Categoria: STORIE,STORIELLE,STORIONI

Vuoti di apprendimento

articolo di Ciccio Schembari

A causa del coronavirus e della forzata sospensione delle lezioni, c’è chi ha enunciato due concetti importanti, “vuoto di apprendimento” e “mancata crescita educativa”, e ha sinceramente espresso che peseranno gravemente sugli scolari. Teoricamente sottoscrivo in pieno questo giudizio, ma, pensando alla mia carriera scolastica, lo trovo esagerato se non anche ingiustificato.
La mia carriera scolastica è stata un continuo accumulo di “vuoti di apprendimento”, notevole per quantità e per qualità. La racconto per insinuarle elementi di dubbio brechtiano, anche laddove sembra non essercene.

Cose delle donne confinate

 

articolo di Ombretta Costanzo

“L’ordigno è un anello in oro 18 carati. E’ formato da una calotta e due piccole branchie che possono essere divaricate o avvicinate, con la distensione o meno di una molla a spirale, che si avvolge nella parte superiore delle branchie”.


L’ordigno in questione è un anello uterino, un pericoloso attrezzo anticoncezionale, uno strumento di aborto, “un’opera di aperta offesa morale” che determina un vivo allarme sociale. Nel 1929 una certa Sebastiana Di Stefano, una scaltra e apolitica levatrice viene arrestata insieme all’orafo De Santis, nella cui officina vengono ritrovati “ordigni” destinati ad un business regionale e vari attrezzi necessari per produrne altri: una fabbrica della morte! La Di Stefano racconta di esser venuta a conoscenza del metodo anticoncezionale da una sua amica tornata dagli Stati Uniti che si era sottoposta al montaggio dell’arnese a scopo meramente antifecondativo: l’eccessivo dolore durante il parto e l’intenzione di non ripetere più simili esperienze l’aveva invogliata a sperimentare su di sé la soluzione. Dunque Sebastiana, dopo aver partorito quattro volte, entusiasta, decide di coinvolgere un orafo per la riproduzione fedele del prototipo galeotto che spedì entrambi al confino.

Felicia Bartolotta, sposata Impastato

 

articolo di Ombretta Costanzo

In questo 2020 interminabile la festa della mamma è oggi, l’indomani di un anniversario feroce e correlato per cui la coincidenza impone che ricordi la storia di una madre siciliana. Parrebbe lo stereotipo fisico e ornamentale, con lugubri connotati, delle donne senza tempo di una Sicilia dimenticata, Felicia è però fotografata all’interno del suo corpo gracile e un po’ curvo, rigorosamente vestita di nero, in sintonia con un viso solcato da millenarie rughe e decorato con occhiali grandi e spessi che stanno alla base della fronte da cui partono strisce di capelli completamente bianchi.

Il lavoro dagli uomini alle macchine

 

articolo di Ciccio Schembari

In natura nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma!
In un tozzo di pane, oltre a quella solare, c’era, fino a cinquanta anni or sono, l’energia muscolare degli uomini e delle bestie che aravano, mietevano, trebbiavano, macinavano, impastavano, ora c’è l’energia del petrolio consumata dalle macchine che fanno tutte quelle azioni.
Quando, circa dieci mila anni fa, le donne e gli uomini (non l’UOMO) impararono a trasformare l’energia muscolare propria e quella degli animali in prodotti di consumo, diventarono agricoltori, col sudore della loro fronte mangiarono il pane e cambiarono il volto della terra.

Racconto. In virus veritas

di Adriano Fischer

Sono uscito questa mattina intorno alle dieci. Non c’era nessuno, pfff. Ho fatto attenzione alla Spatafora, una signora di ottant’anni, del secondo piano, che trovo sempre nel cortile, bardata con il foulard fino al naso e i guanti che indossa con la dimestichezza di una criminale seriale. Non c’era, pfff. Per strada il vento solleva tovaglioli, salviette, qualche sacchetto, un cane mi abbaia affacciato da un balcone. Un’autoambulanza, un’altra, ancora, spezza quel silenzio magnetico, e fila dritta in direzione dell’ospedale.
Attraverso la strada e mi rifugio in un angolo, dove sono più riparato, devo solo scegliere quale strada prendere. Lo ammetto, sono agitato e me ne vergogno. Vedo rientrare la signora Spatafora, mi nascondo dietro una macchina, se mi vede senza guanti e mascherina, urla traditore della patria, e chiama la polizia. Aspetto che entri, lo fa, apre il portone con i gomiti e con la testa, poi con il sedere, la richiude con il piede. Noto però che ha lasciato fuori il carrello della spesa. Esce nuovamente, tiene il portone aperto con il sedere, trascina il carrello dentro con il piede, richiude con i gomiti. Mi chiedo che se li tiene a fare i guanti. Comunque ha finito, pfff. Posso andare.

Le guaritrici Donne di fora

 

articolo di Ombretta Costanzo

Con un salto nel 1526 ritroviamo le autorità cittadine di Palermo rivolgersi alla popolazione, senza media e senza social, per avvertire che era stata accertata la peste. Fu proibito a “fundacharj et hosterij” di dare alloggio a persone “di qualsivoglia locu e terra di lo Regno” che fossero “sanza bolittino” e senza l’attestato di sanità, un’antica autocertificazione.

