Categoria: STORIE,STORIELLE,STORIONI

E’ cchiù laria di la vecchia di l’acitu!

articolo di Ombretta Costanzo

Tra le zolle di questa terra sismica ci sono innumerevoli donne incastrate tra i bugiardi silenzi dei feudi spinosi e le assordanti reti stradali che trasferiscono miti, leggende e verità tra oriente e occidente. Proprio ad ovest stavolta ho scorticato la caricatura di Giovanna Bonanno, una strega palermitana in vita dal 1713 al fatale 1789, culmine del suo astuto esercizio. Palermo, guardinga da precetti illuministi di cui altre città italiane si nutrivano, era rigidamente divisa fra poveri straccioni analfabeti che sopravvivevano nelle strade tra mille difficoltà, e ricchi eleganti, che spendevano le loro giornate tra feste lussuose e noiose passeggiate.

LA PRESUNTA VOLGARITA’ DI NINA SICILIANA

articolo di Ombretta Costanzo

“Tapina me che amava uno sparviero,
Amaval tanto ch’io me ne moria;
A lo richiamo ben m’era maniero”

Tapina lei, adombrata, isolana, radiosa come “un prezioso gioiello”, come la definisce Trucchi attribuendole il sonetto “Tapina me” presente nel codice Vaticano Latino 3793 di fine XIII sec. o inizio XIV, componitrice di lamenti amorosi e volgari in sinergica simbiosi con gli stilnovisti del tempo; l’immaginario contenitore d’anima e versi che si propone orgogliosamente di poetare in lingua ‘volgare’ è Nina, una “qualunque” siciliana.
Anche detta “Monna Nina”, resta nei secoli avviluppata nel mistero. Di questa poetessa della fine del XIII secolo, non ci è dato conoscere generalità varie, neppure il nome completo, magari Antonina, ma solo una scarsa collezione di supposizioni sulla sua effettiva storicità, anzi, sulla sua fondata esistenza. Gli studiosi hanno confabulato sulle ipotesi circa il territorio natale estorcendo sommarie informazioni dal nome “Nina” e dal periodo in cui visse, adornato di trovatori che circolavano nelle corti e negli ambienti colti siciliani dell’epoca.

…o come dicevan tutti Peppa ‘a cannunera

Articolo di Ombretta Costanzo

Via Peppa la cannoniera è incastonata in quella trama di “vanedde” che si mimetizzano nella zona più folkloristica e intrigante di Catania da cui mi ostino ad estrarre propositi con misterioso sentimento. Ho un’antica fissazione per nomi di vie e piazze, da piccola le memorizzavo come se fosse un lavoro; “via Peppa la cannoniera” trovavo fosse insolito e divertente e chiesi notizie a mia mamma. Chiaramente ho rimosso in breve tempo, finché, in una delle mie recenti perlustrazioni socio-antropologiche, ho esplorato via Purgatorio, la perpendicolare, mi giro e rileggo quel nome.

E CCU E’? FRANCA FLORIO?

Articolo di Ombretta Costanzo

C’era una volta, in un paese lontano di un’isola scolpita nel profondo sud, una regina che con resistente audacia, ha dato corpo e sangue ad una dinastia che per quasi 150 anni ha dominato la vita commerciale, imprenditoriale e culturale della Palermo di fine ‘700, contribuendo a rendere quell’epoca irripetibile. Allo specchio troviamo il riflesso di Franca Florio, figura nevralgica attorno a cui ruota tutta l’omonima stirpe, adultera moglie di Ignazio Florio, uomo d’affari con cui ostentava una prospera quanto spinosa unione, imprenditore baffuto consapevole della femminea astuzia e indiscussa bellezza di cui Franca si serviva con scaltrezza sia per recitare al meglio la figura di moglie sia, all’occorrenza, per aggiudicarsi un ruolo fondamentale nei salotti mondani delle grandi capitali Europee, tra capi di Stato, artisti, poeti, romanzieri.

Dimitrix una favola etologica

Nella fattoria Greenbeat i bovini sono tutti maculati. Tutti bianchi con chiazze nere. La distesa erbosa sulla quale pascolano dall’alba fino al tramonto si estende a perdita d’occhio ben oltre le colline.
L’acqua scorre dentro canali che la stessa natura ha solcato negli anni. Un lungo corso d’acqua termina a foce su un abbeveratoio, grande quanto una piscina, su cui si dissetano gli animali della fattoria.
Gli uccelli che si allineano sui rami, come piccoli soldatini, sono, la maggior parte, cinciarelle e storni. Ma non mancano i tordi, i passeri e le cinciallegre che spesso planano fino ad atterrare sul dorso delle mucche e su quelle dei maiali, e lì sopra restano, canticchiando fraternamente.

