Abolire il carcere

E’ davvero necessario il carcere?  Non se ne potrebbe fare a meno?

La domanda sembra più una provocazione che un punto da cui partire o su cui riflettere.

Di fronte una questione del genere, un comune cittadino arriccerebbe il naso e si befferebbe della domanda con un gesto liberatorio.

Eppure il carcere, inteso come luogo di segregazione per fini punitivi, ha una storia recente, cioè ha a che fare con la modernità giuridica. La stessa origine del nome, carcer, ovvero recinto, spiega d’altronde come le funzioni del carcere, un tempo, fossero riservate a quelle che oggi definiremo più concretamente custodia cautelare. Il reo, in poche parole, stava confinato, per un breve periodo di tempo, in attesa del giudizio o dell’esecuzione della pena.

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Cento Compagni di viaggio, Mohicani edizioni

Recensione di Ombretta Costanzo

Ho intrapreso senza cintura di sicurezza un viaggio sentimentale alla riscoperta di una terra imbottita di sfumature e ombreggiature, mi sono affacciata dalla nostra Etna per osservare una narratrice in segreto onnisciente di un panorama letterario curioso e sicuro.

Il dedalo di vie palermitane funge da overture di “Cento compagni di viaggio” da cui si allarga un cono ottico via via più ampio che sembra investire il perimetro di un chiostro dai cui singoli portici si dipana una poliedrica realtà letteraria e pittoresca.

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Diari di Raqqa. Vita quotidiana sotto l’Isis

Uno dei motivi per cui è stato creato Il Gruppo di Polifemo, di cui mi onoro essere tra i fondatori, è quello di raccontare delle realtà compromettenti alle quali, ad oggi, è riservato pochissimo spazio tra i vari blog, siti e blablaonline.

L’obiettivo, infatti, è fare in modo che il lettore, il nostro lettore, si senta compromesso, ovvero coinvolto ma soprattutto responsabile per aver trascurato determinate realtà, per esserne stato indifferente.

I Diari di Raqqa, edizione Mimesis, rappresentano indubbiamente una di quelle storie cui preme dare voce. Scritti da un’attivista – Samer, nient’altro che uno pseudonimo – descrivono la quotidianità a Raqqa sotto due follie che un po’ si contrastano, un po’ si sostengono, alludo all’Isis e al regime di Assad.

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I Miracoli di Abbas Khider

Baghdad, a dispetto delle origini del nome – “Città della pace” – non ha avuto, invece, un attimo di respiro. Dall’insediamento di Saddam Hussein, infatti, l’Iraq è stato teatro di una sanguinosa dittatura che ha piegato ogni tipo di opposizione. Gli edifici, le strade delle città erano gremite di manifesti e foto del dittatore, vigile sempre sulle azioni e sulle coscienze dei sudditi.

Gli oppositori non erano neppure dei rivoluzionari o chissà quale specie pericolosa di ribelli; il più delle volte erano dei comuni cittadini con inclinazioni naturali, come quella di leggere libri, per lo più di cultura occidentale.

Ora, questi divieti, puniti con il sangue, potevano rappresentare un problema, pure serio, per chi nella vita si alimentava di letture, e da queste, poi, traeva ispirazione per scrivere.

I profughi nascono anche da questi episodi.

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Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra di Sumia Sukkar

Oggi presentiamo Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, romanzo di Sumia Sukkar, Edizioni il Sirente, traduzione Barbara Benini.

Confesso che, prima di iniziare a leggere, ho fatto una veloce ricerca su quali fossero i sintomi della sindrome di Asperger. La quarta mi aveva suggerito questa mossa e il titolo, parallelamente, aveva dato una spinta in più. Lo scopo era innocente, ovvero infiltrarmi nella storia come qualcosa di più di un semplice lettore, come qualcuno, insomma, che interagisse meglio con una realtà così lontana dalla propria.

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ZIA FAVOLA di CONO CINQUEMANI

Ventesimo secolo. Zia Favola parte sola da un piccolo peasino della provincia di Catania, San Cono. Dal porto di Palermo prende il grande stimbotto con il quale raggiunge l’America, Nuova York. Qui, c’è Michele ad aspettarla, il fidanzato.  Zia Favola appartiene alla prima generazione dei siciliani, partiti per gli stati uniti per cercare un vita migliore, una dignitosa. La fortuna non è però dietro l’angolo. Zia Favola deve attraversare un’infinità di disavventure, note a tutti coloro che emigrano per fame e per miseria.E se partire non era facile, non lo sarebbe stato neppure viaggiare. Si sa, la prima classe costa mille, le seconda cento, la terza dolore e spavento. Con Zia Favola c’erano tantissime persone, tutte ammassate, provenienti da ogni parte d’Italia, le donne, se non maritate, erano con la fotografia del promesso sposo ad attenderle nel porto di Novaiorca. Arrivare a Novaiorca, malgrado tutto, non significava nulla. Bastava un nonnulla per rientrare in Cilicia. I promessi restavano promessi e delusi perché lo Stato Mericano non avrebbe accolto dei migranti con malattie.

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INERTI di BARBARA GIANGRAVE’

Acremonte è il paese immaginario dell’autrice. A leggerlo non sembra così immaginario, al contrario ricorda quei paesi che noi meridionali abbiamo confinanti, a qualche metro da casa; e questo nella migliore delle ipotesi, cioè quando non siamo costretti a viverci.

La fantasia del resto è sempre un processo d’imitazione, il fatto che Acremonte non esista, il fatto che gli Acremontani siano dei semplici cittadini che vivano senza voler complicazioni, per intenderci camurrie, il fatto che il lavoro non sia un diritto ma, se non un privilegio, uno scambio di favori, il fatto che nessuno parla, nessuna denuncia, nessuno contesta, ecco tutto questo non rende Acremonte la suburra di un Impero, ma un paese come tanti.

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