Medichesse Sapiens

Articolo di Ombretta Costanzo

Il compito della donna nella comunità preistorica era quello del “prendersi cura”, in primis accogliere la vita quindi allevare i figli, curare malati e anziani oltre a raccogliere le erbe, aver cura degli animali, ecc.. insomma tutto quel carico di lavoro fondamentale al mantenimento della stirpe. Questo è ciò che so a grandi linee ma vorrei approfondire l’identità di una qualsiasi donna preistorica, studiare etica e collocazione di una mulier sapiens…forse lo farò, non adesso. Oggi propongo un puzzle di informazioni su qualche donna “addottorata” che esce allo scoperto sincronizzando pagine web e navigando nei secoli.

Mito, leggenda e storia ci tramandano curriculum di donne con ruoli diversissimi e spesso legati alla cura e alla salute: la dea, la pitia, la maga, la levatrice, la cosmeta, l’erbaria, la sacerdotessa, la vestale, la badessa, la santa, l’alchimista, la strega…e addirittura “la medica”, tutti profili diversi di una stessa persona.

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Arte incontra – Claudio Mario Feruglio

Articolo di Sebastiano Grasso

Nel corso dei nostri appuntamenti ho spesso sottolineato come certe politiche, adottate dall’attuale Sistema Arte, risultano penalizzare molte forme espressive. A questo monopolio abbiamo visto contrapporsi l’autoreferenzialità dell’artista indipendente. Tuttavia, anche questa strategia può rivelarsi pericolosamente sterile se non supportata da una adeguata scelta d’intenti. Tale problematica è un tema molto sentito tra gli addetti.

Il personaggio che mi accingo a presentare è un noto sostenitore della responsabilità morale che l’artista è chiamato ad assumere in ambito sociale. Claudio Mario Feruglio, artista-pittore, intellettuale-laico, è persona dotata di una non comune visione d’insieme.
Egli, con generosità, ha spesso messo a disposizione della comunità artistica le proprie doti; sono numerosi gli artisti, in ambito nazionale ed estero, che ha invitato nei simposi o in mostre collettive. Il suo obiettivo: dare visibilità alla buona Arte, cogliere il bello che ci circonda, rinforzare la consapevolezza dell’artista.

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Impasto fra pulsione di vita e pulsione di morte

articolo di Luciana Mongiovì

La recente nuova ondata pandemica ci cimenta, ancor più gravosamente, col senso di caducità dell’esistenza umana. Questo secondo tempo sembra comportare infatti un aggravio economico e psicologico ulteriore, perché ci trova più deboli, depauperati dal “primo tempo”, o, forse, perché rileva la valenza traumatica – sul piano della rappresentazione psichica – della prima fase.

Gli accadimenti della contemporaneità, e nella fattispecie il ricorso nel mondo, più o meno a macchia di leopardo, del “sistema difensivo” del lockdown, ci mettono a confronto col tema della morte, non soltanto quella dolorosamente fisica dei cari che perdiamo ma anche in riferimento a un vissuto psichico di tipo depressivo che tende a diffondersi.

Gli eventi di questa nostra epoca controversa sembrano catapultarci, talora, dentro le stanze che ospitano la personale di un grande pittore, Goya o Kubin, in cui il visitatore s’immerge, venendone risucchiato, dall’intreccio inestricabile tra vita e morte, catturato da opere d’arte ove l’ineluttabile sofferenza umana si mescola con una spinta vitale.
Per gli stoici «appena veniamo al mondo, cominciamo a morire»; per lo psicoanalista francese Pontalis «la morte, dentro la vita, è “al lavoro”».

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Ragusa: dalla società orizzontale alla società verticale alla ricerca del centro perduto

Prefazione del Prof. Giorgio Flaccavento

Il libro trae spunto dalla Processione del Venerdì Santo quale essa è stata a Ragusa fino agli anni cinquanta del secolo scorso, una processione composita in cui sfilavano statue raffiguranti vari momenti della passione di Cristo, ciascuna legata ad una delle classi sociali presenti in città e, a partire da questa, racconta Ragusa e i ragusani attraverso le varie classi e le loro interrelazioni.

Non vuole essere una ricerca antropologica, ma semplicemente una riflessione sulla propria esperienza di vita da parte di un intellettuale laico e ruspante quale Ciccio Schembari usa definirsi: ruspante per dire che ama pensare in campo aperto, libero da schemi e laccioli accademici, elaborando e componendo gli stimoli, le sollecitazioni che la vita gli offre secondo un proprio schema culturale influenzato dai suoi studi di matematica e dalle molte e varie letture che spaziano dalla narrativa, alla filosofia, alla politica.

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Una metamorfosi

racconto di Adriano Fischer

Era giovedì. Tirava un vento freddo. Bisognava sollevare il gomito all’altezza del viso per proteggersi da questi aculei invisibili. Il cielo andava rannuvolandosi, poi schiarite impreviste, poi di nuovo si rannuvolava. Non pioverà, come da un paio di settimane, ma le signore avevano già aperto tutte l’ombrello.
La vetrina del barbiere era opaca, la bottega si scorgeva appena dalla strada, era vuota, e lui era fuori che fumava annoiato una sigaretta. Teneva gli occhi socchiusi che si perdevano tra le rughe e una frangia di capelli che gli cadeva a riga sulla fronte. Non ricambiava i saluti, se non impercettibilmente, quando erano insistenti, quando la gente gli si parava davanti.
Il bengalese che vestiva una salopette larga e lacera sistemava le casse di frutta l’una sull’altra. Lo faceva ogni giorno verso quest’ora e Piero lo osservava inspiegabilmente curioso perché sembrava che si stesse preparando per chiudere, quando in realtà tirava fino a notte fonda.