LIGHEA: UNA POSSIBILITA’ DI RISCATTO

Abbiamo idea di cosa identifichi il movimento in sé?
in oriente il movimento è come una danza morbida e sensuale che si osserva e sprigiona dall’interno, mentre in occidente l’osservazione è localizzata paradossalmente nell’esteriorità e nella metodica. Questa complicatissima analisi dei due approcci, più che aiutare ad interpretarci in relazione al mondo, ci confonde e costringe a cercare aggiornamenti di rotta, per non crollare nel vortice dell’immobilismo. Quindi palleggiamo neuroni in perpetua lite ed ostinata attesa di pace.

Il movimento da un emisfero cerebrale all’altro determina disordine e sdoppiamento, tecnicamente definito dualismo e influisce nella nostra vita quando ci imponiamo di ricercare la verità sconfinando tra superficie e abissi. Un big ben che sfracella le nostre molecole disperse nello spazio. Gli unici strumenti disponibili sembrano essere prudenza e microscopio per reperire e ricomporre le facce di un diamante che sarebbe la nostra vita nuova e infrangibile. Inizia il lavoro.
Immaginiamo una coda di pesce che si fa largo spostando il peso dell’acqua.

Neurodelivery dell’arte

articolo di Lupo Alberto

Non ricordo il nome di chi affermò che la bellezza e l’opera d’arte sono in grado di colpire gli stati profondi della mente del fruitore e di far ritornare a galla situazioni e strutture che normalmente sono rimosse.
Immerso così da uno stato emotivo, quasi catatonico, di fronte ad un opera d’arte o ascoltando musica, ne ravviso anche quelle caratteristiche terapeutiche che in molti casi la scienza ha legittimato oggettivamente in alcune patologie del sistema nervoso.
Ciò che colpisce, ed in parte stupisce, è la consapevolezza del fatto che una gran parte di grandi artisti nei vari campi che le muse proteggono, soffrivano di patologie psichiatriche, da forme schizoidi a patologie maniaco-depressive, a forme compulsive, tanto che vi è da chiedersi se vi possa essere una qualche relazione tra questo loro stato di salute sospesa e l’espressione artistica che li ha resi grandi.

Da Euripide a Philip Dick, chi ha inventato la realtà?

Il 412 A.C. è l’anno in cui è stata rappresentata per la prima volta Elena, la tragicommedia di Euripide. Epoca buia, imperversa la guerra del Peloponneso, Atene contro Sparta, Pericle contro Archidamo II. Il motivo per cui il drammaturgo riscrive il mito di Elena, elevandola adesso a simbolo della virtù coniugale, funge da espediente per assumere una posizione squisitamente antimilitarista. Le allusioni a un inutile spargimento di sangue, presenti nell’opera, infatti, sono molteplici.

Ricorderete, a questo proposito, il servo che, venuto a sapere dell’abbindolo, domanda sorpreso a Menelao «vuoi dire che abbiamo sofferto invano per una nuvola?» dove con nuvola ci si riferisce proprio a Elena, o meglio al suo ειδολον, la sua immagine, la sua evanescenza, il suo doppio.

In realtà Euripide non dice nulla di nuovo. L’idea infatti della virtuosa e castigata Elena, questa rivisitazione tragicomica di una Penelope in perenne attesa e che declina le profferte amorose del contendente di turno, la troviamo già nella Palinodia di Stesicoro.

Due secoli prima.

Macalda di Scaletta, un’abile giocatrice di scacchi

 

Ho conosciuto Macalda di Scaletta senza Instagram ne’ reality show e vorrei sottoporla come “influencer” sperimentale in contrasto con una stagionata interpretazione del “gentil sesso”.
Ambiguo e urticante l’accostamento dell’aggettivo “gentil”, necessariamente corrispondente al femminile secondo l’uso idiomatico diffuso; esprime il riconoscimento positivo di doti di raffinatezza e armoniosità del corpo, insiste sugli stereotipi connessi ai modelli femminili tradizionali, che richiamano tanto virtù come docilità, amorevolezza, propensione all’ accoglienza a garanzia di una sana area di confort.

Immigrazione: neocolonialismo e sfruttamento economico

The vulture and the little girl foto di Kevin Carter con cui ha vinto il premio pulitzer

lavoro di Lupo Alberto

Sarebbe interessante poter analizzare come ognuno di noi affronta il “problema” delle grandi immigrazioni che da circa un decennio sembrano avere avuto un drammatico incremento.
C’è chi guarda con indifferenza le tragedie dei barconi in mare o i drammi ai confini degli Stati, chi avverte il risveglio di concezioni xenofobe o razziste, chi teme per il proprio lavoro, chi trova modelli facili di sfruttamento, chi teme per la propria sicurezza, chi si adopera con modelli umanitari, chi organizza forme sociali di integrazione, chi spera o si adagia a governi forti, chi organizza modalità di salvataggio o organizzazioni ospedaliere nei territori devastati dalla guerra, chi…