Per i trasgressori erano previste torture ad opera del fuoco. Il morbo assassino si espanse indisturbatamente nei centri maggiori della costa mentre l’interno dell’isola assisteva ad una graduale scomparsa degli abitanti. A Messina, secondo quanto tramandato, si registrarono 17000 morti; danni non più lievi anche a Siracusa ed Enna. La drastica ascesa del pericolo di morte nera aveva spinto i poteri amministrativi a tentare misure ancora più rigide, tant’è che nell’ottobre dello stesso anno, per proteggere Palermo, si ordinarono rimedi, benché approssimativi, per arginarne l’ulteriore diffusione, come quello di dare alle fiamme le case degli appestati.

Armi per pane. Uccidere è peccato, ma non lo è produrre armi di sterminio

 

articolo di Ciccio Schembari

Tra i dieci comandamenti c’è ‘non uccidere’ ma non c’è ‘non produrre armi’. Per armi intendo quelle pesanti con cui si fanno le guerre e gli stermini. Si proibisce l’uccisione ma non la produzione degli strumenti di uccisione. Certo, all’epoca di Mosè non c’erano armi terribili, ma all’epoca della Costituzione Italiana c’erano e si conoscevano ed erano state sganciate due bombe atomiche, che avevano fatto strage indiscriminata di civili, donne e bambini, eppure l’art. 11 dice che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, ma non proibisce la produzione delle armi con cui si fa la guerra. E l’Italia ne produce tante, tra cui la Valmara 69, una delle mine antiuomo più devastanti. Hanno poi chiamato la guerra “missione di pace” e hanno aggirato l’art. 11.

Non so se questa stessa norma è prevista nelle costituzioni degli altri Stati e comunque nel preambolo dello Statuto delle Nazioni Unite si legge: “Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità, […]”

La mia ricetta di scrittura di Davide Pappalardo

Prima venne l’atmosfera, poi furono i personaggi e quindi la trama.
Questo il mio ordine di priorità quando scrivo.
Io di un romanzo infatti, anche da lettore, amo di più l’atmosfera che la trama.
Per provare a creare l’atmosfera giusta ho un mio modo di fare molto semplice.
Ascolto musica legata al periodo di riferimento (nella pause dalla scrittura), guardo film e leggo parecchia roba del genere a cui mi voglio accostare. Non per copiare ma per entrare nell’anima della storia che voglio raccontare.

Quando ho scritto Che fine ha fatto Sandra Poggi, a me interessava costruire un certo tipo di romanzo con personaggi ben delineati e un certo tipo di atmosfera. Volevo ricreare un contesto hard-boiled, quello dei romanzi con investigatori tormentati, locali fumosi, pugni. Quei romanzi che se fossero vecchi film ve li immaginereste con Humphrey Bogart o Robert Mitchum.
E così ho letto scrittori diversi tra loro come James Crumley e Charles Willeford e ho fatto un ripasso di Chandler e Hammett.
Con questo metodo mi immergo nel clima della storia che voglio raccontare.

Di cosa parliamo quando parliamo di razza?

 

Articolo di Adriano Fischer

Il recente attentato ad Hanau ha testimoniato l’ennesimo episodio razzista e xenofobo, e contestualmente l’ennesima dimostrazione della stupidità cieca del genere umano.

L’idea di una suddivisione delle popolazioni in razze, biologicamente distinte, cioè caratterizzate da una gerarchia di capacità intellettive, valoriali, etiche o morali non trova alcun fondamento scientifico.

Traguardo ufficializzato poi nella dichiarazione sulla razza dell’Unesco, del 1950, in cui si nega ogni correlazione tra le differenze fenotipiche nelle razze umane e le differenze nelle caratteristiche psicologiche, intellettive e comportamentali.

Ma quando abbiamo allora iniziato a sentire la necessità di classificare il genere umano per razza?

La vita è un bel casino! Ricordi di case chiuse dopo la Merlin

Articolo di Ciccio Schembari

La legge Merlin eliminò il riconoscimento dei casini da parte dello Stato con relativa riscossione dell’imposta sulla prestazione. La famosa “marchetta”. Prima della legge Merlin la tariffa a Ragusa ammontava a 300 (tre cento) lire così distribuite: signorina 150; tenutaria 100; marchetta 40; igiene e profilassi 10. Tra le altre cose si disse che non era giusto, morale, corretto che lo Stato guadagnasse sul meretricio. Che, oggi e anche allora, guadagna sul gioco d’azzardo diffuso a livello di massa, sulla vendita di armi ai caporioni dei paesi africani che scatenano guerre tra poveri e costringono uomini e donne a intraprendere i viaggi della morte verso l’Europa dove sono costretti a vendersi e prostituirsi è invece cosa giusta, morale e corretta!

Dopo la legge Merlin, si ricostituirono i casini pur non riconosciuti dallo Stato, quindi clandestini, ma noti a tutti. Il più noto era l’albergo Nazionale, attaccato al Palazzo comunale e alla Questura. C’erano fisse due prostitute che si alternavano ogni quindici giorni. La tariffa, per tutti gli anni sessanta, ammontava a 3.000 (tre mila) lire. Si andava da soli o in comitiva, si lasciava la tessera in portineria, e ci si accomodava in una stanza. Poi venivano le signorine, insieme o prima l’una e poi l’altra e si sceglieva. Si pagava in portineria al ritiro della tessera. Delle volte i gruppi erano più di uno e numerosi e il tempo d’attesa lungo. C’era il ragazzo addetto alle pulizie che ne approfittava per ingaggiare con i clienti il gioco con le monete, come quello che da ragazzini si faceva in mezzo alle strade con le monete del vecchio corso con l’effige del Re. Era bravo in questo gioco e così arrotondava alle spalle dei clienti.