Invettive

Racconto di Liborio Nice

La via è stretta, dritta fra due file ininterrotte di case. Alcune basse coll’uscio che dalla strada immette direttamente nella stanza più importante: sbirciando attraverso i varchi lasciati dalle tende di cotone bianco, a volte ricamato grossolanamente a giorno, si scorgono tavoli da pranzo coperti con tovaglie di plastica colorata, sedie di formica e, a volte, vasi pieni di fiori finti, scoloriti. In un angolo il frigorifero, il televisore. A volte, d’estate, la parte superiore degli usci è aperta e dietro la parte inferiore sta seduto su una sedia impagliata qualche vecchio in canottiera e con i pantaloni del pigiama a righe che guarda fuori soffiandosi con un ventaglietto di cartoncino pieghettato.

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Lettera agli italiani. Paolo di Tarso

articolo di Adriano Fischer

Cari, vi prego adesso di prestarmi ascolto. Interrompete le vostre funzioni, piaceri o doveri che siano, e leggete fino in fondo questa mia lettera.
Ho una storia contorta da raccontarvi, con le sue tragiche sbandate, una storia piena di ambasce e tralignamenti vari ma che, bisogna dire, ha indiscutibilmente cambiato e stravolto il corso dell’umanità.
Sono sempre stato un uomo di fede ed ogni mia opera, ogni mia azione è stata il frutto dell’abnegazione per la causa che ho sinceramente creduto e sostenuto. Non ho mai fatto nulla per convenienza, uomo terribile sì, ma uomo comunque di fede.
Ho consumato centinaia di calzari perché la buona novella arrivasse nei più sperduti angoli del mondo conosciuto. Del mondo conosciuto dai romani, intendo. Una vita spesa a predicare con una fede che incorruttibile resisteva davanti alle infinite difficoltà che il viaggio mi riservava. Ho fondato varie comunità cristiane a Efeso, Mileto, Corinto, Colossi, Filippi e in altre località dell’Asia Minore e della Grecia. Avreste dovuto vedermi, che camminatore!

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La festa della Grande Madre

articolo di Ombretta Costanzo

La festa della mamma fu festeggiata per la prima volta nel 1957 da don Otello Migliosi, un sacerdote del borgo di Tordibetto ad Assisi.
Festeggio la festa della mamma per la prima volta oggi 9/5/2021 e forse avrei sempre dovuto considerarla. Diletta, mia figlia, è colei su cui oggi ripongo un concetto di appartenenza viscerale, precedentemente idealizzata e fatta planare in modo effimero. Io appartengo a lei tanto quanto lei appartiene a me e a sè stessa in modo creativo e connettivo. Abito in lei che sa prendersi cura di me.
La sua nascita ha sancito una specie di risveglio energetico ; un anziano vicino di casa pronunciò delle semplici parole che mi fecero molto bene nel momento di massimo disorientamento cosmico :
«quando nasce un figlio nasce una madre».

Nonostante fossi già nata ho avvertito un’ intima, graduale e tormentata rinascita.
La genesi coincide con il caos che traccia un’alba e disegna l’evoluzione. Per dare un significato forte alla giornata dedicata alle madri è utile sapere che questa figura imperante derivi dall’energia della terra propagata dall’antichissimo culto della Grande Madre, divinità femminile primordiale, presente in quasi tutte le mitologie che rappresentante la terra, la generatività e il femminile come mediatore tra l’umano e il divino .

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Le arcudare volanti

 

articolo di Ombretta Costanzo

Non sono mai stata ad Alicudi nonostante mi abbia da sempre incuriosito in quanto isola, in quanto sud e in quanto minuscola a tal punto da passare inosservata.
Durante le mie solite ricerche improvvise senza nessuna causa scatenante ma probabilmente stimolate dal desiderio di cercare argomenti leggeri, ho letto un po’ di notizie su questo atollo che, a causa della sua estrema perifericità, è uno scrigno in cui resistono intatte credenze antiche e storie affascinanti.

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L’ultimo liberatore

 

 

racconto di Adriano Fischer

Il salone delle cerimonie è finalmente pronto per l’evento. La calca degli spettatori è trepidante fuori le porte. Si strattona fingendo indifferenza, eppure l’impazienza è ben visibile e si mescola a una certa dose di nervosismo. Le porte vengono aperte finalmente. Le luci del salone sono accecanti, partono dalla loggia e in una cascata di piccoli diademi terminano sul palco. La fiumana di gente è controllata appena dalle maschere, un nugolo di signore in uniforme rossa e berretto blu prega in continuazione di fare silenzio. Il brusio è inevitabile, così pure certi risolini isterici che non si riesce a trattenere per l’eccitazione del momento. Gli spettatori cominciano a occupare i loro posti. Alcuni, ritrovandosi lontani dal palco, provano ad avvicinarsi e a sistemarsi in sordina, coprendosi inutilmente il volto con i cappotti e cappelli, nelle prime file. Mezzucci vani perché i posti sono numerati e immancabilmente un’addetta, senza polemiche, affabile, elegante, chiede di mostrare il biglietto e subito dopo i signori vengono accompagnati alle loro poltrone.

