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Di cosa parliamo quando parliamo di razza?

 

Articolo di Adriano Fischer

Il recente attentato ad Hanau ha testimoniato l’ennesimo episodio razzista e xenofobo, e contestualmente l’ennesima dimostrazione della stupidità cieca del genere umano.

L’idea di una suddivisione delle popolazioni in razze, biologicamente distinte, cioè caratterizzate da una gerarchia di capacità intellettive, valoriali, etiche o morali non trova alcun fondamento scientifico.

Traguardo ufficializzato poi nella dichiarazione sulla razza dell’Unesco, del 1950, in cui si nega ogni correlazione tra le differenze fenotipiche nelle razze umane e le differenze nelle caratteristiche psicologiche, intellettive e comportamentali.

Ma quando abbiamo allora iniziato a sentire la necessità di classificare il genere umano per razza?

Parasite, gli Oscar inattesi

recensione di Loredana Pitino

Perché quest’anno la giuria dell’Academy Award ha fatto una scelta così singolare? Perché ha scelto Parasite? Il primo film non in lingua inglese, del regista sudcoreano Bong Joon Ho, che ha collezionato quattro statuette: l’Oscar per il miglior film e quello per la miglior regia, miglior film internazionale e miglior sceneggiatura originale?
Le ragioni, più o meno condivisibili, sono molteplici.

La sceneggiatura è davvero il frutto di una scrittura geniale, risultato di un’attenta e lucida analisi sociale, che mescola gli ingredienti della commedia con quelli del thriller e della tragedia dolorosa, con profonda introspezione psicologica e notevole capacità di scolpire i personaggi. Il ritmo di tutta la pellicola è assai accelerato, con colpi di scena continui e approfondimenti sui dialoghi e sul confronto fra i personaggi.

I PIONIERI di Luca Scivoletto

 

recensione di Loredana Pitino

Enrico Belfiore, figlio del sindaco del paese e vicesegretario regionale del PCI, è il protagonista di questo romanzo; il PCI è l’alter ego di Enrico, il suo rivale, il padre-padrone che condiziona e gestisce la sua vita.
Modica è il luogo di ambientazione del romanzo, anche se l’autore lo chiama sempre il Paesone, “la provincia rossa, la più rossa del Sud Italia”, e qui si svolge una vicenda che ha il sapore dei racconti di formazione.

Agata o Sant’Agata

articolo di Ombretta Costanzo

La saga di Sant’Agata trascina dietro di sé elementi concreti di ascesa spirituale, rispettati dalla tradizione e rielaborati in chiave pagana che ha proposto una visione ciclica di eventi mitici e stimolato un’attesa metempsicotica di modelli femminili.
Sappiamo che nell’antichità fra i culti più praticati riferibili a Catania, c’era quello delle divinità Demetra, Cerere e Iside. Non è insolito supporre che in Sicilia il cristianesimo abbia seguito il metodo di sostituire alle antiche divinità pagane i nuovi modelli cattolici come Cristo, Maria e i vari santi e che la figura di Agata si sia imposta dunque più facilmente anche per la preesistenza di analoghi modelli miscredenti.

La vita è un bel casino! Ricordi di case chiuse dopo la Merlin

Articolo di Ciccio Schembari

La legge Merlin eliminò il riconoscimento dei casini da parte dello Stato con relativa riscossione dell’imposta sulla prestazione. La famosa “marchetta”. Prima della legge Merlin la tariffa a Ragusa ammontava a 300 (tre cento) lire così distribuite: signorina 150; tenutaria 100; marchetta 40; igiene e profilassi 10. Tra le altre cose si disse che non era giusto, morale, corretto che lo Stato guadagnasse sul meretricio. Che, oggi e anche allora, guadagna sul gioco d’azzardo diffuso a livello di massa, sulla vendita di armi ai caporioni dei paesi africani che scatenano guerre tra poveri e costringono uomini e donne a intraprendere i viaggi della morte verso l’Europa dove sono costretti a vendersi e prostituirsi è invece cosa giusta, morale e corretta!

Dopo la legge Merlin, si ricostituirono i casini pur non riconosciuti dallo Stato, quindi clandestini, ma noti a tutti. Il più noto era l’albergo Nazionale, attaccato al Palazzo comunale e alla Questura. C’erano fisse due prostitute che si alternavano ogni quindici giorni. La tariffa, per tutti gli anni sessanta, ammontava a 3.000 (tre mila) lire. Si andava da soli o in comitiva, si lasciava la tessera in portineria, e ci si accomodava in una stanza. Poi venivano le signorine, insieme o prima l’una e poi l’altra e si sceglieva. Si pagava in portineria al ritiro della tessera. Delle volte i gruppi erano più di uno e numerosi e il tempo d’attesa lungo. C’era il ragazzo addetto alle pulizie che ne approfittava per ingaggiare con i clienti il gioco con le monete, come quello che da ragazzini si faceva in mezzo alle strade con le monete del vecchio corso con l’effige del Re. Era bravo in questo gioco e così arrotondava alle spalle dei clienti.

