Il Gruppo di Polifemo

“Bella Cohen” di Adriano Fischer

“Bella Cohen” è stato pubblicato, adesso mi tocca chiedere scusa. Oppure offrire delle spiegazioni.

L’origine di questo libro risale all’aprile 2015 quando, partecipando al concorso letterario la Giara, vinsi la menzione speciale. Allora il libro aveva un altro titolo, più eloquente e meno sborone, ma la giuria, ricordo, lo apprezzò con plausi e ghignatine letterarie.

 

Il tema centrale era la scuola che si chiamava così, appunto, Bella Cohen. In seguito, ho preferito un titolo più breve, più pragmatico, perché… ma che ne so! forse volevo che fosse ricordato più facilmente, o forse perché l’idea che una prostituta desse il nome ad una scuola mi restituiva sorriso e conforto. Già, perché Bella Cohen è esattamente questo, una prostituta. Chi è amante dei libri incomprensibili e immensi, quali l’Ulisse di Joyce, ricorderà che si chiamava in questo modo la maitresse di un postribolo frequentato da Bloom.

Scrivere, tuttavia, è un processo d’inesauribile frustrazione e inappagamento, ovvero non ero mai soddisfatto della versione che mi ripetevo completa e ultimata. E questo fino a quando mi sono convinto di siglare la fine, lasciare che qualcuno decidesse in mia vece, oppure offrisse un suo punto di vista che io non avrei saputo cogliere. I libri, alla fine, li fanno i lettori.

Eppure, ciò che era residuato di Bella Cohen non mi gratificava. Aleggiava qualcosa nell’aria che mi suggeriva di mollare il romanzo, abbandonarlo o lasciarlo decantare come il vino. Il tempo gli avrebbe conferito nuovi sapori, altri significati. Sta di fatto che la casa editrice Nulla Die deve averlo assaggiato un giorno e attribuitogli quel valore d’annata che meritava o che, inconsapevolmente, gli avevo assegnato. A questo punto bisogna fare outing, se non altro, per esordire con un senso a tutto questo. Il senso è che la scuola ha rappresentato per me sempre un tormento. Usando un gergo, quanto più condivisibile, direi che l’ho visceralmente detestata.

Ancora oggi, appena scorgo studenti con lo zaino onusto sulle spalle, piegati in due come ominidi in evoluzione, attraversare il varco della scuola, provo disagio, se non un forte senso di ripugnanza. Arriccio naso e fronte, torco la bocca in una smorfia di rabbia confusa a disgusto.

Fino a qualche anno fa pensavo che gli insegnanti fossero la causa principale del disagio culturale di questo Paese, gente che traduce in obbligo e asettica metodologia ciò che dovrebbe essere amato o, tutt’al più, gustato con la stessa parsimonia con cui si assume un distillato. Invece, la colpa non era loro, forse era di tutti o forse del sistema scolastico.

Ricordo bene i tumulti d’ansia e d’irrequietezza da adolescente. Un ragazzo non dovrebbe avere paura di un brutto voto o di una preparazione lacunosa. Eppure… eppure gli empirei arruolati, con l’afrore di sigaretta o con i capelli arroncati da suore carmelitane, ci stavano davanti, crivellandoci di superbia e di arroganza. E di giudizi.

Non è un romanzo sull’educazione, né un romanzo nemesi. Non svela e non rivela. Non ho cercato giustizia vilipendendo gli insegnanti, né ho scelto caricature infamanti o diffamanti. Li ho dipinti, se è giusto questo termine, come anime sofferenti, irrisolte, complesse e problematiche, e lo erano a tal punto che per ciascuna ero tentato di scrivere un romanzo a sé. Ognuno di questi personaggi stipa il bambino che non è riuscito a crescere, che non ha avuto una guida o che si è illuso di averla, il bambino che cerca ancora il suo posto nel mondo, e quello che da quel posto prova a fuggire.

E visto che, come diceva Scott Fitzgerald, non si può scrivere se non di se stessi, è anche vero che in ognuno degli insegnanti di Bella Cohen si nasconde l’autore: con le sue zone d’ombra, le sue miserie, le sue paure, quelle che non ha saputo elaborare, gli aiuti che non è riuscito a invocare.

Se penso al mio preferito, la mia mente fotografa immediatamente il professore Belmondo. L’ho chiamato Manlio, e solo casualmente ho scoperto che manlius in latino significa buono, una persona gentile. Manlio buono, lo è fin troppo, e lo è a tal punto da rifiutarsi di uscire da casa perché il mondo, la gente che lo popola, rappresenta un’incolmabile sofferenza.