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Il comunismo spiegato a mio figlio

Racconto di Adriano Fischer

(Domenica. Tarda mattina. Un raggio tiepido di sole illumina il soggiorno. Piero sta leggendo il giornale, svogliatamente. Sospira. Martin giace pigramente sulla poltrona, le gambe lunghe sulla sedia. Sonnecchia. In Tv, in questo momento, una compagnia telefonica sta lanciando la sua ultima promozione)

  • Martin, le gambe!
  • Cosa?
  • Le gambe, ho detto. Abbassa quelle gambe. Sporchi la sedia.
  • Ma sono con i calzini!
  • Per ogni giustificazione te la vedi con tua madre. Con me devi limitarti a obbedire!
  • Papà!
  • Ti prego, Martin. Non ti fare ripetere le cose. Sento già le lamentele di tua madre.

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L’ossessione

un racconto di Adriano Fischer

Due volte la settimana, pressappoco alle otto, mi aspetta una lunga sessione di corsa. E, questo, quale che sia il tempo!
Mi sono da poco fatto l’equipaggiamento da runner, tutto in polipropilene traspirante. È un completo indispensabile quando si corre tanto e a passo sostenuto. Per anni ho corso con roba in cotone, era comoda, leggera ma dopo un’ora di corsa sembravo un palombaro, tanto ero appesantito dal sudore.
Il giorno prima della corsa mia moglie mi fa trovare il completo, ordinato e profumato all’ingresso, sopra la cassapanca di legno cui siamo particolarmente affezionati e che c’è stata regalata dai miei suoceri per il matrimonio.
Le scarpe da ginnastica, invece, giacché logore e vecchie – e mi sono ripromesso di cambiarle con un paio più nuovo ma non mi sento pronto per il momento – le tengo fuori. Nel piccolo andito ho trasformato una cassetta della frutta in una comoda scarpiera. Lou non permette nel modo più categorico che a casa entri roba sporca, vecchia e, a maggior ragione, puzzolente. Senza giri di parole, mi minaccia di buttare tutto. Da qui, l’idea della cassetta è sembrata inevitabile.

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L’uomo e il senso della vita

 

Fregio della vita, Munch E.

Articolo di Liborio Nice

Guardo la gente che nel camminare vado incrociando, ne osservo il viso, gli occhi e cerco di immaginare la vita di ognuno. Le mascherine, oggi, consentono un’indagine solo parziale ma gli occhi rimangono scoperti e da essi mi sembra di poter capire cosa c’è dietro; o è solo una mia fantasia.
Colgo lo sguardo svagato di chi si lascia scorrere la vita addosso, l’espressione sognante di chi nella mente si costruisce una esistenza alternativa scegliendo fra le situazioni che immagina o ricorda più gratificanti; il cipiglio di chi sembra pronto a difendersi dall’umanità che lo circonda; lo sguardo attento di chi cerca, leggendo un messaggio sul cellulare, di capire cosa si nasconde dietro le parole che legge; l’occhio spento di chi pensa di aver giocato la sua ultima carta; il piglio dolce di chi si illude che, nonostante tutto, ci sia amore fra gli uomini.

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Il curioso caso di Betty Lou

racconto di Adriano Fischer

Ho fatto un sogno ieri. L’ho fatto ieri?
Era ieri? Non saprei. Non sogno mai, almeno io non ricordo. So che invece si sogna sempre ma non sempre i sogni arrivano al cosciente. Comunque ho fatto questo sogno e per la prima volta c’era Betty Lou.
Era talmente strano che, di primo acchito, non ho pensato fosse un sogno, che è quello che penso quando non penso di sognare.
Quando vidi Betty Lou al salone del libro, infatti, rimasi sorpreso. Lei, piuttosto, mi ha guardato come se il sogno fosse suo ed io ne fossi l’ospite, uno di quei giochi che solitamente fa il subconscio, o era così o non stavo sognando.

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In Gol we trust

articolo di Adriano Fischer

Non ho mai scritto nulla di calcio prima d’ora. E anche adesso non sono così sicuro che è di calcio che voglio parlare. Non credo sia questo il tema. Indubbiamente è lo sport con cui sono cresciuto, che ho amato tantissimo: il pallone è stato una mia estensione e non di rado mi è capitato di dormirci vicino.

Io come tanti della mia generazione ho anelato il sogno di diventare un calciatore, entrare nelle file della Juventus e magari rappresentare il mio paese, ma soprattutto realizzare il gol dei gol, superare tutti gli avversari e tirare il pallone in rete dopo essermi lasciato alle spalle il portiere. Ero fatto di carne e immaginazione, e questo sport, quest’ardente passione, la cui fase si spense quasi definitivamente a vent’anni, fu per me, parafrasando le parole di Pasolini, l’ultima rappresentazione sacra del mio tempo.

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