le mie curiosità potrebbero sembrare bizzarre e lacunose. Voglio dire che non avendo mai dovuto studiare per sostenere esami o concorsi, ho approfondito solo quello che mi piaceva o interessava. Ma, avendo una eccellente memoria visiva, tutto quello che ho visto e mi è piaciuto, l’ho archiviato, e inevitabilmente quello è stato il mio “maestro”.

Così mi ritrovo, senza rendermene conto, a rifare le luci degli sketch book di Turner o le nuvole di Constable ed i paesaggi di Daubigny, le partiture spaziali di Burri, i disegni di macchine impossibili e inutili come quelle di Tinguely, avendo bene a mente la preziosa qualità di Bernardo Cavallino, o l’inesorabile lucidità di Bruno Munari, la poesia di Fausto Malotti. In fondo tutti noi abbiamo i nostri miti.

Pensi che il quadro abbia un futuro?

Fino a quando ci sarà qualcuno che riesce a trarre un godimento nella contemplazione di un quadro, varrà la pena di dipingerlo; ma anche quando non ci sarà più nessuno ad ammirarlo, varrà comunque la pena di dipingerlo. Io continuerò a dipingere, mi piace e mi diverte. In fondo non so fare molto altro e, data la mia età (posso dirlo), non ho tempo né voglia né energie per pensare a questo “altro”.

L’arte in Sicilia di quale salute gode?

Francamente non lo so. Non vado in giro e conosco poca gente. Tuttavia, la sensazione è che non ci sia un granché. Per quello che mi è dato di sapere, tra i tanti, anche giovani, che sanno il mestiere, nessuno di loro ha fatto vedere qualcosa di nuovo.