Categoria: PSICOANALISI

I nutrienti della mente

articolo di Luciana Mongiovì

L’impatto della pandemia, come reale brutale e potente, ha messo a nudo le fragilità dell’essere umano e il  suo bisogno intrinseco di sicurezza e senso di continuità dell’esistenza. Ne abbiamo bisogno a tal punto che, quando ne siamo privati, tendiamo a sviluppare gravi sofferenze mentali.

Quale civiltà oggi

articolo di Luciana Mongiovi

Nel vorticoso tempo “sospeso” del lockdown, in assenza di informazioni obiettive, siamo stati più o meno privati della possibilità di valutare accuratamente quanto stava accadendo e gli eventi tuttora in corso.
In questo interregno di transizione, contrassegnato da un allentamento delle misure d’isolamento per l’epidemia covid-19, abbiamo bisogno di creare uno spazio di pensabilità del pregresso ma anche di immaginare gli scenari futuri possibili, per poter apprendere dall’esperienza.

Gli effetti significativi su un piano psichico nella cosiddetta fase-due non saranno tanto la paura o la sospettosità con cui riprenderemo ad incontrarci ed eventualmente a riabbracciarci, quanto piuttosto gli scossoni, gli smottamenti subìti dal nostro apparato psichico.
Ma quali sono stati? Quali sono gli involucri psichici, del nostro stare al mondo, coinvolti da questi mutamenti? Quali le cesure e le regressioni attivate? E quali le certezze, cui si fonda la mente, messe in crisi?
Ma è, poi, davvero così?

Caducità e pandemia

Statistica A-Z

articolo di Luciana Mongiovì

Lo stato di emergenza – Covid-19, che ha modificato in modo così repentino e drastico le nostre abitudini di vita sovvertendone alcune delle coordinate di riferimento, unitamente alla paura del contagio e all’isolamento sociale, sta riattivando, spesso potenziandole in intensità, angosce profonde e primitive che, come primo effetto, mettono a dura prova la nostra capacità di pensare.

Tanto a me non accadrà mai!

articolo di Luciana Mongiovì

Alcuni fatti di cronaca alquanto cruenti, che hanno scosso la sensibilità collettiva alimentando – come è consuetudine – una sorta di tribunale mediatico, richiedono delle riflessioni più attente. Quando, ad esempio, un bambino piccolo viene dimenticato dentro una macchina per ore con temperature infernali, quando due ragazze attraversano la strada in condizioni di estremo rischio col semaforo rosso e la pioggia battente, quando una persona si mette alla guida dopo aver ingerito alcol e/o assunto stupefacenti, ci troviamo di fronte a fenomeni facilmente e difensivamente etichettati, e così liquidati, come incomprensibili e inaccettabili.

Lou Salomé e l’impudenza delle intellettuali

Articolo di Luciana Mongiovì

Nel 1931 S. Freud omaggia pubblicamente, con parole di insolita ammirazione, l’allieva Lou von Salomè, prima psicoanalista donna, riconoscendole una «superiorità su noi tutti, conforme alle altezza dalle quali Lei è scesa a noi».

Cinquant’anni prima si era avvalso di una metafora affine F. Nietzsche quando, incontrandola per la prima volta a San Pietroburgo, le aveva chiesto incantato dalla “giovane russa”:«Da quali stelle siamo caduti per incontrarci qui?».

Una risata vi seppellirà!

 

Articolo di Luciana Mongiovì

Nella prefazione de “La voce del padrone” (1968) dello scrittore polacco Stanislaw Lem – lo stesso, per intenderci, del celebre “Solaris” (1961) – l’autore condivide col lettore alcune intime note autobiografiche, rivelando un acume introspettivo di pregevole spessore e coraggio.
Scrive Lem a proposito del suo “male”:«Negli ambienti più decorosi, per esempio in chiesa, o in compagnia di persone particolarmente rispettabili, il mio pensiero correva spesso verso ciò che mi era proibito. (…) Non ricordo quando fu che li intrapresi per la prima volta. Ricordo solo il terribile senso di rimpianto, la rabbia e la delusione che mi accompagnarono per anni quando fu chiaro che nessun fulmine, in nessun luogo e in nessuna compagnia, avrebbe colpito la mia testa colma di cattivi pensieri. (…) la verità è che quel fulmine, o qualsiasi altra forma di tremendo castigo e espiazione, io l’auspicavo, l’invocavo, e detestavo il mondo quale luogo della mia esistenza per avermi dimostrato la vanità di ogni azione mentale, ivi comprese quelle cattive. Per cui, pur astenendomi dall’infierire sugli animali o sull’erba, trituravo pietre e sabbia, malmenavo gli utensili, torturavo l’acqua e facevo mentalmente a pezzi le stelle per punirle della loro indifferenza; e più capivo quanto comici e ridicoli fossero i miei gesti, più mi accanivo con furia impotente».

Dove va a finire la rabbia

 

Articolo di Luciana Mongiovì

«Un giorno, esaminando l’Etna, il cui seno vomitava fiamme, desiderai essere quel vulcano.”Bocca degli inferi, esclamai, se come te potessi inghiottire tutte le città che mi circondano, quante lacrime farei versare!». Così scriveva il Marchese de Sade in La Nouvelle Justine.

L’impulso alla distruzione e ad arrecare danno è certamente insito nell’umanità, per quanto costi ammetterlo. Ne sono testimonianze guerre, discriminazioni, violenze di diverso genere e grado.

Una questione atavica, dunque, su cui ci si è da sempre interrogati. Un problema al quale, negli ultimi anni, si sta provando a fornire una “pseudo-soluzione” facile, acquistando un semplice biglietto d’ingresso per una stanza particolare.

Che paese siamo diventati

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Quando a una mamma rom che legittimamente (secondo le leggi italiane) sta prendendo possesso della casa assegnata alla sua famiglia, si augura, per insultarla, di essere stuprata; quando per contrastare una persona che esprime posizioni ideologiche diverse (vedi il caso della Capitana Carola Rackete) l’auspicio è che venga violentata dai neri che sta salvando, rievocando, anche in questo caso, l’orrenda consuetudine dello stupro delle donne come arma di guerra, sorge spontanea innanzitutto una domanda: che paese siamo diventati? Che malessere, grave, stiamo vivendo?

Quando si inscenano fittiziamente abusi sessuali a carico di bambini allo scopo di strapparli alle famiglie d’origine e creare un business degli affidi e delle adozioni – e in tal modo si abusano, veramente, sia i minori che quelli che erano considerati presunti abusanti – che perversione è in atto? Che cambiamenti patologici stiamo attraversando?

Le Vinte e il loro destino

Le Troiane è un testo che parla e fa parlare delle donne.
Cassandra, Ecuba, Andromaca sono le troiane regali, vinte e violate dai greci. Ciascuna, a suo modo, esprime un aspetto del “femminile”.

Cassandra, vergine consacrata al dio Apollo, viene considerata da Ecuba e dalle donne del Coro come una folle, una squinternata. Per la madre sembra, addirittura, vaneggiare a tal punto da risultare paradossalmente motivo di imbarazzo agli occhi dei greci bruti vincitori. Eppure, Cassandra si fa portavoce di una “verità” psichica, la vendetta, che al contempo le da la forza, quel guizzo vitale per reagire a una posizione passiva, ineluttabilmente perdente, cui erano state poste le troiane, le vinte appunto.