Arte incontra Paolo Guarrera

articolo di Sebastiano Grasso

La chiave di lettura che ci aiuterà a interpretare il mondo dell’artista che mi appresto a presentare gravita attorno ad un sostantivo, usato spesso in queste circostanze, «silenzio»; una condizione dello spazio, uno stato mentale, non un riparo ai profughi del caos, né una spiaggia dell’oblio, bensì un laboratorio, un osservatorio dei peccati, delle difficoltà, delle speranze, dei piaceri. Un ambiente dove sperimentare, non il delirio dell’onnipotenza, non la prossimità della morte, ma una sorta di quiete in grado di far comprendere, elaborare, il fardello dell’imperfezione; dove costruire la lacrima capace di scaldare le profondità siderali dell’istante terreno.

Tanto a me non accadrà mai!

articolo di Luciana Mongiovì

Alcuni fatti di cronaca alquanto cruenti, che hanno scosso la sensibilità collettiva alimentando – come è consuetudine – una sorta di tribunale mediatico, richiedono delle riflessioni più attente. Quando, ad esempio, un bambino piccolo viene dimenticato dentro una macchina per ore con temperature infernali, quando due ragazze attraversano la strada in condizioni di estremo rischio col semaforo rosso e la pioggia battente, quando una persona si mette alla guida dopo aver ingerito alcol e/o assunto stupefacenti, ci troviamo di fronte a fenomeni facilmente e difensivamente etichettati, e così liquidati, come incomprensibili e inaccettabili.

Gesù, un uomo

Articolo di Adriano Fischer

L’immagine di Cristo l’abbiamo conosciuta un po’ tutti nello stesso modo: sofferente e in croce. A scuola, ad esempio, appena si sollevava lo sguardo, affisso alla parete, l’origine della cultura occidentale, la rappresentazione iconica del dolore, del sacrificio, del martirio. Siamo cresciuti così, con una specie di rispetto, o timore reverenziale, una vena universale di compassione, piuttosto che con atteggiamento strettamente fideistico.
Gesù è Dio fatto uomo, è Cristo ovvero l’unto dal Signore, nato da Maria grazie a un concepimento verginale. Questo è il mito con cui la Chiesa Cattolica ha indorato la nostra pubertà, ha forgiato le nostre innocenze.

Scrittura evocativa e scrittura catalizzatrice

Articolo di Liborio Nice

Il metodo della espressione verbale nasce dalla capacità di evocare con le parole immagini, emozioni, sensazioni, comuni allo scrittore e al lettore. Questo convenzionalmente viene fatto secondo regole semantiche, che associano a parole significati definiti e condivisi, a loro volta assemblate secondo determinati rapporti grammaticali e sintattici.
Solo da questa breve sintesi risalta come sia difficile rappresentare efficacemente il nostro pensiero in forma scritta.

Scrive Gao Xingjiang nel suo romanzo ‘La montagna dell’Anima’:
«Come trovare una lingua musicale, indissolubile, superiore alla melodia, che vada oltre i limiti della morfologia e della sintassi, senza distinzione tra soggetto e oggetto, che superi i pronomi, che si sbarazzi della logica, che sia in costante evoluzione, che non faccia ricorso a immagini, metafore, associazioni d’idee o simboli? Una lingua che possa esprimere allo stesso tempo le sofferenze della vita e la paura della morte, le pene e le gioie, la solitudine e l’appagamento, lo smarrimento e l’attesa, l’esitazione e la determinazione, la codardia e il coraggio, la gelosia e il rimorso, la calma, la frenesia, la sicurezza di sé, la generosità e il disagio, la bontà e l’odio, la compassione e lo scoramento, l’indifferenza e la sensibilità, la meschinità e la bassezza, la nobiltà e la crudeltà, la ferocia e l’umanità, l’entusiasmo e la freddezza, l’imperturbabilità, la sincerità, l’immoralità, la vanità, la cupidigia, il disprezzo e il rispetto, la certezza e il dubbio, la modestia e l’arroganza, la caparbietà e l’indignazione, il risentimento e la vergogna, la sorpresa e l’incredulità, la spossatezza, l’ottenebramento, l’illuminazione improvvisa, la perenne incapacità di comprendere, e il non comprendere nulla nonostante tutto e lasciar andare tutto al diavolo?»

Arte incontra – Giuseppe Colombo

Articolo di Sebastiano Grasso

Detesto novembre, ma quello del 2015 fa storia a parte; in quei giorni Giuseppe Colombo firmò le pareti di Palazzo Moncada (Modica), con quadri di intensa bellezza.
Seduto accanto al camino, osservo i canali del tempo fluttuare attraverso i riflessi del bicchiere; Ardbeg Corryvreckan è un whisky che nasce a nord dell’isola di Islay dove, si dice, che solo le anime più irrequiete osano avventurarsi.

Leggende a parte, bastano pochi vapori per inghiottire la forza del distillato: torrenti di corde catramose ora restituiscono la nera linea degli Iblei, l’eternità che si separa dal sangue, i bassi raggi solari che parlano di tardi tramonti, di campagne dismesse, di memorie dentro gli umidi solchi e poi, le nubi limacciose, gli aranci, i rossi e gli azzurri siderali. Se anche il buon ascolto concilia i sensi, al punto da regalare una memoria di profumo, ripenso al cd di quel viaggio, «Ainda», dei portoghesi Madredesus.