SULL’AGGRESSIVITA’ DEI BAMBINI

Genitori, insegnanti ed educatori si interrogano spesso sulla presunta valenza aggressiva di alcune condotte dei più piccoli, che possono sollevare difficoltà di gestione, specialmente oggigiorno dato il diffuso inserimento precoce dei bambini nella scuola materna se non, ancora prima, presso i nidi dell’infanzia.

In realtà, certi comportamenti dei bimbi – soprattutto quelli dei più piccoli (0-6 anni) – etichettati talora come segnali di aggressività, vanno almeno in parte reinterpretati.
Morsi, pizzicotti, tirate di capelli et similia.,

sono sì agiti violenti che provocano un danno o arrecano un dolore, tuttavia non vanno annoverati tout court come tipici indicatori di aggressività, in quanto non veicolano finalità meramente distruttive o di danneggiamento dell’altro, sia esso persona o oggetto.

Si tratta, infatti, di comportamenti attraverso i quali, in origine, i più piccoli cercano di scoprire e conoscere il mondo, ivi compresi le persone e gli oggetti che lo popolano.
Va da sé allora che il bambino, in questi casi, piuttosto che rimproverato più o meno duramente, va aiutato a pensare:

1) che quel morso o quel pizzicotto, tramite il quale egli prova a ispezionare il corpo di un altro bimbo e a stabilire un contatto con lui, produce comunque l’effetto di un dolore o fastidio nell’altro;

2) che esistono e si possono sperimentare modi più congeniali e apprezzati dall’altro per entrare in comunicazione e costruire delle relazioni.

Vediamo innanzitutto che morsi e tirate di capelli costituiscono una modalità esplorativa, di tipo sensoriale, che conoscono molto bene le mamme. Queste, per prime, vivono l’esperienza di fungere da “bersaglio” dei lattanti, attori di gesti a volte intensamente dolorosi, pur non di meno fisiologici perché rientrano fra i modi che i piccoli hanno a disposizione per esplorare il corpo della madre, in primis il seno, e al contempo stabilire una comunicazione profonda con lei.

Dal canto suo la madre si dispone – nei casi ottimali – nella condizione:

1) di accogliere tali atteggiamenti come modalità con cui il piccino conosce, comunica e stabilisce un rapporto;

2) di significare il senso di queste “azioni” nell’ambito di un dialogo e di una “relazione a due”, all’interno della quale – in altri termini – c’è anche una mamma che prova sensazioni, emozioni e sentimenti, ancorché ambivalenti, sia a livello fisico che psichico, coscienti e inconsci.

Ma ritorniamo al contesto interattivo in cui, ad es., Giulio – bimbetto di quasi tre anni – dà alcuni morsi a Marco, cuginetto o compagnetto di scuola o figlio di amici incontrato durante una festa.

Consideriamo, prima di tutto, che il nostro piccolo Giulio conosce a un qualche livello il dolore, perché ne avrà fatto esperienza nella sua pur breve vita, già soltanto a partire dalle immancabili cadute con conseguente “bua” sul ginocchio o sul braccino. Può essere aiutato in tal modo dall’adulto ad associare la propria esperienza dolorosa (la “bua” appunto) coi pizzicotti o i morsi che ha appena dato a Marco. Giulio va stimolato a pensare che Marco non è un oggetto come la macchinetta che a casa si mette in bocca e mordicchia o lancia lontano quando gioca, ma è un bimbo come lui, e come lui si fa male e piange se Giulio gli dà un morso.

Si tratta di sostenere quel fondamentale meccanismo psicologico dell’identificazione con l’altro, che favorisce la fuoriuscita da una posizione narcisistica nonché lo sviluppo di quel senso di compassione verso l’altro, che sta a fondamento della civiltà e del rispetto tra gli individui.
Analoga operazione si può generalizzare nel caso del rapporto del piccolo con gli animali e le piante.

Risulta, pertanto, quanto mai necessaria la funzione dell’adulto cui spetta il compito di incoraggiare il bambino a trasformare la modalità aggressiva in una interazione bonificata, abbandonando via via quella legata a una fisicità irruenta, immediata e impulsiva. E ciò è possibile dando sempre più spazio all’area del gioco e della comunicazione verbale, oltre che condividendo col piccolo un contatto fisico affettuoso e rispettoso.

Su un piano clinico, e non solo, si osserva talvolta come ad es. un bimbo che evidenzia delle difficoltà nello sviluppo del linguaggio tenda (o è costretto) a comunicare prevalentemente col corpo e la fisicità, attivando comportamenti che includono un ricorso al movimento eccessivo e continuo rispetto all’età anagrafica. Come se la penuria o l’immaturità del canale linguistico venisse “compensata”, ma solo superficialmente, con un eccesso di impulsività e foga. Nel senso che il piccolo, non disponendo di un adeguato apparato per esprimere i suoi pensieri (il linguaggio) e, presumibilmente, non avendo ancora sviluppato un maturo apparato per “pensare i pensieri”, tramite il quale poter comprendere e organizzare sensazioni emozioni e pensieri, “scarichi” – gioco forza – tutto (compresa la mole di frustrazioni) col corpo, mediante movimenti continui, frenetici e impulsivi.

Peraltro, tale “eccesso” viene talora confuso con un sintomo di iperattività che può preoccupare genitori ed educatori, nonché orientare verso presunte diagnosi, in realtà ben distanti dal comprendere quale sia la vera fonte della sofferenza del piccolo, e da qui poter approntare trattamenti adeguati per aiutarlo a stare meglio.

