Aspettando Ade di Alessandra Astorina

Non molto tempo fa, durante un seminario tenutosi a Pubblic/azione, ho scoperto, con grande sorpresa, che una giovane archeologa siciliana ha intitolato un suo lavoro, basato sul ritrovamento di un frammento archeologico costituito da un ricciolo blu, “Aspettando Ade a Morgantina”.

In quella occasione, il frammento fu comparato con una testa in terracotta barbuta policroma, di dimensioni pari al vero, raffigurante il Dio greco degli inferi, datata all’età ellenistica, tra il IV e il III sec. A.C., trafugata da Morgantina sul finire degli anni settanta e subito confluita nel black market delle antichità senza provenienza. La testa fu acquistata nel 1985 dalla istituzione californiana che decise, in seguito a diversi ritrovamenti, di restituirla al suo luogo d’origine.

Avendo già scelto il titolo del mio lavoro che appunto è “Aspettando Ade”, la scoperta mi suscitò un sentimento di felicità e nello stesso tempo qualcosa che avvertivo con un senso di familiarità. Mi domandai cosa potesse significare che, dal punto di vista archeologico, la Sicilia intera e non solo io, stessimo aspettando Ade. Come potete vedere dalla foto Ade è bellissimo, qualcuno direbbe “un gran figo!!!”.

La bellissima testa ci mostra Ade come un Dio affascinante ed attraente così come non lo avremmo mai immaginato.

Nei racconti del mito che lo riguardano il viso di Ade è coperto quasi sempre da un casco di pelle nera che gli conferisce il dono dell’invisibilità.

Gli antichi greci consideravano di malaugurio pronunciare il nome di Ade e dunque facevano riferimento al Dio dei morti con altri appellativi, tra cui Plutone (il ricco), Polidegmone (l’ospitale), Climeno (il rinnovato), Dis Pater e Zeus dell’oltretomba.
Ade non fu mai considerato una divinità maligna, o ingiusta, così come la casa di Ade, l’oltretomba non era un soggiorno infernale, Ade non tormentava i defunti poiché il compito di punire i malvagi spettava alle Erinni. I morti giungevano agli inferi dopo essere stati accompagnati sulle rive del fiume Stige dal Dio Hermes. Là gli spiriti dei morti offrivano una moneta al barcaiolo Caronte per attraversare le grigie aque del fiume mentre Cerbero, il cane a tre teste, impediva loro di tornare nel mondo dei vivi.

Ad ognuna delle strane creature che abitano l’Averno è assegnato un compito ben preciso. Il mondo di sotto è gestito e custodito da Ade, il quale è poco interessato al mondo di sopra e non se ne occupa, fino al rapimento di Kore.
Il ratto di Persefone è compiuto. I siciliani conoscono bene questo mito. A Catania è rappresentato da una bella fontana all’entrata della città.

I corpi dei due protagonisti si ergono nudi e maestosi, attorno dei cavalli e potenti zampilli d’acqua. Ade cinge il corpo di Persefone ed ella sembra voler fuggire da quella morsa, da quell’eccitazione tanto inaspettata quanto, allo stesso tempo, attesa.

Essendo catanese, fin da bambina, ogni volta che mi imbattevo in quella fontana, restavo abbagliata ed affascinata. Avrei voluto fermarmi, guardare, chiedere agli adulti di raccontare e di spiegare perché mi sentivo così attratta da quell’abbraccio che, ai miei occhi, appariva dolce e violento allo stesso tempo. Spesso mi sono domandata chi fosse quel Dio venuto dall’oltretomba, ero curiosa di conoscerlo, di incontrarlo e forse anche di esserne rapita.

