Artisti: sussurri del tempo di Sebastiano Grasso

A chi mi chiede cosa significa essere artista rispondo laconico:- è un’irrinunciabile condanna!

Chescjartiscj: int stranie (strambe), ducjmats! … Oh Signôr… a son une peste (plaie)[1], sono gli sfoghi delle anziane inquiline che vivevano presso la corte del pittore, il carnico Arturo Cussigh, snervate dagli umori altalenanti del maestro.

Il genio imponeva al pittore un silenzio estraniante, dissacrante, rigoroso, dove il mondo degli umani restava inghiottito altrove e ogni difficoltà era una minaccia, causa di un’occasione persa. Questo preciso ricordo suscitò in me la convinzione che essere artisti non era, in realtà, una benedizione dal cielo. Ironia della sorte, tale persuasione mi procurò non poca perplessità allorquando capii di avere una certa predilezione per la tavolozza.

Al di là delle (non poche) accezioni popolari che colorano i luoghi comuni su questi “sfigati”, le telegrafiche definizioni, che ci regalano i dizionari, indicano come “artista”(dal lat. mediev. «maestro d’arte») colui che esercita le belle arti, che ha fine senso dell’arte ed è aperto al sentimento del bello.

L’aspetto dell’argomento che ritengo più interessante sono gli indizi che ci regalano le analisi psicologiche. Evidenziano che si tratta di individui dotati di particolari qualità/abilità ma anche di limitazioni/difficoltà, e che solo attraverso la creatività, ovvero l’arte, riescono ad esprimere concetti, a realizzare progetti dal forte impatto visivo/emotivo, in grado di consegnare un significato. Le parole, spesso, non sono da sole sufficienti a dare un volto alle emozioni.

Nel corso della mia vita ho sperimentato l’inquietudine dettata dal non riuscire a tradurre le emozioni, quelle nate sulla riva di un infinito, o sull’orlo di un precipizio.

L’arte nasce con l’uomo e le primordiali forme artistiche possedevano una grande potenzialità, catartica nonché religiosa, di elaborazione degli accadimenti e di divulgazione di cultura, norme popolari ed evocazioni.

Nei secoli, la strumentalizzazione politica ha privato l’arte della sua intrinseca “genuinità”, ha estorto un messaggio. Tuttavia, la sua natura fondamentalmente psicologica è sopravvissuta, e questo perché non esiste arte che non sia prodotta anzitutto dall’istinto.

Ne deriva allora che l’artista è tale per destino (vocazione), non per scelta. Traduce il suo disagio e, per far questo, non è tenuto ad inseguire necessariamente il bello assoluto, l’armonia, bensì si afferma la dissonanza, lo squilibrio, la denuncia, l’assenza della presenza. Dunque, traduce il suo disagio e lo trasforma in forme.

Queste strutture comunicheranno con altri individui e attraverseranno la soglia sensoriale solo a patto di riuscire a soddisfare l’altrui attesa. La lettura dell’opera d’arte (compresa la singolarità espressa dal genio precursore) è un puro atto istintivo. Altra cosa è la sua divulgazione.

Diverse scuole di pensiero sostengono, oggi, che un’opera più è trasgressiva, disturbata o disturbante, più è vincente. Qui, ancora l’idea che un’opera è bellissima solo perché è bellissima, pur carente di poetica e di struttura.

“…abbiamo, a differenza del passato, un mercato che ci propone cose orrende, valutando dei disgraziati come artisti. Però è difficile che un artista vero, serio, non diventi un apprezzato artista. Questo è l’aspetto centrale: il problema non è quando il mercato “fa” l’artista, il problema è quando “tenta di fare” l’artista senza riuscirvi. Ma quando l’artista è un vero artista, sia Guttuso oppure Freud, il mercato non può che attestarlo. Quindi teniamo fermo questo elemento: non essere preda del mercato ma neanche abolirlo.” (Gillo Dorfles).

Per capire se un artista è tale, è necessario osservare le sue opere senza pregiudizi. In genere, non è la tecnica esecutiva che preclude la predisposizione, quanto il sentimento, l’approccio, lo stato d’animo. Coloro che dicono:“quando dipingo questi prati, queste figure, mi rilasso, sono in pace con il mondo, faccio ciò che mi piace!”, ebbene questi, forse, saranno sì dei bravi pittori, ma non saranno artisti perché non “cercano”, non sentono, la necessità di dissetare il travaglio interiore. Agguantare quel lampo, il tempo, l’istante capace di congelare l’eternità!

E’ indubbio che un artista sia condizionato dal mondo che lo circonda, tuttavia non dovrebbe essere la mera propaggine di una moda, né un soggetto che riversa sugli altri il proprio mal di vivere senza un adeguato filtro. Piuttosto, l’artista dovrebbe essere colui che acquisisce consapevolezza della propria realtà e la manifesta per dare una nuova chiave di interpretazione ai modelli esperienziali, offrendo nuove soluzioni che interessino l’ambito personale e sociale.

L’artista offre un’emozione, lo spettatore raccoglie il messaggio che, magari, ricorderà e potrà utilizzare.

Come accennato, il mio approccio all’arte si risolve principalmente nella pittura. Sono un romantico, un visionario, assecondo l’istinto veicolato dalla maturata abilità tecnica. Se i miei primi maestri di riferimento sono stati il Caravaggio, J. Constable, W. Turner, C. Monet, I. Caffi, G. Segantini, P.da Volpedo, V. Van Gogh, poi ho osservato con attenzione le visioni più o meno intimistiche di V. Hammershoi, C. Mattioli, C. Bonicatti, M. Bohne, ma anche l’informale pragmatico di P. Mondrian, H. Hartung, G. Richter, oquello romantico di J. Pollock, M. Rothko e N.de Staël.

