Il Gruppo di Polifemo

Neurodelivery dell’arte

articolo di Lupo Alberto

Non ricordo il nome di chi affermò che la bellezza e l’opera d’arte sono in grado di colpire gli stati profondi della mente del fruitore e di far ritornare a galla situazioni e strutture che normalmente sono rimosse.
Immerso così da uno stato emotivo, quasi catatonico, di fronte ad un opera d’arte o ascoltando musica, ne ravviso anche quelle caratteristiche terapeutiche che in molti casi la scienza ha legittimato oggettivamente in alcune patologie del sistema nervoso.
Ciò che colpisce, ed in parte stupisce, è la consapevolezza del fatto che una gran parte di grandi artisti nei vari campi che le muse proteggono, soffrivano di patologie psichiatriche, da forme schizoidi a patologie maniaco-depressive, a forme compulsive, tanto che vi è da chiedersi se vi possa essere una qualche relazione tra questo loro stato di salute sospesa e l’espressione artistica che li ha resi grandi.

Se fossero stati persone sane senza eccessi, o senza patologie fisiche o psichiatriche, avrebbero avuto lo stesso stimolo artistico, avrebbero saputo suscitare le stesse emozioni, ci avrebbero fatto entrare in sintonia con la loro anima?
Andrè Gide diceva che le più belle opere degli uomini sono dolorose.
Dolore e angoscia emana “L’Urlo” di Munch, l’artista che più di tutti ha offerto materia all’iconologia classica.
La vita di Munch fu segnata da una serie di disgrazie che hanno forgiato un carattere da alcuni studiosi definito come schizoide. La morte della madre per tubercolosi, la pazzia della sorella, la sindrome maniaco-depressiva del padre e la morte del fratello subito dopo il suo matrimonio.
A circondare una figura centrale dai contorni tortuosi e indefiniti, con quella mani che abbracciano il viso deformato dall’urlo, stanno colori irreali, contrastanti, con un mare oleoso ed un cielo tinto di sangue, mentre due figure si allontanano indifferenti all’angoscia che pervade l’autore.

“I colori stavano urlando…”. Angoscia e morte sono due costanti dell’arte pittorica del norvegese, tanto che lui stesso, nell’edizione del 1903 del Berlineer Secession, individua 4 temi per i suoi quadri: Amore, Dissoluzone dell’amore, Angoscia e Morte.
Quell’angoscia esistenziale la ritroviamo anche nella “Sera sul viale Karl Johan”, nell’“Edera Rossa” e nel “Golgota”. Munch stesso ebbe a dire: “Ho ereditato due dei più spaventosi nemici dell’umanità: il patrimonio della consunzione e la follia”.

Di dieci anni più grande di Munch, Vincent Van Gogh rappresenta il prototipo dell’artista malato. La sua vita, come la sua attività artistica, tanto bene descritte da lui stesso nelle oltre 600 lettere inviate all’amato fratello Theo, sono la testimonianza di una costante sofferenza interiore alternata a grandi momenti artistici, non sempre compresi dai contemporanei, a momenti depressivi o eccessi, che gli facevano dire di essere “pazzo o epilettico”, e che lo portarono spesso a ricoveri in ospedale o manicomi.

Sono numerosi gli studiosi che si sono interessati alla sua complessa personalità e che hanno voluto individuare nei suoi comportamenti tutta una serie di spiegazioni diagnostiche: schizofrenia, disturbo bipolare, sifilide, saturnismo, epilessia del lobo temporale, porfiria acuta intermittente, intossicazione da assenzio, alcolismo.

Una vita sofferta sin dalla prima infanzia, quando si rese conto di condividere col fratello più grande, nato morto, l’identico nome che i genitori avevano voluto affibbiargli. Conflittuale con il padre, sfigato per numerose incomprensioni amorose, passato da un misticismo religioso ad un eccessiva dedizione sociale verso poveri e derelitti, licenziato da aziende e scuole ecclesiastiche (e questo per un suo eccessivo interessamento ai problemi sociali!), vittima di autolesionismo (ma forse il caso dell’orecchio fu opera di Gaughin) e infine suicida (ma forse no..).

I suoi quadri, i suoi girasoli, le sue notti stellate, le sue camere gialle, i ritratti.. la sua storia “psichiatrica” e tutta lì, quadri e lettere che ci dicono del suo mal di vivere ma che ci irretiscono con la loro bellezza ed i loro messaggi tanto da farci rischiare la sindrome di Stendhal.

Anche Chagall diceva di “esser nato morto” ma non aveva un fratello nato morto e di cui portava il nome come Van Gogh, bensì la sua vita aveva inizio in momenti drammatici della storia che avrebbero influito sulla sua storia personale, ma a cui rispondeva con particolare resilienza e con una visione onirica e fantasmagorica che appare in tutti i suoi numerosi dipinti.