Scampato da una colluttazione col padre di un alunno, non vuole sapere più nulla della scuola. Inventa malattie che lo barricano a casa. Non parla con nessuno, se non con la preside, per comunicarle, puntualmente, che la malattia lo tratterà ancora dentro le mura domestiche. È ipocondriaco, cinico, disilluso, ateo e misantropo.

Se è vero che l’invenzione letteraria non esiste e che ogni componente di una storia ha degli echi biografici, è plausibile che per Belmondo sia stato ispirato, più o meno inconsciamente, dal mio professore di filosofia. Si chiamava Viagrande.

A pensarci bene non so cosa quei due avessero in comune, salvo magari una gentilezza estrema e un’espressione bonaria. Aldilà di questo, non credo altro. Viagrande non mancava un giorno, neppure sotto epidemia, vestiva di tutto punto come, direi, un avvocato in borghese. In classe spiegava ogni cosa, ripetendola, per amor di professione, tutte le volte gli si chiedeva maggiori chiarimenti. Non si arrabbiava mai, glissava sulle intemperanze, sui disordini, sui ritardi, offriva un sorriso le cui gradazioni impercettibili erano sempre il metro del suo umore.

Belmondo in classe, invece, non è più rientrato da quando un papà ha tentato di strangolarlo. Si veste male, dozzinale, appalesa incuria verso se stesso, tanto da suscitare quasi tenerezza, compassione. Eppure, a un anno dalla stesura del libro, quando penso a Belmondo, i miei ricordi lo associano al mio vecchio professore. Che cosa vorrà mai dire?

Mi sono dato una risposta, soprattutto per omaggiare un uomo brillante come Viagrande che, un tempo, se non mi ha trasmesso amore per la filosofia, è riuscito comunque a infondermi curiosità, il desiderio di sapere, di scavare dentro le reti ingarbugliate del pensiero.

La risposta sfida facilmente la demagogia, ma riguarda il decadimento culturale e, quindi, umano da cui siamo stati investiti gli ultimi vent’anni.

Malate le istituzioni, malati chi le amministra e malati coloro che si mettono al loro servizio. È come se Belmondo fosse stato la naturale evoluzione, in un non riuscito processo di adattamento, di uomini come Viagrande.

In realtà, scrivere mi è sempre servito per incanalare la rabbia, l’aggressività e darle, in qualche modo, una direzione. Non che la direzione mi fosse nota a priori, ma sapevo, così per esperienza, che l’avrei appresa durante il mio viaggio. È questa la sensazione che essuda quando si affronta un romanzo. Lo scrittore procede alla propria autopsia prima di predisporre una terapia.

Più scrivevo e più mi ponevo domande su personaggi e situazioni che, però, si formavano naturalmente. Non li ho studiati, erano tutti lì che scivolavano dal dito al tasto, mettendosi al mio servizio e, a volte, camminavano da soli, per inerzia letteraria. Sì, sono cose ripetute un fottio di volte, ma se l’esperienza ha voce in capitolo non posso negarne una loro veridicità.

Ruggero Laconi è una di queste creature. L’insegnante di religione. Un uomo di mezz’età, un signore elegante, un ex seminarista cacciato via perché scoperto praticare attività sessuali estreme con un novizio. Laconi veste azzimato, per scelta ma soprattutto per esigenza.

Indossa, infatti, guanti perché le mani sono offese, tra contusioni ed ematomi, così come tutto il corpo fino al collo, la nuca. La stessa andatura, l’allure, l’insieme di gesti, trasmettono signorilità e grazia. Sono, invero, il camuffamento di un uomo che soffre dolori lancinanti su tutto il corpo, che ne limitano visibilmente i movimenti.

Su Laconi credo di aver calcato la mano. Più mi rappresentavo scene distorte e perverse, più provavo un piacere nuovo ed eccitante. Così, su due piedi, lo definirei il piacere del riscatto. È stato come se avessi trovato il modo di rifarmi sulla materia di religione, l’insegnamento più inutile della storia della scuola. Sfido chiunque a ricordare questa materia, o lo stesso insegnante, come qualcosa di formativo nella propria carriera scolastica, o ancora meno in quella più strettamente umana.

