Medichesse Sapiens

Articolo di Ombretta Costanzo

Il compito della donna nella comunità preistorica era quello del “prendersi cura”, in primis accogliere la vita quindi allevare i figli, curare malati e anziani oltre a raccogliere le erbe, aver cura degli animali, ecc.. insomma tutto quel carico di lavoro fondamentale al mantenimento della stirpe. Questo è ciò che so a grandi linee ma vorrei approfondire l’identità di una qualsiasi donna preistorica, studiare etica e collocazione di una mulier sapiens…forse lo farò, non adesso. Oggi propongo un puzzle di informazioni su qualche donna “addottorata” che esce allo scoperto sincronizzando pagine web e navigando nei secoli.

Mito, leggenda e storia ci tramandano curriculum di donne con ruoli diversissimi e spesso legati alla cura e alla salute: la dea, la pitia, la maga, la levatrice, la cosmeta, l’erbaria, la sacerdotessa, la vestale, la badessa, la santa, l’alchimista, la strega…e addirittura “la medica”, tutti profili diversi di una stessa persona.

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Ragusa: dalla società orizzontale alla società verticale alla ricerca del centro perduto

Prefazione del Prof. Giorgio Flaccavento

Il libro trae spunto dalla Processione del Venerdì Santo quale essa è stata a Ragusa fino agli anni cinquanta del secolo scorso, una processione composita in cui sfilavano statue raffiguranti vari momenti della passione di Cristo, ciascuna legata ad una delle classi sociali presenti in città e, a partire da questa, racconta Ragusa e i ragusani attraverso le varie classi e le loro interrelazioni.

Non vuole essere una ricerca antropologica, ma semplicemente una riflessione sulla propria esperienza di vita da parte di un intellettuale laico e ruspante quale Ciccio Schembari usa definirsi: ruspante per dire che ama pensare in campo aperto, libero da schemi e laccioli accademici, elaborando e componendo gli stimoli, le sollecitazioni che la vita gli offre secondo un proprio schema culturale influenzato dai suoi studi di matematica e dalle molte e varie letture che spaziano dalla narrativa, alla filosofia, alla politica.

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Una metamorfosi

racconto di Adriano Fischer

Era giovedì. Tirava un vento freddo. Bisognava sollevare il gomito all’altezza del viso per proteggersi da questi aculei invisibili. Il cielo andava rannuvolandosi, poi schiarite impreviste, poi di nuovo si rannuvolava. Non pioverà, come da un paio di settimane, ma le signore avevano già aperto tutte l’ombrello.
La vetrina del barbiere era opaca, la bottega si scorgeva appena dalla strada, era vuota, e lui era fuori che fumava annoiato una sigaretta. Teneva gli occhi socchiusi che si perdevano tra le rughe e una frangia di capelli che gli cadeva a riga sulla fronte. Non ricambiava i saluti, se non impercettibilmente, quando erano insistenti, quando la gente gli si parava davanti.
Il bengalese che vestiva una salopette larga e lacera sistemava le casse di frutta l’una sull’altra. Lo faceva ogni giorno verso quest’ora e Piero lo osservava inspiegabilmente curioso perché sembrava che si stesse preparando per chiudere, quando in realtà tirava fino a notte fonda.

Dalla mezzanotte quest’angolo di quartiere era pieno di studenti che per due lire acquistavano birre e super alcolici e li scolavano sul marciapiede o su una panchina che il bengalese era riuscito a recuperare e che aveva inchiodato per terra. Il sabato poteva capitare che una pattuglia della polizia controllasse l’attività ma poi finiva con sconticini e mazzette agli agenti che, fingendo sobrietà, fumavano appoggiati su un fianco dell’auto.
In realtà i ragazzi non facevano neppure tutto questo chiasso, Piero già era a letto che dormiva da un pezzo mentre la gioventù sorseggiava birra e scrollava ipnotizzata il suo smartphone. È strano che non s’incrocino più come una volta gli sguardi della gente. Quando capita, l’espressione è buia, come assente, non si direbbe assorta in chissà che pensieri ma piuttosto sconnessa. È questo vale di giorno quanto di notte. All’aperto come in ufficio.

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Alla ricerca di Nietzsche nell’Ulisse di Joyce

articolo di Liborio Nice

James Joyce non aveva ancora iniziato i suoi anni più produttivi di scrittura quando conobbe per la prima volta il pensiero del filosofo Friedrich Nietzsche, il cui profondo scetticismo sulle prospettive tradizionali della vita e del mondo probabilmente parlava ad alcune delle preoccupazioni ed esperienze del giovane scrittore.
Quando Joyce incominciò a scrivere la sua celebre epopea modernista, “Ulisse”, possedeva una comprensione ben sviluppata e sfumata di diverse componenti fondamentali del pensiero di Nietzsche; non solo ne conosceva i capisaldi ma ne coglieva anche le loro implicazioni più profonde. Non dovrebbe sorprendere, quindi, che queste idee trovino la loro strada nel romanzo epico di Joyce.

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Il Dracula di Abraham Stoker

articolo di Adriano Fischer

La storia di Dracula la conosciamo tutti. In qualche modo, anche senza mai aver letto il romanzo di Stoker, sappiamo tutto del Vampiro più famoso del mondo. Tante sono state le trasposizioni teatrali e cinematografiche, da Nosferratu, il capolavoro di Murnau del 1922, fino ai giorni nostri, le serie, Twilight, Van Helsing, senza contare le infinite riscritture in chiave parodistica e ironica.