I sogni e le fantasie di Kore, la bella fanciulla, così la chiamavano i greci prima che diventasse la regina dell’Averno, sono i medesimi di ogni adolescente che si appresta alla vita adulta. Ci si sente sottratti improvvisamente alla vita infantile, separati dalla madre e non più protetti.
Penso che il mito rappresenti e descriva proprio tale passaggio. I turbamenti e le emozioni che accompagnano l’individuo durante la crescita. Dall’altro lato credo che il mito tenti di spiegare la necessità del terzo, dell’Altro, di un tempo diverso. Un bisogno insito nell’essere umano che sembra interrompere catastroficamente un ritmo, per crearne un’altro. A tal proposito in un interessante lavoro Francesco Siracusano scrive:

La dualità generando il terzo si apre alla molteplicità, allo scambio, alla socializzazione, inaugurando una serialità di identificazioni, relazioni con oggetti umani e non, sublimazioni e tutta l’infinita possibilità delle realizzazioni umane e simboliche”. Più avanti scrive: “Il terzo può irrompere scuotendo la stabilità della coppia e portare alla crisi e alla rottura del primitivo legame per crearne uno nuovo”.

La coppia madre-figlia deve creare il terzo per sottrarsi ad una eterna simbiosi. Possiamo dunque pensare che Ade rappresenti il terzo necessario affinché ciò si realizzi? Demetra, Persefone e Ade sono la stessa persona o, potremmo dire, parti ed aspetti dell’individuo, che si intrecciano e si dipanano lungo l’arco della vita.

Leggendo le varie e diverse interpretazioni del mito, Ade è poco descritto, in rare occasioni sale nel mondo dei vivi e il più delle volte appare nel racconto di personaggi che lo hanno incontrato perchè costretti o decisi a scendere nell’Ade: Orfeo, Ulisse, Achille, Ercole, ecc.
Il mito di Ade dunque non esiste se non nelle vicende di questi coraggiosi eroi. Infatti sembra che siano proprio gli altri a descrivere Ade, a presentarlo e a raccontarlo. Cioè, se il terzo viene creato dalla coppia, è con gli occhi della diade madre-figlia che è possibile incontrare Ade, farlo apparire da sottoterra, odiarlo, amarlo e desiderarlo.

Spiega Siracusano in tal senso: “Il terzo è sempre virtualmente presente e se non c’è deve essere inventato“, o sognato aggiungo io. Persefone lo sogna come un grande e potente re di fuoco e Demetra lo immagina come un terribile drago, con spietate zanne, che le ha sottratto la figlia. In entrambi i casi Ade ci appare come un aspetto contraddittorio e perturbante della coppia.

La nostra piccola Kore ci mostra quanto sia difficile e complicato crescere avendo a che fare con il proprio mondo interno. Il desiderio di allontanarsi dalla madre e, nello stesso tempo, la paura terrificante di ciò che il mondo esterno suscita in lei. Desiderio, eccitazione, confusione e turbamento.

Certamente il ritorno a casa è un calmante per la nostra adolescente, ma ella avverte in cuor suo che nulla può rimanere immutato per sempre. E con la stessa enfasi e preoccupazione Persefone confida alla nutrice ciò che alberga dentro di lei, un’energia da cui si sente pervasa e, nello stesso tempo, una potente forza a cui non può sottrarsi. Bisogna lasciarsi rapire dal proprio mondo interno, seguirlo e farsi trasportare, anche se ciò richiede il doloroso ma necessario sacrificio di quel paradiso simbiotico che mai vorremmo perdere.

Demetra e Persefone sognano Ade e, in qualche modo, possiamo pensare che i loro presagi onirici svelino il desiderio dell’attesa di un terzo, re o mostro che sia. Quel terzo che prima di tutto ha origine nella coppia e che, sconvolgendo ogni equilibrio, apporta un cambiamento ed un nuovo ordine ciclico nel mondo.

L’eterna e immobile primavera in cui la coppia è immersa nelle prime scene del racconto del mito, viene sovvertita e stravolta da una scena completamente opposta che, secondo la mia ipotesi, è all’origine del movimento e dunque della sanità mentale. Cioè quel mondo di sopra, lieve e profumato, in cui Core e le ninfe incedono, vergini e limpide, non può durare per sempre e, se ciò accade, si rimane intrappolati nell’impossibilità di identificarsi con l’altro, “…con un terzo...” direbbe Siracusano.