Quelli erano anni ostili, noi eravamo complessi e vulnerabili al contempo. La nostra mente era facilmente plasmabile, e le coscienze venivano forgiate a colpi di catechismo, giornaletti scandalistici, novantesimi minuti e appelli del martedì. La scuola sarebbe dovuta essere fucina di pensiero e di stimoli, non di storielle sulla moltiplicazione dei pani e dei pesci, o di leggendarie resurrezioni.

Eppure, rileggendo il romanzo, non ritengo di aver svilito Laconi. Penso, contro ogni mia previsione, di essere riuscito a conferirgli una dignità unica tra i personaggi che ho creato. Volevo riscattare me, e forse ho riscattato quell’insegnante su cui avrei desiderato infierire. Ma, se non è stato così, ci siamo aiutati reciprocamente.

Alla fine, ho tolto via lo scialbore di una categoria sempre tesa all’oblio, ho eliminato il grigiore di un’esistenza votata all’anonimato. Laconi era una macchina del sesso, a combustione veloce ed esplosiva, un uomo che faceva della sofferenza sessuale un rifugio dentro il quale lui era il sovrano. La scuola, i sentimenti, i colleghi, gli era tutto indifferente. Non voleva piacere a nessuno perché non era interessato a nulla.

Con la Bardolino e la Cordiali, rispettivamente insegnante d’inglese e di matematica, chi volevo colpire, chi provocare? La scuola, nella sua mediocre composizione di essere umani, o la famiglia, nella sua accezione tradizionale? O, ancora, tutte e due con un tratto solo?

La scuola rappresenta il luogo, per eccellenza, dove la figura individuo/insegnante è particolarmente combattuta tra un protocollo comportamentale e una natura, poco importa se nascosta o consapevole, incline a soddisfare istinti… ecco, repressi. Non so, magari sarà il naturale sviluppo di chi, per trent’anni, deve ripetere gli stessi argomenti a persone alle quali, se non frega nulla, dimenticheranno presto. La scissione psichica potrebbe indurre l’insegnante alienata a inventarsi una nuova realtà, o a forzare, edulcorandola, quella che sta vivendo. E crederla reale e più degna di quella che si è vissuta poco prima.

E’ così che sono nate la Cordiali e la Bardolino, una congestione traumatica tra pubblico e privato, tra chi si sceglie di essere e chi si è in realtà. Mi torna in mente un brano di De André: «quando finirai di farti scegliere e finalmente sceglierai». La Cordiali è una donna riservata e devota, un’insegnante comune a molte altre, nessuna caratteristica evidente; per lo più passa inosservata. Non salta mai una lezione, non per una marcata deontologia né per la passione che profonde nel lavoro, ma esclusivamente per i suoi studenti verso i quali nutre un amore struggentemente materno.

Sul versante opposto, invece, la Bardolino, donna esplosiva e molto seducente, vive dell’ammirazione e delle attenzioni del marito, il quale non solo non ricambia, ma le sfugge continuamente usando le più imbarazzanti giustificazioni. Le due storie si snodano come due rette che, incontratesi per puro caso in un punto, schizzano lontane e in direzioni speculari.

La Cordiali decide di forzare la natura, quella stessa alla quale aveva affidato le sue speranze. Pur di costituire una famiglia, sposa il collega omosessuale, e adotta, non potendo fare altro, un bambino. La Bardolino, dal canto suo, scoperta l’impotenza del marito, lo “brucia” per rifarsi con il padre di un suo alunno, molto più giovane di lei. Il tradimento, comunque, non distrugge la coppia, né arriva il perdono perché l’una non lo aspetta e l’altro non lo concede. Quel tradimento, al contrario, si rivela l’espediente per istruire i protagonisti che la loro felicità, o più umanamente pace interiore, non risiede nell’esclusività del rapporto bensì nella sua estensione.

Ho incontrato non pochi problemi nel presentare questo romanzo alle case editrici e agenzie letterarie, per diverse ragioni. Una difficoltà che definirei titanica è stato il genere di appartenenza. Sembra una cosa da poco e invece le case editrici, la maggior parte quantomeno, non chiedono altro.

Negli ultimi anni, è aumentata la mania del giallo – sembra che agli italiani piaccia molto questo genere – sicché le case editrici si muovono in questa direzione. Il tutto, però, cominciava a diventar svilente, perché molte letture erano condizionate da questa irreggimentata appartenenza: «è un giallo?» Avvertivo una crescente crisi itterica. Appena c’è un morto, il romanzo deve appartenere, inevitabilmente, a un genere determinato. In Bella Cohen il morto, anzi la morta, c’è, ma non serve a fornire uno stratagemma per individuare un genere.