Al contempo, tuttavia, è importante riconoscere quando siamo di fronte a condotte aggressive che veicolano sentimenti di rivalità, gelosia, conflittualità. In tali casi occorre, in primo luogo, individuare l’emozione o il sentimento che sta provando il bimbo verso l’altro, così da aiutarlo a nominarlo e pensarlo.

L’adulto, genitore – educatore – insegnante, più che intervenire col rimprovero decontestualizzato, deve cimentarsi nello sforzo di capire qual è il significato dell’eventuale conflitto tra bambini. Più che fungere da giudice o censore, occorre che l’adulto aiuti il piccolo a elaborare stati d’animo, emozioni e desideri, che probabilmente non sta neppure capendo ma da cui si sente sopraffatto. Al fine di calmierare le punte emotive estreme per addivenire a migliori organizzazioni psicologiche e, soprattutto, a una più matura capacità di tollerare le frustrazioni.

Bisogna sostenere il piccolo nel contenere le proprie emozioni, ancorché intense. Ma questa competenza, più che a prescrizioni o consigli comportamentali che l’esperto può fornire ai genitori, attiene ed è fortemente condizionata dalla capacità che gli adulti hanno nel contenere le proprie emozioni. Competenza, questa, ben diversa dall’esercizio del mero controllo o, ancor peggio, dalla negazione delle emozioni a favore dell’idealizzazione di una posizione fredda e razionalizzante. Entra qui in gioco, ancora una volta, la mente della madre, dei genitori come singoli individui e come psiche di coppia, nonché quella del gruppo familiare di riferimento.

Ricostruendo la storia familiare e, in particolar modo, quella della coppia madre-bambino, scopriamo che talvolta, nell’altro polo della relazione affettiva, la madre – durante l’allattamento al seno o artificiale – ha percepito il figlio come avido, a tal punto da sentirlo esigente e pressante rispetto alle proprie capacità di nutrimento. Ciò può innescare una dinamica psichica segnata da fantasie, nella puerpera, di tipo intrusivo e persecutorio da parte del lattante avido ed insaziabile; fantasie che possono sfociare in vissuti, da parte della madre, di chi è sfondabile, cioè senza un fondo, un limite, quindi sfruttata e svuotata delle proprie “cose” buone.

Per inciso, abbiamo ricostruito – nel lavoro con pazienti donne seguite in psicoanalisi, che portavano in seduta vissuti così profondi e dal significato traumatico – che questo genere di fantasie si collocavano all’origine della scelta di far ricorso alla mastoplastica additiva. In questi casi, il ricorso alla chirurgia plastica si configurava quale tentativo di riparare, dall’esterno e superficialmente, un danno subito all’interno (nel mondo psichico), rispetto alla propria funzione di seno pieno e florido che nutre.

Le possibili conseguenze di queste dinamiche summenzionate sono la carenza e la precarietà di un contenitore psichico di cui può fare esperienza (e ha bisogno di fare) il piccolo nel rapporto d’amore e d’accudimento con la madre. Carenze e precarietà che inficiano la sua possibilità di interiorizzare, e di far proprio, un contenitore psichico quale capacità di contenere e trasformare la propria aggressività e impulsività.

L’aggressività, fra l’altro, difficilmente potrà essere mitigata e bonificata, a questo punto, da una corrente di tenerezza. Mi riferisco, ad es., ai casi di pazienti adulti che dopo anni di analisi, con un sogno che segnala un transfert erotico, portano in seduta un problema, antico e profondo, di mancata “defusione” tra sessualità e aggressività.

Aspetto, questo, messo in luce da Freud come “fisiologico” all’inizio della vita, ma che deve andare incontro, nel prosieguo dello sviluppo psicologico, a una differenziazione delle sue componenti. Ciò affinché la forza psichica vitale e pulsionale possa fungere da humus per la costituzione e il nutrimento di relazioni affettive più mature e soddisfacenti nella vita da adulti.
Appunto, tramite una sana e feconda commistione tra la “corrente sessuale” e la “corrente della tenerezza”.

About Luciana Mongiovì

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista, è membro associato della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association. Lavora presso il suo studio a Catania con pazienti adulti, adolescenti e bambini. Si occupa di clinica e ricerca in campo psicoanalitico. I suoi interessi vertono innanzitutto sullo sviluppo affettivo con particolare attenzione ai livelli primitivi della mente e alla precoce relazione madre-bambino. Suoi oggetti di cura sono: i cosiddetti “sintomi della contemporaneità” quali ansia e attacchi di panico, depressione e sofferenza legata a separazioni e dipendenze; le vicissitudini psichiche dell’adolescente connesse al corpo che cambia; le problematiche riguardanti l’adozione; il disadattamento scolastico con eccessi di aggressività e/o chiusura. Tel. Studio 095/090 26 06

2 Replies to “SULL’AGGRESSIVITA’ DEI BAMBINI”

  1. Domenico

    Interessante analisi del processo di apprensione dei minori. Imparare a conoscere i segnali dei nostri piccoli ci aiuta a farli crescere meglio. Far loro comprendere con modi pacati, senza rimproveri e urla, il giusto equilibrio tra giusto e sbagliato, porta i bimbi a comprendere il giusto modo di confrontarsi anche con loro coetanei. Presidente UDS D. G. Filippone

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