Nel mito, in un primo momento, la madre sembra incapace di identificarsi con la figlia e viceversa. Demetra si sente ferita e arrabbiata per la perdita della figlia e, di contro, Persefone vive la dolorosa rottura del rapporto con la madre. Ade rappresenta ciò che da sempre, dell’una o dell’altra parte, si sottrae al riconoscimento di un sopra e di un sotto ma, è anche l’unica dirompente possibilità di movimento e di trasformazione. Possiamo dunque pensare che il terzo, in questo caso, sia rappresentato dall’analisi? Come se il lavoro analitico avesse da un lato interrotto un sistema chiuso di immobilità e, dall’altro, creato nuovi significati e la possibilità di nuove identificazioni.

Scrive Siracusano: “L’intervento del terzo termine, che si può anche concettualizzare come genesi del terzo termine da parte della coppia stessa, instaura una frattura della diade, separa il bambino dalla madre, crea la struttura“.

La terzietà è appunto strutturante in vari sensi:
− riconosce l’esistenza autonoma di madre e figlio: Demetra è separata
dalla figlia Kore;
− dà un nome ed un posto al bambino: Core raggiunge un luogo e si
chiamerà Persefone;
− ordina i rapporti di parentela: nel mito si stabiliscono i rapporti ed i
ruoli: Zeus interviene come padre, Ade è lo sposo ma anche lo zio,
nonché fratello di Demetra;
− crea la famiglia al posto della coppia: nel mito Persefone diventa
sposa e regina oltre che figlia di Demetra;
− crea la comunicazione verbale: nel mito si attivano dialoghi e
comunicazioni tra i diversi personaggi;
− instaura un ordine normativo: nel mito Persefone potrà tornare dalla
madre per un tempo prestabilito; le regole del mondo di sotto sono
diverse da quelle del mondo di sopra;
− introduce il simbolico in luogo dell’immaginario: nel mito Persefone
mangia dei chicchi di melograno. Tale frutto è simbolico del fatto che
ella decide di accettare il suo destino di sposa e regina dell’Ade;
− introduce lo spazio nella relazione: nel mito Ade crea una
separatezza tra madre e figlia e, quindi, una prospettiva di ritorno.
Seguendo questa ipotesi il mito che stiamo studiando ci appare
completamente diverso da come fino ad ora lo abbiamo interpretato.

Possiamo dunque pensare che Ade rappresenti il terzo necessario alla strutturazione di un tempo e di uno spazio plurimo e stratificato, dove il movimento da sotto a sopra e viceversa, regolarizza e armonizza l’universo.

Il rapimento di Kore consente di non restare intrappolati nè tra i vivi e nè tra i morti. Determina un contatto ed una comunicazione tra i due mondi che, come gli stessi personaggi del mito ci svelano, è necessaria e vitale.
Ritengo che, in alcuni casi, il rapimento non dia avvio e propulsione al movimento ma, al contrario, ci si può sentire incastrati o nel mondo di sotto o nel mondo di sopra, dando origine alla malattia.

Nello struggente monodramma di Goethe dedicato a Proserpina, il poeta la immagina prigioniera dell’aldilà, triste ed angosciata perché separata dalla madre Demetra e dal padre Zeus. Ella non accetta il suo destino e vaga per le infinite distese dell’Averno.

Utilizzando un vertice psicoanalitico possiamo affermare che quando la pulsione di vita si separa dalla pulsione di morte ha origine la malattia. Nel senso che entrambe le tendenze, verso la vita e verso la morte, devono poter interagire e dialogare. A tal proposito Freud ci spiega il carattere conservativo della vita pulsionale dell’individuo, egli scrive:”Partendo da speculazioni sull’origine della vita e da paralleli biologici, trassi la conclusione che, oltre alla pulsione a conservare la sostanza vivente e a legarla in unità sempre più vaste, dovesse esistere un’altra pulsione ad essa opposta, che mirava a dissolvere queste unità e a ricondurle allo stadio primordiale inorganico. Dunque oltre ad Eros, una pulsione di morte; la loro azione comune o contrastante avrebbe permesso di spiegare i fenomeni della vita“.

