Una donna di passaggio

racconto di Liborio Nice

Veniva dalla città e non poteva passare inosservata. Aveva affittato per la villeggiatura estiva il primo piano di una casa a due piani in cima alla ripida stradella chiusa in fondo da un altarino di pietra, dove gli sposini del paese in pegno di felicità venivano a posare le zagare della sposa avvolte nel tulle bianco.
Era venuta ad abitarci alla fine di giugno con il figlio avuto in un matrimonio fallito e che aveva cresciuto da sola. Il bambino era chiaro di carnagione, magro con grandi occhi scuri e teneva stretta la mano della madre senza allontanarsi nemmeno di un passo.
La donna forse non era bella o forse sì, ma il modo di parlare, di ridere, di muoversi era tale che nessuno badava al suo aspetto fisico: tutti erano conquistati dal suo brio, dal suo estro.
Si era subito conquistata la simpatia dei negozianti, del macellaio che le conservava i pezzi di carne migliori, del panettiere che per lei preparava forme di pane inusuali, del farmacista che ogni sera saliva su per la stradella fino all’altarino, guardando su verso il balconcino della donna e, quando la vedeva seduta a prendere il fresco sulla piccola sedia di stoffa, non mancava di salutarla con familiarità.

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Lettera agli italiani. Paolo di Tarso

articolo di Adriano Fischer

Cari, vi prego adesso di prestarmi ascolto. Interrompete le vostre funzioni, piaceri o doveri che siano, e leggete fino in fondo questa mia lettera.
Ho una storia contorta da raccontarvi, con le sue tragiche sbandate, una storia piena di ambasce e tralignamenti vari ma che, bisogna dire, ha indiscutibilmente cambiato e stravolto il corso dell’umanità.
Sono sempre stato un uomo di fede ed ogni mia opera, ogni mia azione è stata il frutto dell’abnegazione per la causa che ho sinceramente creduto e sostenuto. Non ho mai fatto nulla per convenienza, uomo terribile sì, ma uomo comunque di fede.
Ho consumato centinaia di calzari perché la buona novella arrivasse nei più sperduti angoli del mondo conosciuto. Del mondo conosciuto dai romani, intendo. Una vita spesa a predicare con una fede che incorruttibile resisteva davanti alle infinite difficoltà che il viaggio mi riservava. Ho fondato varie comunità cristiane a Efeso, Mileto, Corinto, Colossi, Filippi e in altre località dell’Asia Minore e della Grecia. Avreste dovuto vedermi, che camminatore!

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Gli ultimi giorni di Raskolnikov

Il non aver avuto più sue notizie per anni, mi aveva particolarmente contristato. Scomparso nel nulla. E improvvisamente. Neppure la sorella, Dunecka, era riuscita a fornirmi delle spiegazioni, si manteneva sempre sul vago. Mi sembrava esitante nel darmi delle risposte, quasi volesse mantenere un certo riserbo… ma a me, a Dmitrij? Il suo migliore amico? Per quale motivo? Le mie insistenze alla fine si dimostrarono solo molestie, tant’è che la bella Dunecka, un giorno, decise di non rispondere più alle mie chiamate. Né si fece trovare a casa quando passavo dalle sue parti.

Che avrò fatto mai alla famiglia Raskolnikov? Mi chiedevo avvilito. Perché mai mi stavano riservando questo trattamento?

Siamo stati troppo amici e troppo tempo insieme per far finta di nulla, per concludere con una scrollata di spalle. Sono passato pure più volte all’Università per sapere se qualcuno l’avesse visto ma, a chiunque abbia chiesto, ho visto dipingersi sul volto un velo d’indifferenza o di perplessità come se il pazzo fossi stato io o, forse peggio, come se l’amico Rodion, effettivamente, non fosse mai esistito.

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Quel tipo di donna di Valeria Parrella

 

recensione di Loredana Pitino

Una piccola comunità di donne in viaggio
“Stringiti alla comunità delle donne, perché quando sarai vecchia saranno loro che ti salveranno, non i maschi”

Capita tante volte di doversi difendere e dire di se stessi “non sono quel tipo di donna” (o di uomo), perché non ci piace appartenere a uno stereotipo, essere classificati o doversi, ancor peggio, attenere a un canone prestabilito.

Non piace, in modo particolare, alle quattro protagoniste dell’ultimo romanzo di Valeria Parrella, una scrittrice fortemente contemporanea (giornalista, traduttrice, librettista d’opera, attivista impegnata politicamente) con le radici ben piantate nella sua terra, Napoli (nata a Torre del Greco), e nella sua cultura classica.