Dracula rappresenta uno di quei romanzi che avrei dovuto leggere in gioventù, quando l’immaginazione ha bisogno di essere continuamente infiammata, stimolata e, così, anche l’innocente punto di vista sensibile alle sorprese, allo stupore, che una storia di fantascienza può offrire.

Resta comunque un classico, quando con tale definizione si vuole intendere un’opera che resiste al tempo, dove ogni rilettura è una lettura di scoperta o, come diceva Calvino, quando nasconde le pieghe della memoria, mimetizzandosi da inconscio collettivo a individuale.

Il romanzo è stato pubblicato nel 1897, in Irlanda si stava attraversando un periodo che più tardi verrà definito Rinascimento celtico, caratterizzato da un rinverdimento culturale e artistico che nasceva dalle ceneri della passata soggezione all’Inghilterra.

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Mara. Una donna del Novecento

recensione di Loredana Pitino

“So, e ne sono convinta che esiste una storia delle donne che si incontra, si intreccia con quella generale dei popoli, che può essere dipendente ma non coincide mai con essa”.

Ritanna Armeni, scrittrice e giornalista, spiega nella prefazione al romanzo, cosa l’ha spinta a scrivere questa storia, la storia di Mara, una ragazza nata nel 1920 e che ha 13 anni all’inizio del racconto. Vive a Roma, vicino a largo di Torre Argentina. Ha un’amica del cuore, Nadia, coprotagonista del romanzo, fascista convinta, che la porta a sentire il Duce a piazza Venezia.

Ha tanti sogni e tante speranze ed è convinta che il fascismo le permetterà di realizzarli tutti. Vuole studiare letteratura latina, diventare bella e indipendente come l’elegante zia Luisa. Il futuro le sembra a portata di mano, sicuro sotto il ritratto del Duce.

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Romanzo da – da – dà

articolo di Adriano Fischer

La letteratura è uno sporco gioco, corre sempre su un terreno minato ma io la trovo affascinantissima. Peccato essere nati nel paese sbagliato!

È poco evidente ancora che un romanzo non è solo raccontare una storia, non è solo toccare le corde emotive del lettore, o titillarne le ambizioni intellettuali, il romanzo soprattutto non è una questione di gusti.

Benedetti questi gusti!

Solamente in letteratura si parla di gusti livellando tutto: Delillo con Moccia, Roth con la Kinsella, Pynchon con la Gamberale. Il gusto è rilevante, sì, ha una sua dignità, è alla base della psicologia del consumo ma segna pur sempre, quantomeno in questo caso, la maturità di un popolo o di una generazione. Mi chiedo se il lettore si basa sul proprio gusto quando dà procura a un avvocato per farsi rappresentare. Vado a capo.

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L’invenzione dell’adulterio

articolo di Adriano Fischer

Quando Giorgio Zanchini, conduttore della serata dedicata al premio Strega, domandò a Veronesi, se il suo Colibrì si potesse considerare un romanzo borghese, lo scrittore, senza troppi giri di parole, rispose di sì, che lo era, che il romanzo è borghese per nascita, così com’è borghese l’atto stesso di leggere e di scrivere.

Oggi dare del borghese stride, suona quasi come un dispregio perché allude a un tipo di vita materiale, frivola, dai molti agi e privilegi, dalla moralità rigida e conservatrice, in cui si è ligi all’ordine costituito ed è per questa ragione che Zanchini rivolge timidamente ed esitante la domanda a Veronesi.

Il romanzo, infatti, nasce in corrispondenza dell’ascesa della borghesia, nel 1789, l’anno della rivoluzione francese, l’anno del tracollo dell’aristocrazia. Dal 1848 la borghesia europea, visse una stagione d’impetuosa e sempre più crescente affermazione e anche se con caratteri diversi che variavano di Paese in Paese, essa fu foriera di elementi innovativi come il progresso scientifico e lo sviluppo economico.

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Il grande romanzo americano

articolo di Adriano Fischer

Gli scrittori nord americani hanno sempre avuto l’ossessione per il Grande romanzo americano. Una ricerca spasmodica, quasi ancestrale, più che secolare, mai concretamente soddisfatta. È una chimera in fin dei conti, perché corrisponderebbe a qualcosa di altrettanto inafferrabile, illusorio, un qualcosa che caratterizza un popolo, quello statunitense, che dall’Ottocento comincia a riconoscersi come entità diversa, autonoma, rispetto a quella del vecchio continente, cioè il luogo da cui i suoi abitatori sono partiti.

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Vuoti di apprendimento

articolo di Ciccio Schembari

A causa del coronavirus e della forzata sospensione delle lezioni, c’è chi ha enunciato due concetti importanti, “vuoto di apprendimento” e “mancata crescita educativa”, e ha sinceramente espresso che peseranno gravemente sugli scolari. Teoricamente sottoscrivo in pieno questo giudizio, ma, pensando alla mia carriera scolastica, lo trovo esagerato se non anche ingiustificato.
La mia carriera scolastica è stata un continuo accumulo di “vuoti di apprendimento”, notevole per quantità e per qualità. La racconto per insinuarle elementi di dubbio brechtiano, anche laddove sembra non essercene.

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