L’ossessione

un racconto di Adriano Fischer

Due volte la settimana, pressappoco alle otto, mi aspetta una lunga sessione di corsa. E, questo, quale che sia il tempo!
Mi sono da poco fatto l’equipaggiamento da runner, tutto in polipropilene traspirante. È un completo indispensabile quando si corre tanto e a passo sostenuto. Per anni ho corso con roba in cotone, era comoda, leggera ma dopo un’ora di corsa sembravo un palombaro, tanto ero appesantito dal sudore.
Il giorno prima della corsa mia moglie mi fa trovare il completo, ordinato e profumato all’ingresso, sopra la cassapanca di legno cui siamo particolarmente affezionati e che c’è stata regalata dai miei suoceri per il matrimonio.
Le scarpe da ginnastica, invece, giacché logore e vecchie – e mi sono ripromesso di cambiarle con un paio più nuovo ma non mi sento pronto per il momento – le tengo fuori. Nel piccolo andito ho trasformato una cassetta della frutta in una comoda scarpiera. Lou non permette nel modo più categorico che a casa entri roba sporca, vecchia e, a maggior ragione, puzzolente. Senza giri di parole, mi minaccia di buttare tutto. Da qui, l’idea della cassetta è sembrata inevitabile.

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L’uomo e il senso della vita

 

Fregio della vita, Munch E.

Articolo di Liborio Nice

Guardo la gente che nel camminare vado incrociando, ne osservo il viso, gli occhi e cerco di immaginare la vita di ognuno. Le mascherine, oggi, consentono un’indagine solo parziale ma gli occhi rimangono scoperti e da essi mi sembra di poter capire cosa c’è dietro; o è solo una mia fantasia.
Colgo lo sguardo svagato di chi si lascia scorrere la vita addosso, l’espressione sognante di chi nella mente si costruisce una esistenza alternativa scegliendo fra le situazioni che immagina o ricorda più gratificanti; il cipiglio di chi sembra pronto a difendersi dall’umanità che lo circonda; lo sguardo attento di chi cerca, leggendo un messaggio sul cellulare, di capire cosa si nasconde dietro le parole che legge; l’occhio spento di chi pensa di aver giocato la sua ultima carta; il piglio dolce di chi si illude che, nonostante tutto, ci sia amore fra gli uomini.

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Il curioso caso di Betty Lou

racconto di Adriano Fischer

Ho fatto un sogno ieri. L’ho fatto ieri?
Era ieri? Non saprei. Non sogno mai, almeno io non ricordo. So che invece si sogna sempre ma non sempre i sogni arrivano al cosciente. Comunque ho fatto questo sogno e per la prima volta c’era Betty Lou.
Era talmente strano che, di primo acchito, non ho pensato fosse un sogno, che è quello che penso quando non penso di sognare.
Quando vidi Betty Lou al salone del libro, infatti, rimasi sorpreso. Lei, piuttosto, mi ha guardato come se il sogno fosse suo ed io ne fossi l’ospite, uno di quei giochi che solitamente fa il subconscio, o era così o non stavo sognando.

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I soli di Euclide

 

un articolo di Sebastiano Grasso

Fuori piove e il cuore si adagia tra le oscurità.
Le lunghe sere d’inverno seducono la mente e dilatano gli spazi.
Il crepitio della legna che arde seppellisce il tempo, incanta il silenzio. I tenui bagliori delle fiamme raccontano storie di universi paralleli, restituiscono i confini dell’oblio.
Dentro un mondo di tavolozze sospese, di forme congelate, la realtà s’intreccia, si confonde. Sono sensazioni, o possibilità mancate, una nuova idea o il baratro, le ipotesi che si ripetono come loop temporali. Quel dipinto è concluso? Quella forma è risolutiva? L’istinto, nell’intricato groviglio di sentieri amniotici, è l’unica bussola in grado di sostenere la ragione e mettere a tacere i dubbi.

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L’indifferenza

articolo di  Luciana Mongiovì

In un’epoca storica in cui le nostre esistenze appaiono fortemente condizionate dagli esiti pandemici, corriamo il rischio che si rinforzi in modo irreversibile l’indifferenza quale tratto distintivo dell’attualità sociale e, ancor prima, psichica.

Per Freud il contrario dell’amore non era l’odio bensì l’indifferenza; l’indifferente è colui che né ama né odia.
L’indifferenza ha a che fare dunque con l’assenza, la cancellazione delle pulsioni che sono l’essenza stessa della vita. L’indifferente disinveste l’oggetto (l’altro da sè) nel senso che lo priva di qualunque valore o riconoscimento. L’altro è tutt’al più mero oggetto, strumento del proprio godimento.
L’impossibilità di un autentico e sincero investimento pulsionale sull’altro o su di un progetto di vita rimanda a una visione dell’indifferenza come passione mortifera.
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Il mito di Sisifo

Sisifo che trasporta il masso, 1920, Franz von Stuck

articolo di Liborio Nice

Abbiamo sempre associato al mito di Sisifo l’angoscia e la disperazione, cardini della filosofia di Kierkegaard.