Più avanti aggiunge: “Le due specie di pulsioni di rado, e forse mai, appaiono isolate, ma sempre si frammischiano in proporzioni diverse, assai variabili, rendendosi in tal modo irriconoscibili al nostro giudizio”.

Le due pulsioni insieme, dunque, sono conservative, nel senso che il  loro strutturarsi e il loro destrutturarsi da origine alle dinamiche dei fenomeni fisici e psichici dell’essere umano.
Se da un lato Goethe ci mostra la sua Proserpina incastrata nel mondo di sotto, Ritsos (poeta greco ndr.) ci racconta, nel suo straordinario ed incompiuto poema, una Persefone che ritorna nel mondo di sopra e che sembra non adattarsi alla luce.

Tornando alla mia ipotesi, ciò che fa ammalare l’individuo è l’incapacità o l’impossibilità di compiere quel movimento-lavoro, vitale e necessario, dal mondo di sotto al mondo di sopra e viceversa. “Il fallimento della terzietà“, spiega Siracusano.

Possiamo dunque pensare che la Persefone di Goethe e la Persefone di Ritsos rappresentino due condizioni umane in cui il movimento ed il collegamento viene a mancare. Sia l’una che l’altra si sentono deprivate del mondo che hanno dovuto abbandonare.
Il rapimento costituisce l’avvio di una funzione della mente fondante che dà inizio a innumerevoli ed infinite separazioni e ritorni. Da quell’istante ogni personaggio coinvolto nel mito cambia, imbattendosi in emozioni nuove e contrastanti. Demetra e Persefone hanno bisogno di Ade, così come Ade ha bisogno della coppia, per irrompere e creare la strada di discesa e di risalita dagli inferi.

In alcune interpretazioni del mito si evince quanto lo stesso Ade si ritrovi a desiderare di amare e di essere amato. Scrive Romano a proposito della funzione sestante:
La donna è naturalmente e geneticamente un sestante. L’individuo ha il necessario bisogno di sapere, in ogni momento della sua vita dove è. Il sestante non è una bussola ma lo strumento che ci consente di individuare quel punto esatto in cui ci troviamo e da cui poter ripartire”. Ade sapeva bene dove si trovava, o forse no. Possiamo ipotizzare o immaginare che abbia sentito la necessità di un sestante? Cioè: sono il re dell’oltretomba, governo questo mondo da sempre ma, a volte, mi sento invisibile e non so più dove mi trovo!!!

Nel secondo libro dedicato al rapimento di Proserpina, Claudio Claudiano ci mostra un Ade colpito dall’amore che, con dolcezza e fermezza, cerca di alleviare il dolore e lo stupore della sua futura sposa. Poco prima di entrare nel regno delle ombre egli le dice:
Cessa Proserpina, di torturarti l’animo in pensieri funesti e in vana paura. Avrai un regno più grande, né subirai le nozze con uno sposo di te indegno.
Io sono prole di Saturno, a me obbedisce la macchina del mondo,
per l’immenso vuoto si estende il mio potere.
Non credere di aver perduto la luce: abbiamo altri astri, altre orbite,
vedrai un chiarore più limpido e più ammirerai l’elisio sole e i più
abitanti; là è l’umanità più nobile, vi soggiorna l’aurea stirpe e noi
possediamo per sempre ciò che sulla terra fu meritato una sola volta.
Avrai morbidi prati; tra soffi più dolci esalano fiori perpetui, quali non dà neppure la tua Enna“.

