Categoria: LIBRI

I PIONIERI di Luca Scivoletto

 

recensione di Loredana Pitino

Enrico Belfiore, figlio del sindaco del paese e vicesegretario regionale del PCI, è il protagonista di questo romanzo; il PCI è l’alter ego di Enrico, il suo rivale, il padre-padrone che condiziona e gestisce la sua vita.
Modica è il luogo di ambientazione del romanzo, anche se l’autore lo chiama sempre il Paesone, “la provincia rossa, la più rossa del Sud Italia”, e qui si svolge una vicenda che ha il sapore dei racconti di formazione.

Perché gli ebrei sono così odiati?

articolo di Adriano Fischer

Ho avuto sempre una gran simpatia per il popolo ebraico, sarà perché mi schiero sempre dalla parte delle minoranze, sarà perché adoro Roth, Kafka, Malamud, Safran Foer, sarà perché ho visto tutti i film di Woody Allen, sarà perché mi piace dire roba come Bar Mitzvah o Mazel tov, sarà perché Marx era ebreo, Freud era ebreo, Proust era ebreo.

La verità è che mentre alcune religioni puntano sulla pace interiore, o sul rifiuto del peccato, o sulla fede, l’ebraismo punta sull’intelligenza, sotto il profilo testuale, rituale e culturale. D’altronde, perno della religione è l’osservanza e lo studio continuo del Talmud. Tutto è studio, tutto è preparazione, un perenne riempire la cassetta degli attrezzi mentali finché non si è preparati a qualunque situazione, come scrive Safran Foer.

Intervista a Carmelo Musumeci, ex uomo ombra

 

Intervista di Adriano Fischer

Entrato in cella nel 1991 per una sequela di condanne legate alla criminalità organizzata, Carmelo Musumeci è diventato il simbolo degli ‘uomini ombra’, cioè di tutti quei detenuti che devono scontare un ergastolo ostativo.

La legge italiana prevede che chi è condannato all’ergastolo può avere accesso a una serie di benefici, come il regime di semilibertà e la libertà condizionale, godere di permessi e, una volta trascorsi 26 anni di detenzione, essere ammesso alla liberazione condizionale.

Diversamente, nel caso di ergastolo ostativo, il condannato non ha diritto ad alcun beneficio penitenziario, sempre che non collabori la giustizia.

Scrittura evocativa e scrittura catalizzatrice

Articolo di Liborio Nice

Il metodo della espressione verbale nasce dalla capacità di evocare con le parole immagini, emozioni, sensazioni, comuni allo scrittore e al lettore. Questo convenzionalmente viene fatto secondo regole semantiche, che associano a parole significati definiti e condivisi, a loro volta assemblate secondo determinati rapporti grammaticali e sintattici.
Solo da questa breve sintesi risalta come sia difficile rappresentare efficacemente il nostro pensiero in forma scritta.

Scrive Gao Xingjiang nel suo romanzo ‘La montagna dell’Anima’:
«Come trovare una lingua musicale, indissolubile, superiore alla melodia, che vada oltre i limiti della morfologia e della sintassi, senza distinzione tra soggetto e oggetto, che superi i pronomi, che si sbarazzi della logica, che sia in costante evoluzione, che non faccia ricorso a immagini, metafore, associazioni d’idee o simboli? Una lingua che possa esprimere allo stesso tempo le sofferenze della vita e la paura della morte, le pene e le gioie, la solitudine e l’appagamento, lo smarrimento e l’attesa, l’esitazione e la determinazione, la codardia e il coraggio, la gelosia e il rimorso, la calma, la frenesia, la sicurezza di sé, la generosità e il disagio, la bontà e l’odio, la compassione e lo scoramento, l’indifferenza e la sensibilità, la meschinità e la bassezza, la nobiltà e la crudeltà, la ferocia e l’umanità, l’entusiasmo e la freddezza, l’imperturbabilità, la sincerità, l’immoralità, la vanità, la cupidigia, il disprezzo e il rispetto, la certezza e il dubbio, la modestia e l’arroganza, la caparbietà e l’indignazione, il risentimento e la vergogna, la sorpresa e l’incredulità, la spossatezza, l’ottenebramento, l’illuminazione improvvisa, la perenne incapacità di comprendere, e il non comprendere nulla nonostante tutto e lasciar andare tutto al diavolo?»

Trovami un modo semplice per uscirne di Nicola Nucci

 

recensione di Sara Bartolucci

Prendiamo due ventenni, un operaio e un disoccupato, chiusi in uno scantinato durante un pomeriggio qualsiasi. Mettiamoci una buona musica di sottofondo, da bere, da fumare e un’irresistibile voglia di espellere dall’anima tutta l’insoddisfazione che li logora: ecco la cornice di Trovami un modo semplice per uscirne.
Un non-romanzo, finalista del Premio Calvino 2018, che nella sua apparente semplicità è un concentrato esplosivo di riflessione. Non è un romanzo né un’ opera teatrale ma un dialogo ininterrotto fra due amici annoiati dalla routine, che vogliono “trovare un modo per uscirne”. Come? Progettando una rivoluzione.

L’odio in Maldoror

«Non trovando ciò che cercavo, alzai le palpebre stravolte più in alto, ancora più in alto, finché scorsi un trono, formato d’escrementi umani e d’oro, su cui troneggiava con orgoglio idiota, col corpo ricoperto d’un sudario fatto di sudice lenzuola d’ospedale, colui che da sé si denomina il Creatore».

La lettura dei Canti di Maldoror è stata foriera di insegnamenti e suggestioni e per questo riservo qui il mio approfondimento.

LA PRESUNTA VOLGARITA’ DI NINA SICILIANA

articolo di Ombretta Costanzo

“Tapina me che amava uno sparviero,
Amaval tanto ch’io me ne moria;
A lo richiamo ben m’era maniero”

Tapina lei, adombrata, isolana, radiosa come “un prezioso gioiello”, come la definisce Trucchi attribuendole il sonetto “Tapina me” presente nel codice Vaticano Latino 3793 di fine XIII sec. o inizio XIV, componitrice di lamenti amorosi e volgari in sinergica simbiosi con gli stilnovisti del tempo; l’immaginario contenitore d’anima e versi che si propone orgogliosamente di poetare in lingua ‘volgare’ è Nina, una “qualunque” siciliana.
Anche detta “Monna Nina”, resta nei secoli avviluppata nel mistero. Di questa poetessa della fine del XIII secolo, non ci è dato conoscere generalità varie, neppure il nome completo, magari Antonina, ma solo una scarsa collezione di supposizioni sulla sua effettiva storicità, anzi, sulla sua fondata esistenza. Gli studiosi hanno confabulato sulle ipotesi circa il territorio natale estorcendo sommarie informazioni dal nome “Nina” e dal periodo in cui visse, adornato di trovatori che circolavano nelle corti e negli ambienti colti siciliani dell’epoca.

Un amore (im)possibile in tre atti

lavoro di Adriano Fischer  

   ATTO I

Villa Bellini, mezzogiorno.

C’è poca gente. Un leggero vento agita le cime degli alberi.

Filippo e Dario sono sdraiati sul giardino. Tutte e due con le mani dietro la nuca. Dario commenta la recente pubblicazione del libro dell’amico con una certa rassegnazione. Filippo, con il mento schiacciato sul petto, sta con la testa da un’altra parte.

D – Non c’è molta differenza, in termini di lettori, tra l’esordiente e la celebrità o volto noto, o pubblico, o chiamalo come vuoi. La gente, che sia l’amico o che sia un fan, legge per la persona, sì, per il personaggio, di certo non per la bellissima storia che è stata montata. Le belle storie si vedono al cinema mica si leggono. Siamo un popolo in cerca di un leader, di una guida, capisci? Qualcuno che decida per noi, qualcuno che dica le cose giuste, che scriva per noi la storia giusta. Intendi? Mi stai ascoltando?

F – sì, certo perdinci!

D – siamo un popolo di sensazionalisti. Inglobiamo famelicamente le ossessioni del tempo senza discernerne il messaggio. Facciamo massa e in essa ci riconosciamo. Ci identifichiamo. Pisciare fuori dal vaso è un atto sovversivo, capisci?

È nato un amore (im)possibile. A proposito di bookabook

Articolo di Adriano Fischer

L’editore che bocciò La fattoria degli animali non ci pensò due volte. Scrisse una lettera canzonatoria informando Orwell che i lettori americani non avrebbero mai letto storie con maiali come protagonisti.
Da questa parte del continente, invece, Elio Vittorini rifiutò aspramente il Gattopardo perché «troppo ottocentesco, troppo obsoleto». Marcel Proust, addirittura, visto l’inespugnabile stallo editoriale, pensò opportuno di auto pubblicarsi il suo Alla ricerca del tempo perduto.
Esempi di questo tipo il pianeta ne è ricco.