Nel suo ‘Aut-aut’ l’angoscia è parte ineluttabile della dimensione esistenziale dell’uomo; nell’uomo etico la costrizione a fare delle scelte fra diverse possibilità implica l’abbandono, la perdita sempre irrecuperabile delle alternative, e la presa di coscienza dell’orizzonte della nostra finitezza, l’orizzonte della morte.

E, poi, la sfiducia nella possibilità di scegliere bene e la certezza assurda di essere per questo dannati: la disperazione.

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Sotto il radioso cammino di Dio di Giorgio Zanchini

recensione di Loredana Pitino

Sotto il radioso cammino di Dio, scritto dal giornalista, voce nota agli ascoltatori di Radio tre, Giorgio Zanchini, è un romanzo che parla di se stesso, un metaromanzo, che parte da uno spunto autobiografico –ce lo chiarisce direttamente lo stesso Zanchini nell’Epilogo- con una particolarissima struttura narrativa. Citando Walter Siti, l’autore avvisa il lettore che si tratta di un autofiction , una ricostruzione autobiografica mascherata da un ludus narrativo che lo innestadirettamente in quella linea tutta novecentesca dell’anti-romanzo; una fabula infarcita di digressioni, interventi filosofici e storici, etici ed economici (la vita, la morte, la malattia, la storia, Dio), perfino gastronomici. Molte le citazioni colte presenti che arricchiscono la scrittura rendendola anche un
saggio da consultare, un testo didascalico.

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Medichesse Sapiens

Articolo di Ombretta Costanzo

Il compito della donna nella comunità preistorica era quello del “prendersi cura”, in primis accogliere la vita quindi allevare i figli, curare malati e anziani oltre a raccogliere le erbe, aver cura degli animali, ecc.. insomma tutto quel carico di lavoro fondamentale al mantenimento della stirpe. Questo è ciò che so a grandi linee ma vorrei approfondire l’identità di una qualsiasi donna preistorica, studiare etica e collocazione di una mulier sapiens…forse lo farò, non adesso. Oggi propongo un puzzle di informazioni su qualche donna “addottorata” che esce allo scoperto sincronizzando pagine web e navigando nei secoli.

Mito, leggenda e storia ci tramandano curriculum di donne con ruoli diversissimi e spesso legati alla cura e alla salute: la dea, la pitia, la maga, la levatrice, la cosmeta, l’erbaria, la sacerdotessa, la vestale, la badessa, la santa, l’alchimista, la strega…e addirittura “la medica”, tutti profili diversi di una stessa persona.

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Arte incontra – Claudio Mario Feruglio

Articolo di Sebastiano Grasso

Nel corso dei nostri appuntamenti ho spesso sottolineato come certe politiche, adottate dall’attuale Sistema Arte, risultano penalizzare molte forme espressive. A questo monopolio abbiamo visto contrapporsi l’autoreferenzialità dell’artista indipendente. Tuttavia, anche questa strategia può rivelarsi pericolosamente sterile se non supportata da una adeguata scelta d’intenti. Tale problematica è un tema molto sentito tra gli addetti.

Il personaggio che mi accingo a presentare è un noto sostenitore della responsabilità morale che l’artista è chiamato ad assumere in ambito sociale. Claudio Mario Feruglio, artista-pittore, intellettuale-laico, è persona dotata di una non comune visione d’insieme.
Egli, con generosità, ha spesso messo a disposizione della comunità artistica le proprie doti; sono numerosi gli artisti, in ambito nazionale ed estero, che ha invitato nei simposi o in mostre collettive. Il suo obiettivo: dare visibilità alla buona Arte, cogliere il bello che ci circonda, rinforzare la consapevolezza dell’artista.

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Impasto fra pulsione di vita e pulsione di morte

articolo di Luciana Mongiovì

La recente nuova ondata pandemica ci cimenta, ancor più gravosamente, col senso di caducità dell’esistenza umana. Questo secondo tempo sembra comportare infatti un aggravio economico e psicologico ulteriore, perché ci trova più deboli, depauperati dal “primo tempo”, o, forse, perché rileva la valenza traumatica – sul piano della rappresentazione psichica – della prima fase.

Gli accadimenti della contemporaneità, e nella fattispecie il ricorso nel mondo, più o meno a macchia di leopardo, del “sistema difensivo” del lockdown, ci mettono a confronto col tema della morte, non soltanto quella dolorosamente fisica dei cari che perdiamo ma anche in riferimento a un vissuto psichico di tipo depressivo che tende a diffondersi.

Gli eventi di questa nostra epoca controversa sembrano catapultarci, talora, dentro le stanze che ospitano la personale di un grande pittore, Goya o Kubin, in cui il visitatore s’immerge, venendone risucchiato, dall’intreccio inestricabile tra vita e morte, catturato da opere d’arte ove l’ineluttabile sofferenza umana si mescola con una spinta vitale.
Per gli stoici «appena veniamo al mondo, cominciamo a morire»; per lo psicoanalista francese Pontalis «la morte, dentro la vita, è “al lavoro”».

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