Ricordo cosa mi scrisse una redattrice: «la preside Rampini muore troppo tardi, praticamente a fine libro. Non va bene, deve farla morire prima». La Rampini rappresenta, in fin dei conti, l’unico personaggio che tiene davvero alla scuola, per la quale ha sacrificato una vita. A mio avviso, incarnerebbe l’insegnante giusto, nell’accezione laicamente estesa: autorevole ma non autoritaria, rigorosa ma non rigida, un’insegnante che asseconda l’impegno e non il merito, che antepone il sapere alle ambizioni.

Sulla preside, il suo rapporto con il vice, quello sentimentalmente irrisolto con Belmondo, ne avrei da dire, ma non è su questo che mi volevo soffermare. Quello che mi premeva interpretare era la sua inverosimile dipartita. Inverosimile in quanto non esiste alcun colpevole, alcun esecutore materiale, né si può neppure parlare d’incidente. Non mi stupirei se vedessi un caso analogo su qualche manuale di diritto penale, in quelle sezioni dove si cerca di risalire all’elemento soggettivo del reato, in quel gioco di prognosi cui si dilettano i tecnici del diritto.

A me serviva, in estrema sintesi, che con la morte della Rampini, non solo se ne andasse l’ultimo mattone che reggeva il Bella Cohen, ma che a essere incriminato fosse l’unica persona che dalla scuola aveva tratto giovamento: Dante, il bidello.

Un’altra questione riguarda lo stile usato. Qui, convengo con i detrattori, o meglio con una a esser sinceri. Non dirò il nome ma si occupava di editing per una modesta, ma abbastanza nota, agenzia letteraria. Mi aveva lungamente indorato di complimenti per prepararmi alla stroncatura. Tattica intelligente, tuttavia sin troppo abusata. Nessun editore, vuoi per tatto, vuoi per opportunismo, sfanculerà crudelmente il romanzo di un proponente scrittore; tutt’al più, dovesse mai rispondere, informerà che l’opera non è rientrata nella linea editoriale.

Ad ogni modo, a questa signorina ripugnava – sì, ha utilizzato questo termine – la scelta del narratore onnisciente, che conosce tutto dei suoi personaggi, anche quello che ovviamente non può conoscere perché non presente nel momento in cui si sono sviluppati gli eventi. Checché sia stata l’unica a sollevare questa obiezione, confesso che mi ha fatto sprofondare in uno stato di scoramento che, ancora adesso, a pensarci, mi dà un certo disagio. Eppure, credo, riflettendo col senno di poi, che non avrei potuto muovermi diversamente. Scrivendo, ho vissuto momenti in modo così intimista e rabbioso da non riuscire a mollare la prima persona. La mia onniscienza, pertanto, è stata la mia vanità e la mia verità.

Un punto controverso è stato quello del commissario Gentilomo. Non so neppure quante volte ho riscritto gli interrogatori, e ho perso il conto, parimenti, delle volte in cui ho cambiato i connotati estetici e caratteriali di questo personaggio, quasi fossi guidato da un capriccioso piglio lombrosiano. L’ho fatto basso e balbuziente, alto e con la zeppola, l’ho fatto istituzionale e scemo, poi indisciplinato e tonto, e qui una certa simmetria mi lascia credere di avere le idee chiare sull’arma. Ancora adesso non capisco come sia uscito questo nome, Alfio Gentilomo, così asciuttamente meridionale.

Il personaggio che alla fine portai alla luce era esattamente quello che stavo cercando, a mia insaputa. Gentilomo era il tassello che mancava e che completava, senza esaurire, un quadro i cui soggetti erano i suoi interrogati, gli insegnanti del Bella Cohen. Eccolo, infatti, l’uomo delle istituzioni, arguto e istintivo, aveva capito che la preside non era morta accidentalmente, come raccontavano i colleghi, ma qualcuno lo zampino l’aveva messo, anzi l’aveva tolto. Aveva sbrogliato il problema. Tuttavia, altre priorità gli avevano impedito di completare l’istruttoria: il sigaro che non si accendeva, i cerini che sfarinavano, la moglie, il cui pensiero, lo tormentava.

Bella Cohen, a buon conto, potrebbe rappresentare l’umanità nella sua schiettezza, o schietta abiezione, senza infingimenti o mistificazioni. Un luogo in cui i protagonisti assecondano le proprie egoistiche pulsioni, gli ancestrali istinti e lasciano la storia, intesa come memoria collettiva, sgretolarsi o anche trasformarsi in un banco di nebbia.

 

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