Dalla mezzanotte quest’angolo di quartiere era pieno di studenti che per due lire acquistavano birre e super alcolici e li scolavano sul marciapiede o su una panchina che il bengalese era riuscito a recuperare e che aveva inchiodato per terra. Il sabato poteva capitare che una pattuglia della polizia controllasse l’attività ma poi finiva con sconticini e mazzette agli agenti che, fingendo sobrietà, fumavano appoggiati su un fianco dell’auto.
In realtà i ragazzi non facevano neppure tutto questo chiasso, Piero già era a letto che dormiva da un pezzo mentre la gioventù sorseggiava birra e scrollava ipnotizzata il suo smartphone. È strano che non s’incrocino più come una volta gli sguardi della gente. Quando capita, l’espressione è buia, come assente, non si direbbe assorta in chissà che pensieri ma piuttosto sconnessa. È questo vale di giorno quanto di notte. All’aperto come in ufficio.

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Alla ricerca di Nietzsche nell’Ulisse di Joyce

articolo di Liborio Nice

James Joyce non aveva ancora iniziato i suoi anni più produttivi di scrittura quando conobbe per la prima volta il pensiero del filosofo Friedrich Nietzsche, il cui profondo scetticismo sulle prospettive tradizionali della vita e del mondo probabilmente parlava ad alcune delle preoccupazioni ed esperienze del giovane scrittore.
Quando Joyce incominciò a scrivere la sua celebre epopea modernista, “Ulisse”, possedeva una comprensione ben sviluppata e sfumata di diverse componenti fondamentali del pensiero di Nietzsche; non solo ne conosceva i capisaldi ma ne coglieva anche le loro implicazioni più profonde. Non dovrebbe sorprendere, quindi, che queste idee trovino la loro strada nel romanzo epico di Joyce.

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Le regole dell’Arte

articolo di Sebastiano Grasso

Sopportare la canicola catanese è sempre uno scotto da pagare se decidi di frequentare la città. La speranza è sempre quella di trovare ristoro sotto le ampie fronde degli alberi; ma è una mera illusione. In questo periodo ed in alcune ore del giorno, il caldo e l’umidità (di queste latitudini) sono insopportabili, ovunque. A piazza Verga, nei primi giorni di settembre, a mattinata inoltrata, mi incontrai con Alfredo, dovendo discutere sulle strategie da adottare per la nuova stagione del blog. All’incontro nessuno dei due diede a vedere sofferenza per l’afa ma cercammo subito asilo in un buon caffè.

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Pandemia: la funzione della scuola

articolo di Luciana Mongiovì

La scuola è ripresa ormai in quasi tutta Italia, certamente un passo in avanti rispetto a un auspicabile ritorno alla “normalità”. Un avanzamento significativo, innanzitutto, circa la possibilità di recupero ancorché parziale della socialità dei più giovani, di partecipare a lezioni de visu anziché da remoto, di condividere di presenza spazi, tempi, sensazioni ed emozioni. Gli affetti, ad esempio, possono essere vissuti, comunicati e condivisi, a pieno e in modo autentico, solo di presenza. Di sicuro, la didattica a distanza ha privato le nuove generazioni di una esperienza fondamentale e fondativa della psiche, del vivere sociale, della capacità di stare in relazione con l’altro nello stesso luogo.

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Mara. Una donna del Novecento

recensione di Loredana Pitino

“So, e ne sono convinta che esiste una storia delle donne che si incontra, si intreccia con quella generale dei popoli, che può essere dipendente ma non coincide mai con essa”.

Ritanna Armeni, scrittrice e giornalista, spiega nella prefazione al romanzo, cosa l’ha spinta a scrivere questa storia, la storia di Mara, una ragazza nata nel 1920 e che ha 13 anni all’inizio del racconto. Vive a Roma, vicino a largo di Torre Argentina. Ha un’amica del cuore, Nadia, coprotagonista del romanzo, fascista convinta, che la porta a sentire il Duce a piazza Venezia.

Ha tanti sogni e tante speranze ed è convinta che il fascismo le permetterà di realizzarli tutti. Vuole studiare letteratura latina, diventare bella e indipendente come l’elegante zia Luisa. Il futuro le sembra a portata di mano, sicuro sotto il ritratto del Duce.

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Il mito della Nazione

 

articolo di Adriano Fischer

Volevo aprire la stagione polifemica con uno di quei temi che se non si dà per scontato è perché non si conosce a sufficienza. L’aria, d’altro canto, tira in un’altra direzione, il nazionalismo è argomento masticato un po’ da tutti, tirato a lucido dai media, cavalcato dalla politica come rimedio a ogni crisi, a ogni emergenza.

I popoli si ricordano improvvisamente di avere chissà quali origini comuni, dalle quali fanno derivare un sentimento di solidarietà e di coesione interna, cosiddetti sentimenti nazionalisti grazie ai quali i membri riescono a percepirsi differenti e separati da quelli che appartengono a un altro, analogo, gruppo.

Sovranismo, nazionalismo, patriottismo, irredentismo sono sofismi o paralogismi, parole vuote, parole su cui persone come Salvini e Meloni, al grido ridicolo Prima gli Italiani, hanno costruito la propria carriera, montato il loro ideale leviatano, un ircocervo aristotelico che si nutre di odio e d’ignoranza.

La realtà che si nasconde dietro è come sempre ben diversa.

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