L’unica depressione riconosciutagli era secondaria alla morte dell’amata moglie, protagonista di tanti dipinti e la sua lunga vita è testimonianza di quanto poco tempo potessero durare gli stimoli negativi che la storia ed il suo vissuto gli elargivano.
Si dice che Francisco Goya soffrisse di una encefalopatia, dovuta forse ad una intossicazione da piombo. Dapprima, questa sua malattia ostacolò la sua attività perché fonte di una profonda depressione che traspare nelle figure da incubo che popolano i suoi quadri quando riprese a dipingere.

Come non rimanere sbigottiti davanti al dipinto di “Saturno che divora i suoi figli”. Quest’opera fa parte delle cosiddette Pitture Nere, una serie di dipinti fatti dal Goya in tarda età nella sua casa di Manzanarre, in una sorta di solipsismo in cui la sordità e l’angoscia lo indussero a chiudersi in un mondo mitologico oscuro, drammatico e allucinante, al quale non erano estranee alcune sue considerazioni sulla politica del tempo.

Anche la letteratura è densa di vite distrutte o arricchite dalla malattia. La tubercolosi nutre tutta una letteratura che copre l’Ottocento e gran parte del Novecento.
Dalle eroine de “La Traviata” e de la “Boheme” alla Lisbeth di Honorè di Balzac, a Zola, Maupassant, Thomas Mann (La montagna incantata), fino al nostro Bufalino che, ne ”La diceria dell’untore”, disegna una Marta che perde ogni carica erotica per divenire emblema di un mondo in dissoluzione.

E affetti da tubercolosi erano autori come Kafka, Cechov, Emile Bronte, Rostand.
Kafka definiva la tubercolosi una “malattia spirituale” poiché essa toccava in profondità la propria dimensione esistenziale e probabilmente il nodo nevralgico del rapporto stesso con la scrittura e l’arte.
C’è da chiedersi se, e come, in questi artisti la patologia di cui erano affetti potesse condizionare l’espressione artistica alterandone la percezione e l’interpretazione del mondo circostante.

Uno studio, promosso dalla BBC e pubblicato su Neuroimage, mise in evidenza le sensibili differenze esistenti tra gruppi di studio dell’arte e gruppi di controllo che non avevano alcun interesse per l’arte. Questi studi di neurofisiologia verificarono che gli “artisti” presentavano più materia grigia nell’area del precuneus, nel lobo parietale, regione legata alla creatività ed alla memoria visiva.

I particolari rapporti esistenti tra il nostro cervello e le espressioni artistiche, disvelate anche mediante le nuove tecniche di neuroimaging, hanno fatto sì che grazie a Semir Zeki, neurobiologo della University College of London, si attivasse un nuovo filone di ricerca creando una nuova disciplina, la Neuroestetica, che ha come mission lo studio delle basi neurologiche coinvolte nella creazione e contemplazione di un’opera d’arte.

“L’acquisizione di conoscenza – afferma il neurochirurgo Giulio Maira del Gemelli di Roma- è tra le funzioni fondamentali che si possono ascrivere al cervello. E l’arte rappresenta una delle più raffinate modalità di acquisizione di conoscenze. Vedere è il risultato di una trasformazione del mondo esterno in un nostro mondo percettivo in cui svolgono un ruolo essenziale la nostra precedente conoscenza, la nostra cultura e persino il nostro stato d’animo”
E la genesi di stati emotivi, positivi o negativi, in chi osserva una pittura, o ascolta una musica, o legge un libro, accostano il fruitore all’artista proprio per quella preziosa analogia che hanno le strutture cerebrali e che riescono a sintonizzare il fruitore all’artista e al particolare momento o modo con cui egli si esprime.

Anche lo studio di soggetti che presentano difetti genetici o lesioni cerebrali localizzate permettono nell’ambito di quella Neuroestetica di comprendere meglio le connessioni tra corpo, mente e cervello, che con un filo sottilissimo uniscono artista e fruitore dell’opera.

Ma questo percorso non mi ha dato ancora alcun aiuto su un quesito che stava all’origine del mio studio, che scaturiva dalla considerazione sull’alta incidenza di patologie neuro psichiatriche presenti negli artisti.
La neuropatologia è essa stessa stimolo artistico, attraverso una percezione distorta della realtà o una interpretazione non comune della stessa realtà, o è piuttosto la genialità dell’artista che porta nel tempo ad alterazioni percettive o distorte che per noi sono sempre fonte di emozioni e attivatrici delle connessioni neuroniche del nostro cervello?
La teoria che arte e follia sono strettamente legate ha affascinato filosofi e uomini comuni sin dai tempi di Aristotele.

Oggi le neuroscienze attraverso nuove metodologie scientifiche (RM funzionale, neuroni a specchio, ecc.) sono in grado di spiegarci molte connessioni; forse, però, noi preferiamo vivere o rivivere le emozioni lasciando nel mistero quei sottili fili che uniscono il nostro cervello o la nostra anima a quella dell’artista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *