Il Dracula di Abraham Stoker

articolo di Adriano Fischer

La storia di Dracula la conosciamo tutti. In qualche modo, anche senza mai aver letto il romanzo di Stoker, sappiamo tutto del Vampiro più famoso del mondo. Tante sono state le trasposizioni teatrali e cinematografiche, da Nosferratu, il capolavoro di Murnau del 1922, fino ai giorni nostri, le serie, Twilight, Van Helsing, senza contare le infinite riscritture in chiave parodistica e ironica.

Dracula rappresenta uno di quei romanzi che avrei dovuto leggere in gioventù, quando l’immaginazione ha bisogno di essere continuamente infiammata, stimolata e, così, anche l’innocente punto di vista sensibile alle sorprese, allo stupore, che una storia di fantascienza può offrire.

Resta comunque un classico, quando con tale definizione si vuole intendere un’opera che resiste al tempo, dove ogni rilettura è una lettura di scoperta o, come diceva Calvino, quando nasconde le pieghe della memoria, mimetizzandosi da inconscio collettivo a individuale.

Il romanzo è stato pubblicato nel 1897, in Irlanda si stava attraversando un periodo che più tardi verrà definito Rinascimento celtico, caratterizzato da un rinverdimento culturale e artistico che nasceva dalle ceneri della passata soggezione all’Inghilterra.

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Mara. Una donna del Novecento

recensione di Loredana Pitino

“So, e ne sono convinta che esiste una storia delle donne che si incontra, si intreccia con quella generale dei popoli, che può essere dipendente ma non coincide mai con essa”.

Ritanna Armeni, scrittrice e giornalista, spiega nella prefazione al romanzo, cosa l’ha spinta a scrivere questa storia, la storia di Mara, una ragazza nata nel 1920 e che ha 13 anni all’inizio del racconto. Vive a Roma, vicino a largo di Torre Argentina. Ha un’amica del cuore, Nadia, coprotagonista del romanzo, fascista convinta, che la porta a sentire il Duce a piazza Venezia.

Ha tanti sogni e tante speranze ed è convinta che il fascismo le permetterà di realizzarli tutti. Vuole studiare letteratura latina, diventare bella e indipendente come l’elegante zia Luisa. Il futuro le sembra a portata di mano, sicuro sotto il ritratto del Duce.

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Romanzo da – da – dà

articolo di Adriano Fischer

La letteratura è uno sporco gioco, corre sempre su un terreno minato ma io la trovo affascinantissima. Peccato essere nati nel paese sbagliato!

È poco evidente ancora che un romanzo non è solo raccontare una storia, non è solo toccare le corde emotive del lettore, o titillarne le ambizioni intellettuali, il romanzo soprattutto non è una questione di gusti.

Benedetti questi gusti!

Solamente in letteratura si parla di gusti livellando tutto: Delillo con Moccia, Roth con la Kinsella, Pynchon con la Gamberale. Il gusto è rilevante, sì, ha una sua dignità, è alla base della psicologia del consumo ma segna pur sempre, quantomeno in questo caso, la maturità di un popolo o di una generazione. Mi chiedo se il lettore si basa sul proprio gusto quando dà procura a un avvocato per farsi rappresentare. Vado a capo.

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L’invenzione dell’adulterio

articolo di Adriano Fischer

Quando Giorgio Zanchini, conduttore della serata dedicata al premio Strega, domandò a Veronesi, se il suo Colibrì si potesse considerare un romanzo borghese, lo scrittore, senza troppi giri di parole, rispose di sì, che lo era, che il romanzo è borghese per nascita, così com’è borghese l’atto stesso di leggere e di scrivere.

Oggi dare del borghese stride, suona quasi come un dispregio perché allude a un tipo di vita materiale, frivola, dai molti agi e privilegi, dalla moralità rigida e conservatrice, in cui si è ligi all’ordine costituito ed è per questa ragione che Zanchini rivolge timidamente ed esitante la domanda a Veronesi.

Il romanzo, infatti, nasce in corrispondenza dell’ascesa della borghesia, nel 1789, l’anno della rivoluzione francese, l’anno del tracollo dell’aristocrazia. Dal 1848 la borghesia europea, visse una stagione d’impetuosa e sempre più crescente affermazione e anche se con caratteri diversi che variavano di Paese in Paese, essa fu foriera di elementi innovativi come il progresso scientifico e lo sviluppo economico.

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Il grande romanzo americano

articolo di Adriano Fischer

Gli scrittori nord americani hanno sempre avuto l’ossessione per il Grande romanzo americano. Una ricerca spasmodica, quasi ancestrale, più che secolare, mai concretamente soddisfatta. È una chimera in fin dei conti, perché corrisponderebbe a qualcosa di altrettanto inafferrabile, illusorio, un qualcosa che caratterizza un popolo, quello statunitense, che dall’Ottocento comincia a riconoscersi come entità diversa, autonoma, rispetto a quella del vecchio continente, cioè il luogo da cui i suoi abitatori sono partiti.

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Roberto Bolano, lo scrittore selvaggio

articolo di Adriano Fischer

Roberto Bolaño nasce il 28 aprile 1953 a Santiago del Cile da una famiglia molto povera, analfabeta e di tradizione rigidamente proletaria ma sarà il Messico a diventare la sua terra d’elezione e formazione spirituale.

Lettore vorace, ladro di libri per amore, parolaio, cronopio, sempre all’irrequieta ricerca di poesia. Un ammalato di letteratura che dentro le parole ci muore.  Alla sua morte, nel 2003 per cirrosi epatica, nasce una mania mitizzante che non ha precedenti nella storia dei post mortem artistici. Negli Stati Uniti, le sue opere sono state vendute in 100 mila copie, cifra record per un paese che legge libri tradotti solo per il 3 per cento.

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Possiamo salvare il mondo, prima di cena. Perché il clima siamo noi, J. S. Foer

 

articolo di Sara Bartolucci

«La crisi ambientale, pur essendo un’esperienza universale, non ci dà la sensazione di un evento di cui facciamo parte. Anzi, non ci dà proprio la sensazione di essere un evento. […] È solo il clima, solo l’ambiente. Quasi certamente però le generazioni future guarderanno in retrospettiva e si chiederanno […] Per quale ragione al mondo abbiamo scelto di suicidarci e di sacrificare loro?»

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Luciano Canfora, Il Sovversivo, Concetto Marchesi e il comunismo italiano

recensione di Loredana Pitino

Luciano Canfora, forse il più grande intellettuale vivente in Italia, dedica un volume monumentale (978 pagine) a un personaggio complesso, un grande intellettuale italiano, siciliano, un comunista “puro” (come egli stesso si definiva), uno dei fondamentali studiosi della Lingua e della Letteratura latina: Concetto Marchesi, un sovversivo.

Attraverso la vicenda personale, politica e intellettuale di Marchesi, Canfora ripercorrere l’intera vicenda del movimento socialistico italiano: dai fasci siciliani al PCI, dalla scissione di Livorno alla persecuzione fascista, dal giuramento degli intellettuali al Partito fascista, alla guerra e alla Resistenza, al dibattito politico degli anni Cinquanta.

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Armi per pane. Uccidere è peccato, ma non lo è produrre armi di sterminio

 

articolo di Ciccio Schembari

Tra i dieci comandamenti c’è ‘non uccidere’ ma non c’è ‘non produrre armi’. Per armi intendo quelle pesanti con cui si fanno le guerre e gli stermini. Si proibisce l’uccisione ma non la produzione degli strumenti di uccisione. Certo, all’epoca di Mosè non c’erano armi terribili, ma all’epoca della Costituzione Italiana c’erano e si conoscevano ed erano state sganciate due bombe atomiche, che avevano fatto strage indiscriminata di civili, donne e bambini, eppure l’art. 11 dice che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, ma non proibisce la produzione delle armi con cui si fa la guerra. E l’Italia ne produce tante, tra cui la Valmara 69, una delle mine antiuomo più devastanti. Hanno poi chiamato la guerra “missione di pace” e hanno aggirato l’art. 11.

Non so se questa stessa norma è prevista nelle costituzioni degli altri Stati e comunque nel preambolo dello Statuto delle Nazioni Unite si legge: “Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità, […]”

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La mia ricetta di scrittura di Davide Pappalardo

Prima venne l’atmosfera, poi furono i personaggi e quindi la trama.
Questo il mio ordine di priorità quando scrivo.
Io di un romanzo infatti, anche da lettore, amo di più l’atmosfera che la trama.
Per provare a creare l’atmosfera giusta ho un mio modo di fare molto semplice.
Ascolto musica legata al periodo di riferimento (nella pause dalla scrittura), guardo film e leggo parecchia roba del genere a cui mi voglio accostare. Non per copiare ma per entrare nell’anima della storia che voglio raccontare.

Quando ho scritto Che fine ha fatto Sandra Poggi, a me interessava costruire un certo tipo di romanzo con personaggi ben delineati e un certo tipo di atmosfera. Volevo ricreare un contesto hard-boiled, quello dei romanzi con investigatori tormentati, locali fumosi, pugni. Quei romanzi che se fossero vecchi film ve li immaginereste con Humphrey Bogart o Robert Mitchum.
E così ho letto scrittori diversi tra loro come James Crumley e Charles Willeford e ho fatto un ripasso di Chandler e Hammett.
Con questo metodo mi immergo nel clima della storia che voglio raccontare.

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