Un discorso a parte merita il mio confronto con la terra dei miei avi, la Sicilia, e con un siciliano di Scicli, Piero Guccione. La sua visione incarna ciò che di più alto ho sempre ricercato nella pittura: l’amore per la luce, il garbo lirico della composizione, l’urlo soffocato nel silenzio di ogni assolata distesa.

La Sicilia è una meravigliosa terra d’incanti, di contraddizioni, di luce. In quest’isola Guccione non è l’unica personalità di spicco in campo artistico; qui, una folta schiera di artisti si muove con assoluta personalità, consegnando opere di altissimo livello espressivo.

L’espressione artistica muta con il divenire: ciò che era necessario dieci anni fa, ora non lo è più. Le mie composizioni, per esempio, adesso cercano quella quiete ritmica post-minimale, tanto cara, per esempio, al disincanto esistenziale, agli ambienti frugali e lineari, con cui si esprime una certa musica neocalssica (dal simbolismo di C. Debussy, all’ambient di E. Satie, alle avanguardie A. Part passando per B. Eno, sino a L. Einaudi, N. Frahm, O. Arnalds, M. Richter, J. Johansson e D. O’Halloran). E’ noto il fatto che dal confronto intellettuale che esiste tra gli esponenti delle varie discipline artistiche (vedi i manifesti) si determina una sorta di “continuum espressivo”.

Assodato che l’aspetto sociale condiziona parte dell’espressione artistica, è consequenziale sostenere che gli artisti determinano il “sapore” della storia. Ogni rappresentazione artistica  è figlia del suo tempo; le repliche anticipano stati di decadenza, si osserverà mancanza di idee, paura, rabbia e disagio sociale.

Dell’anno 1948 è il romanzo utopico “Walden due” dello psicologo statunitense Burrhus F. Skinner; qui il Dott. Frazier sostiene <<Questa non è una grande epoca né per l’arte né per la musica. Ma perché non lo è? Perché la nostra civiltà non dovrebbe produrre arte con la stessa abbondanza con cui produce scienza e tecnologia? Ovviamente perché mancano le condizioni. …Ciò di cui si ha bisogno è una cultura. C’è bisogno di offrire una vera occasione di affermarsi ai giovani artisti.>>.

Rispetto alle condizioni e agli auspici che Skinner, settanta anni or sono, fa “tracciare” al suo demiurgo Frazier, oggi non è cambiato molto nella sostanza. Sebbene la cultura e l’arte abbiano conosciuto una diffusione globale, paradossalmente c’è un profondo stato di apatia generale, di disinteresse e di ignoranza crescente e/o indotta. La gente è stata sapientemente, volutamente, distratta, stordita, non ama frequentare le gallerie, i teatri e circoli letterari, ma ciò che è peggio, è dato dal fatto che non sa discriminare e non si frequenta; preferisce di gran lunga le scommesse calcistiche, e le garanzie ed i privilegi di un rifugio virtuale.

Forse l’arte dovrà raggiungerli lì? Forse! In tal senso ci sono già vari esempi d’arte sul web, del tipo “mordi e fuggi”: videoclip, performance, gallerie virtuali, ecc.. Di certo l’arte sposterà il proprio baricentro verso nuove frontiere sensoriali; sarà un chiosare a singhiozzo, spesso contrapposto a messaggi subdoli, opachi.

In questo contesto – eccezione alla “regola” – una breve parentesi la merita ancora la Sicilia. Seppur con le sue difficoltà, l’arte nell’isola si “sente”, è vissuta nelle terrazze della riviera Jonica, nei salotti barocchi di Acireale, tra gli assordanti silenzi degli altopiani Iblei, nei deserti cocenti del Belice. Esiste uno zoccolo duro che promuove e distribuisce eventi lowcost, “festival di frontiera” (e amo ricordare l’amico scomparso Sebastiano Gesù).

A chi mi dice che siamo nelle viscere di una nuova stagione medioevale, rispondo prendendo in prestito la Seconda legge della Termodinamica: l’Entropia si rivela capace di produrre ordine, e non soltanto di distruggerlo.

Se tutto ciò è ciclico, spero che quest’epoca sia il preludio di una grande stagione per l’umanità. La consapevolezza è il suo ineluttabile destino, diversamente sovrasterà il nulla, l’estinzione.

Sono fatalista nella misura in cui sostengo che ogni società ha i suoi anticorpi; esiste un’esigua parte di umanità capace di porsi le giuste domande e pretendere adeguate risposte. Nei miei progetti futuri? Continuare a studiare, a osservare, restando sempre in ascolto, pronto a cogliere il fremito dell’anima, a regalare quel sussurro capace di ricondizionare le attese.

[1]“Questi artisti: gente strana; tutti pazzi!… Oh Signore… una peste” (traduzione dalla lingua carnica a cura di Patrizia Fedele).

About Sebastiano Grasso

Sebastiano Grasso (Udine, cl.1965), pittore. Apprende i primi rudimenti dal carnico Arturo Cussigh (allievo di Morandi, Guidi e Saetti). Pur collocandosi nella sfera dei pittori, cosiddetti, “autodidatti”, l’artista vanta una formazione accademica. Ha fatto parte del gruppo artistico: “I dodici movimenti (Sicilia - Acireale)” e “I pittori della luce” (Triveneto). Ha esposto in prestigiose collettive (tra gli altri, con P. Guccione, S. Alvarez, F, Sarnari, il Gruppo di Scicli, A. Forgioli. R. Savinio, A. Gio-vannoni, C.M. Feruglio, Ennio Calabria). E’ presente in varie collezioni private e pubbliche. Vinci-tore della XII^ Biennale d’Arte Internazionale di Roma.

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