Con queste parole Ade non solo accoglie la sua futura sposa ma, in qualche modo, definisce se stesso. La presenza di Persefone accanto a sè, gli indica il punto esatto in cui si trova, lo rende visibile agli occhi del mondo.
Infatti, dal loro matrimonio, Ade e Persefone saranno rappresentati artisticamente e coinvolti in diversi miti come una coppia stabile ed unita.

In una leggenda si racconta che, durante un’epidemia, i figli di un certo Valerio si ammalarono. Egli chiese agli Dei cosa potesse fare per salvarli. L’oracolo gli ordinò di far bere dell’acqua del fiume dedicato alla coppia di Dite e Proserpina. I figli guarirono e da quel momento in quel punto del fiume sorge l’altare sotterraneo del Tarentum, posto sulla riva sinistra del Tevere, dedicato alle due divinità. Questa leggenda ci segnala un passaggio: Ade senza la sua regina non poteva essere nominato, non c’erano altari, riti e sacrifici in suo onore.

Dal rapimento in poi la coppia ha assunto un’identità e una collocazione che rende il regno dei morti importante e fondamentale per la vita stessa. Infatti nel Tarentum si celebravano i ludi speculares, cerimonie solenni ed enigmatiche che cadevano ogni 110 anni, un periodo in cui si chiudeva un ciclo di generazioni e ne iniziava un altro con diverse caratteristiche. Il rituale segnava il chiudersi di qualcosa che mai più può essere, ma che contiene in sè il seme di un nuovo ciclo di generazioni ed eventi.

Penso e credo che ad un certo punto dell’esistenza ognuno di noi si debba far rapire. Solo se ciò accade scopriremo chi è Ade e quanto il suo irrompere ci possa arricchire e completare.

Nel dramma lirico dell’argentino Castro, tradotto da Eugenio Montale dal titolo “Persefone e lo straniero”, si capisce quanto Ade possa rappresentare anche lo straniero. E non solo lo straniero che è dentro di noi ma anche il clandestino che ogni giorno sbarca in Sicilia, alla ricerca di un asilo politico. Ade, dunque, arriva tutti i giorni su quest’isola: egli ci commuove, ci stravolge, ci irrita, ci spaventa, ci contagia, ci cambia e ci arricchisce perché, come scrive Riccardo Romano, “Sacro è lo straniero”.

Egli afferma: “Lo straniero, proprio in quanto viene da fuori, può essere il distruttore o il salvatore, comunque apporterà un cambiamento a tutti i livelli: dalla condivisione degli spazi, alla contaminazione delle culture, dall’ibridazione delle lingue alla mescolanza dei geni. Questa è la ragione principale del rifiuto dello straniero: la resistenza al cambiamento la conservazione dell’attuale, consolidato.

Geograficamente e storicamente la nostra isola è un grembo materno che accoglie lo straniero da ogni parte esso arrivi. Tuttavia spesso mi domando quali siano le mie responsabilità come siciliana e come cittadina del mondo verso queste persone. Mi sono così risposta.

Considero e sento il gruppo dei miti come un luogo ed uno spazio in cui la funzione sestante della donna diviene e si trasforma in funzione sestante del gruppo. Cioè un gruppo può indicare il punto esatto in cui si trova ad un’altro gruppo, che non sa in quel momento dove è.

Forse gli immigrati sbarcano in Sicilia alla ricerca di un gruppo sestante per poi, una volta trovato, ripartire. Mi chiedo se non sia questa la nostra responsabilità, incontrare lo straniero per poi lasciarlo andare. In fondo Demetra rivedrà la figlia solo dopo una elaborazione del fatto che l’ha perduta. A questo punto credo di poter affermare che il mito del rapimento di Kore contenga innumerevoli ed infinite possibilità di interpretazione.

Tuttavia una fra tutte ha destato la mia attenzione ed il mio interesse: utilizzando le parole di Siracusano penso che il mito di Ade non sia un evento così individuale, fattuale o storico, ma un mito strutturale e strutturante in quanto fonda la possibilità della coesistenza e della civilizzazione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *