Attesa, angoscia, speranza

articolo di Luciana Mongiovì
ll lockdown, che ha contrassegnato tragicamente i mesi scorsi, ha seminato tracce i cui effetti saranno, ancora, in larga parte da scoprire, analizzare ed elaborare, così come accade nelle situazioni post traumatiche le cui ricadute psicologiche possono essere colte e comprese soltanto apres coup.
Dal lavoro clinico psicoanalitico registriamo una recrudescenza delle angosce paranoidi, associate a movimenti regressivi e a un accentuarsi dei bisogni di dipendenza affettiva, assieme a un’intensificazione delle paure legate allo stato di salute del corpo, da una parte.
Nel versante opposto, si evidenzia una tendenza di tipo controfobico, volta alla ricerca dell’ebbrezza e della superficialità (spesso confusa, invece, col bisogno di leggerezza), con ridotta percezione dei potenziali rischi e pericoli, per sé e per gli altri.
Un primo ordine di considerazioni può riguardare l’attacco, subìto, alla capacità di pensare, progettare e proiettarsi nel futuro.

Durante il periodo del lockdown, l’isolamento – quale condizione esistenziale per tutti noi inedita e inimmaginabile sino alla scorsa primavera, se non circoscritta nell’ambito della visione di un film di fantascienza – ha messo a dura prova tali capacità. Non solo rispetto alla possibilità (essenziale per la nostra mente) di dare senso e significato a quanto accadeva nel mondo esterno e, soprattutto, in quello interno, ma anche come precondizione per immaginare se stessi, il lavoro, le relazioni, gli affetti etc., in una dimensione futura, sia a breve che a lungo termine.
Il lockdown ha come arrestato il fluire continuo del tempo saldandoci in un presente immobile, refrattario a qualunque movimento, sia fisico che mentale. Ha stoppato progetti, programmi, iniziative ma, aspetto ancor più grave, ha congelato la capacità di proiettarsi nell’avvenire.
“Fino a quando durerà?” era la domanda che più frequentemente attraversava la nostra mente in quei mesi di isolamento, lasciandoci angosciati, vista l’incertezza di una risposta, quantomeno altalenante quella da parte degli “esperti”.
L’attesa, di un cambiamento e di un ritorno alla “normalità” (a quel punto tanto anelata), era intrisa di angoscia e paura.
In realtà, l’attesa, indipendentemente dal contenuto, è sempre associata per antonomasia ad angoscia.
Cos’è, tuttavia, che consente, o aiuta, a contenere e calmierare l’angoscia, l’incertezza, la paura? Qual è il dispositivo mentale che permette di recuperare o mantenere uno sguardo positivo verso il domani? Di pensare che un cambiamento sia possibile?
Questo dispositivo psicologico è, verosimilmente, la speranza. Quel senso o sentimento di fiducia che ci lega agli altri e dunque alla vita.
In “Furore” (1940) di J. Steinbeck si rappresenta proprio la possibilità di un nuovo inizio, l’eterno presente di quel miracolo della creazione e della trasformazione immanente alla natura delle cose umane
:
«duecentocinquantamila persone sulla strada. Cinquantamila vecchi catorci – fumanti, feriti. Relitti lungo la strada, abbandonati. Cosa gli sarà successo? Che fine avrà fatto la gente che viaggiava su quella macchina? Hanno continuato a piedi? Dove sono? Da dove arriva questo coraggio? Da dove arriva questa spaventosa fede?»

E senza andare troppo lontano, né nel tempo né nello spazio, basti pensare alla fiducia verso “un altro mondo possibile” della fiumana di persone, provenienti da paesi in guerra o poveri (perché sfruttati dall’imperialismo capitalista) che, ininterrottamente, da anni raggiunge le coste siciliane e greche, sfidando viaggi, appunto, della speranza!

La speranza ha a che fare col desiderio, di solito col desiderio di cambiare per raggiungere uno status migliore. Ma la sua qualità psicologica di mitigare gli eccessi più angosciosi è strettamente embricata nell’introiezione di rapporti affettivi primari abbastanza buoni, ovvero sufficientemente nutrienti e protettivi.
Nella relazione primaria si gettano le fondamenta della solidità di una fiducia di base che ci sosterrà e verrà in soccorso nei momenti più oscuri e incerti della nostra vita.
La speranza si configura dunque quale baluardo psichico che ci protegge dall’angoscia più terrificante e quale spinta, vitale creativa e feconda, in grado di proiettarci verso il futuro, verso il soddisfacimento di desideri e la realizzazione di progetti.
In “Invidia e Gratitudine” (1957) la psicoanalista M. Klein scriveva:
«ho riscontrato talvolta negli adulti un senso di risentimento per il fatto di non aver avuto la possibilità di piangere a sufficienza e di non aver potuto quindi esprimere la loro angoscia e afflizione (ottenendo così un sollievo); in questo modo né gli impulsi aggressivi né le angosce depressive hanno potuto trovare uno sfogo sufficiente»
e, aggiungo, uno spazio nella mente della madre in grado di accogliere quanto di terrificante proveniente dal bambino e così bonificarlo.
E’ questo, ad esempio, il caso della mamma che si angoscia sentendo l’angoscia del proprio bambino, di fronte a un pianto apparentemente inconsolabile o a una difficoltà nell’allattamento, e in tal modo tende a restituire al piccolo la sua angoscia di partenza, niente affatto trasformata in pensieri dalla mente dell’adulto.
In questi casi s’interrompe la necessaria comunicazione tra inconscio della madre e inconscio del piccolo, laddove, invece, il contatto profondo costituisce la condizione necessaria e fondamentale affinché il bambino possa vivere, in modo davvero completo, l’esperienza di sentirsi compreso nella fase preverbale,, esperienza cruciale su cui si edificherà il futuro della sua personalità.
La speranza così, in quanto derivato del ricordo di relazioni affettive profonde, piacevoli e soddisfacenti, rende possibile sviluppare uno approccio più carico di fiducia verso l’avvenire e il prossimo.
Nell’attesa, la speranza può allora contenere l’angoscia solo se si riesce a mantenere, o recuperare, un contatto con quell’esperienza primaria positiva (ovvero con l’oggetto buono o il seno buono) interiorizzato. Patrimonio preziosissimo, e niente affatto garantito, della geografia psichica di ciascuno.
Ai fini dello sviluppo di un adeguato atteggiamento di fiducia in sé e negli altri, è molto importante inoltre che un bambino possa sperimentare momenti riparativi rispetto alla propria aggressività e violenza, così da liberarsi da eccessi di sensi di colpa persecutori.
I genitori e gli adulti di riferimento, che riconoscono la distruttività del piccolo e gli consentono di poter riparare al danno derivante, gli fornisco un limite psichico che contiene la spinta ostile, riducendo le angosce associate ai desideri aggressivi.

 

Informazioni su Luciana Mongiovì

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista, è membro associato della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association. Lavora presso il suo studio a Catania con pazienti adulti, adolescenti e bambini. Si occupa di clinica e ricerca in campo psicoanalitico. I suoi interessi vertono innanzitutto sullo sviluppo affettivo con particolare attenzione ai livelli primitivi della mente e alla precoce relazione madre-bambino. Suoi oggetti di cura sono: i “sintomi della contemporaneità” quali ansia e attacchi di panico, depressione e sofferenza legata a separazioni e dipendenze; le vicissitudini psichiche dell’adolescente connesse al corpo che cambia; le problematiche riguardanti l’adozione; il disadattamento scolastico con eccessi di aggressività e/o chiusura. Collabora con la rivista pediatrica Paidos.
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