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L’ossessione

un racconto di Adriano Fischer

Due volte la settimana, pressappoco alle otto, mi aspetta una lunga sessione di corsa. E, questo, quale che sia il tempo!
Mi sono da poco fatto l’equipaggiamento da runner, tutto in polipropilene traspirante. È un completo indispensabile quando si corre tanto e a passo sostenuto. Per anni ho corso con roba in cotone, era comoda, leggera ma dopo un’ora di corsa sembravo un palombaro, tanto ero appesantito dal sudore.
Il giorno prima della corsa mia moglie mi fa trovare il completo, ordinato e profumato all’ingresso, sopra la cassapanca di legno cui siamo particolarmente affezionati e che c’è stata regalata dai miei suoceri per il matrimonio.
Le scarpe da ginnastica, invece, giacché logore e vecchie – e mi sono ripromesso di cambiarle con un paio più nuovo ma non mi sento pronto per il momento – le tengo fuori. Nel piccolo andito ho trasformato una cassetta della frutta in una comoda scarpiera. Lou non permette nel modo più categorico che a casa entri roba sporca, vecchia e, a maggior ragione, puzzolente. Senza giri di parole, mi minaccia di buttare tutto. Da qui, l’idea della cassetta è sembrata inevitabile.

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L’uomo e il senso della vita

 

Fregio della vita, Munch E.

Articolo di Liborio Nice

Guardo la gente che nel camminare vado incrociando, ne osservo il viso, gli occhi e cerco di immaginare la vita di ognuno. Le mascherine, oggi, consentono un’indagine solo parziale ma gli occhi rimangono scoperti e da essi mi sembra di poter capire cosa c’è dietro; o è solo una mia fantasia.
Colgo lo sguardo svagato di chi si lascia scorrere la vita addosso, l’espressione sognante di chi nella mente si costruisce una esistenza alternativa scegliendo fra le situazioni che immagina o ricorda più gratificanti; il cipiglio di chi sembra pronto a difendersi dall’umanità che lo circonda; lo sguardo attento di chi cerca, leggendo un messaggio sul cellulare, di capire cosa si nasconde dietro le parole che legge; l’occhio spento di chi pensa di aver giocato la sua ultima carta; il piglio dolce di chi si illude che, nonostante tutto, ci sia amore fra gli uomini.

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Il curioso caso di Betty Lou

racconto di Adriano Fischer

Ho fatto un sogno ieri. L’ho fatto ieri?
Era ieri? Non saprei. Non sogno mai, almeno io non ricordo. So che invece si sogna sempre ma non sempre i sogni arrivano al cosciente. Comunque ho fatto questo sogno e per la prima volta c’era Betty Lou.
Era talmente strano che, di primo acchito, non ho pensato fosse un sogno, che è quello che penso quando non penso di sognare.
Quando vidi Betty Lou al salone del libro, infatti, rimasi sorpreso. Lei, piuttosto, mi ha guardato come se il sogno fosse suo ed io ne fossi l’ospite, uno di quei giochi che solitamente fa il subconscio, o era così o non stavo sognando.

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Il mito di Sisifo

Sisifo che trasporta il masso, 1920, Franz von Stuck

articolo di Liborio Nice

Abbiamo sempre associato al mito di Sisifo l’angoscia e la disperazione, cardini della filosofia di Kierkegaard.

Nel suo ‘Aut-aut’ l’angoscia è parte ineluttabile della dimensione esistenziale dell’uomo; nell’uomo etico la costrizione a fare delle scelte fra diverse possibilità implica l’abbandono, la perdita sempre irrecuperabile delle alternative, e la presa di coscienza dell’orizzonte della nostra finitezza, l’orizzonte della morte.

E, poi, la sfiducia nella possibilità di scegliere bene e la certezza assurda di essere per questo dannati: la disperazione.

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In Gol we trust

articolo di Adriano Fischer

Non ho mai scritto nulla di calcio prima d’ora. E anche adesso non sono così sicuro che è di calcio che voglio parlare. Non credo sia questo il tema. Indubbiamente è lo sport con cui sono cresciuto, che ho amato tantissimo: il pallone è stato una mia estensione e non di rado mi è capitato di dormirci vicino.

Io come tanti della mia generazione ho anelato il sogno di diventare un calciatore, entrare nelle file della Juventus e magari rappresentare il mio paese, ma soprattutto realizzare il gol dei gol, superare tutti gli avversari e tirare il pallone in rete dopo essermi lasciato alle spalle il portiere. Ero fatto di carne e immaginazione, e questo sport, quest’ardente passione, la cui fase si spense quasi definitivamente a vent’anni, fu per me, parafrasando le parole di Pasolini, l’ultima rappresentazione sacra del mio tempo.

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