Donne del 2018

Abbiamo appreso alcune settimane fa dalla cronaca nera – come purtroppo accade periodicamente – che una madre, più o meno giovane, più o meno apparentemente “matta”, ha ucciso il proprio bambino di pochi mesi. Si tratta spesso di accanimenti sul corpicino del piccolo particolarmente efferati, che sembrano andare aldilà dell’intenzione di togliere la vita.

Perché? Domandarsi il perché di tali agiti, in casi come questi, è certamente più difficile che indignarsi, che porsi subito nei panni della vittima. Chiaro! Epperò sussiste anche una responsabilità etica collettiva innanzitutto nel cimentarsi a capire.

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SULL’AGGRESSIVITA’ DEI BAMBINI

Genitori, insegnanti ed educatori si interrogano spesso sulla presunta valenza aggressiva di alcune condotte dei più piccoli, che possono sollevare difficoltà di gestione, specialmente oggigiorno dato il diffuso inserimento precoce dei bambini nella scuola materna se non, ancora prima, presso i nidi dell’infanzia.

In realtà, certi comportamenti dei bimbi – soprattutto quelli dei più piccoli (0-6 anni) – etichettati talora come segnali di aggressività, vanno almeno in parte reinterpretati.
Morsi, pizzicotti, tirate di capelli et similia.,

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Agitare spauracchi per pilotare la paura

Viviamo, oggi più che mai, anni in cui il leitmotiv dei politici in auge e dei sedicenti esperti tuttologi, in bella mostra nei talk show, è quello del bisogno di sicurezza della società, del bistrattato popolo. Tanto che, nell’immaginario collettivo, non risulterebbe affatto bizzarro il paragone con gli anni “bui” del medioevo.

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Genitorialità 2.0

Con la messa in crisi del modello patriarcale – che, per quanto discusso e discutibile, ha fornito comunque un organizzatore psichico, culturale e comportamentale al gruppo familiare – le dinamiche della coppia genitoriale, così come le relazioni genitori-figli, hanno subìto, a dir poco, uno scossone tellurico.

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Debole o forte, nelle tragedie e nei miti psicoanalitici

Nella società 2.0 parlare di debolezza può risultare assolutamente demodè.
Viviamo – o sentiamo di vivere – sotto l’egida dell’efficientismo più sfrenato e selvaggio che ci vuole rapidi, operativi, performanti, socialmente seduttivi ed emotivamente controllati.

Anche ai più piccini spesso, a scuola come in famiglia, viene richiesto un comportamento adultomorfo, un rendimento soddisfacente financo, talora, una pseudo autonomia.

Chiaramente, tutto a vantaggio (ma è solo un’apparenza) degli adulti che, in tal modo, si sentono sgravati dall’impegno, certamente faticoso, richiesto da un accudimento adeguato.

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Scuola, tra mondo esterno e gruppo interno

 

Bella Cohen, dello scrittore catanese Adriano Fischer, a un primo livello di lettura potrebbe presentarsi come il romanzo d’esordio di un quarantenne che non ha ancora del tutto metabolizzato gli anni controversi e tribolati della scuola, e sulla falsariga di Rostand, secondo cui la “penna ferisce più della spada”, li mette in scena nudi e crudi.

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