Caducità e pandemia

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articolo di Luciana Mongiovì

Lo stato di emergenza – Covid-19, che ha modificato in modo così repentino e drastico le nostre abitudini di vita sovvertendone alcune delle coordinate di riferimento, unitamente alla paura del contagio e all’isolamento sociale, sta riattivando, spesso potenziandole in intensità, angosce profonde e primitive che, come primo effetto, mettono a dura prova la nostra capacità di pensare.

Si ottunde la mente con una sensazione talora di disorientamento, talaltra di stordimento; il pensiero appare meno fluido, meno lucido, tende a cedere il posto a rimuginazioni ingenerando, a volte, un vissuto di smarrimento. Pensare ovvero rappresentare, realizzare un’operazione trasformativa, con parole e ricerca di senso nuovo, costituisce probabilmente il baluardo, o il salvavita, della nostra salute psichica.

E’ ben noto, altresì, il rapporto di consustanzialità tra mente e corpo; la dove c’è il corpo c’è pure la mente e viceversa, ragion per cui un buon equilibrio psichico contribuisce a migliorare le condizioni fisiche.
In questi tempi di pandemia, la mia mente ha ripescato un breve saggio di Freud, del 1915, intitolato “Caducità”, dove vengono analizzate le reazioni psicologiche cui si può incorrere di fronte alla condizione di provvisorietà delle cose belle della vita. Caducità che, sia in tempi di guerra come quando scriveva Freud, sia in tempi di grave emergenza qual è l’attualità, rievoca, presentificandola, l’estrema precarietà dell’esistenza stessa.

Passeggiando lungo una contrada sulle Dolomiti, assieme a un amico silenzioso e a un poeta già famoso nonostante la giovane età, Freud osservava che quest’ultimo, pur ammirando la maestosa bellezza dei paesaggi che li circondavano, non riusciva a trarne piacere. Concorreva al suo turbamento la consapevolezza dell’ineluttabile perire di cotanta magnificenza.
Il precipitare nella transitorietà, nella finitudine dell’esistenza, dell’uomo e della natura, può sortire due distinti stati d’animo: il doloroso tedio o la protesta che nega siffatta realtà (l’animo umano anela, nella sua ingenuità, all’eternità!).

Pur non di meno – contesta Freud al poeta pessimista – la caducità non implica uno svilimento del bello. Stolta sarebbe l’idea che ciò che c’è di buono e positivo nella vita di ciascuno possa perdere di valore per via dell’inesorabile transitorietà che gli è comunque intrinseca.
Al contrario, il limite temporale nella possibilità di godimento e nutrimento ne accresce il pregio. L’inevitabile deperimento cui vanno incontro nel corso della vita la bellezza del corpo, così come la freschezza e il fascino del viso, non ne riduce l’attrattiva che siamo soliti apprezzare.

Osservazioni, queste ultime, obiettive e condivisibili che, tuttavia, Freud notava non rendevano conto della difficoltà dei suoi due compagni di passeggiata a godere della beltà paesaggistica che li attorniavano. E ciò perché tali considerazioni, impeccabili sotto il profilo logico e razionale, non contemplavano un fattore evidentemente cruciale: il fattore affettivo. Il contatto con l’effimero, con la transitorietà, col perituro, attivava in loro un presentimento della perdita, del lutto.

Scriveva Freud: «La mia conversazione col poeta era avvenuta nell’estate prima della guerra. Un anno dopo la guerra scoppiò e depredò il mondo delle sue bellezze. E non distrusse soltanto la bellezza dei luoghi in cui passò e le opere d’arte che incontrò sul suo cammino; infranse anche il nostro orgoglio per le conquiste della nostra civiltà, il nostro rispetto per moltissimi pensatori e artisti, le nostre speranze in un definitivo superamento delle differenze tra popoli e razze. Insozzò la sublime imparzialità della nostra scienza, mise brutalmente a nudo la nostra vita pulsionale, scatenò gli spiriti malvagi che albergano in noi e che credevamo di aver debellato per sempre grazie all’educazione che i nostri spiriti più eletti ci hanno impartito nel corso dei secoli. (…) Ci depredò di tante cose che avevamo amate e ci mostrò quanto siano effimere molte cose che consideravamo durevoli.»

Non ritengo affatto per tutta una serie di ragioni – come affermato da Gino Strada di Emergency – che ci troviamo in guerra. Tuttavia, ho l’impressione che un aspetto pervasivo del vissuto psichico di questi tempi abbia molto a che fare con quanto descritto da Freud a proposito del pensiero della caducità e del sentimento della perdita.
Abbiamo perso, al momento, certezze, libertà civili, abitudini consolidate, un certo modo di vivere le relazioni, gli spazi, i tempi. All’ansia per la precarietà dell’esistenza allocata in un presente apparentemente immobile, rispetto al quale può scattare un sentimento di passività financo di impotenza, si associa talvolta un sentimento di scoramento per ciò che è sospeso e per gli affetti da cui al momento siamo separati.

Non di meno, quanto di prezioso abbiamo fatto esperienza, benché adesso possa sembrare perituro, non ha smarrito in realtà il suo valore per ciascuno di noi, e magari apprenderemo anche da questa esperienza, così forte e potente emotivamente, per ricostruire, possibilmente a partire da un fondamento più equo e più savio.


Informazioni su Luciana Mongiovì

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista, è membro associato della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association. Lavora presso il suo studio a Catania con pazienti adulti, adolescenti e bambini. Si occupa di clinica e ricerca in campo psicoanalitico. I suoi interessi vertono innanzitutto sullo sviluppo affettivo con particolare attenzione ai livelli primitivi della mente e alla precoce relazione madre-bambino. Suoi oggetti di cura sono: i “sintomi della contemporaneità” quali ansia e attacchi di panico, depressione e sofferenza legata a separazioni e dipendenze; le vicissitudini psichiche dell’adolescente connesse al corpo che cambia; le problematiche riguardanti l’adozione; il disadattamento scolastico con eccessi di aggressività e/o chiusura. Collabora con la rivista pediatrica Paidos.
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