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Gesù, un uomo

Articolo di Adriano Fischer

L’immagine di Cristo l’abbiamo conosciuta un po’ tutti nello stesso modo: sofferente e in croce. A scuola, ad esempio, appena si sollevava lo sguardo, affisso alla parete, l’origine della cultura occidentale, la rappresentazione iconica del dolore, del sacrificio, del martirio. Siamo cresciuti così, con una specie di rispetto, o timore reverenziale, una vena universale di compassione, piuttosto che con atteggiamento strettamente fideistico.
Gesù è Dio fatto uomo, è Cristo ovvero l’unto dal Signore, nato da Maria grazie a un concepimento verginale. Questo è il mito con cui la Chiesa Cattolica ha indorato la nostra pubertà, ha forgiato le nostre innocenze.

Scrittura evocativa e scrittura catalizzatrice

Articolo di Liborio Nice

Il metodo della espressione verbale nasce dalla capacità di evocare con le parole immagini, emozioni, sensazioni, comuni allo scrittore e al lettore. Questo convenzionalmente viene fatto secondo regole semantiche, che associano a parole significati definiti e condivisi, a loro volta assemblate secondo determinati rapporti grammaticali e sintattici.
Solo da questa breve sintesi risalta come sia difficile rappresentare efficacemente il nostro pensiero in forma scritta.

Scrive Gao Xingjiang nel suo romanzo ‘La montagna dell’Anima’:
«Come trovare una lingua musicale, indissolubile, superiore alla melodia, che vada oltre i limiti della morfologia e della sintassi, senza distinzione tra soggetto e oggetto, che superi i pronomi, che si sbarazzi della logica, che sia in costante evoluzione, che non faccia ricorso a immagini, metafore, associazioni d’idee o simboli? Una lingua che possa esprimere allo stesso tempo le sofferenze della vita e la paura della morte, le pene e le gioie, la solitudine e l’appagamento, lo smarrimento e l’attesa, l’esitazione e la determinazione, la codardia e il coraggio, la gelosia e il rimorso, la calma, la frenesia, la sicurezza di sé, la generosità e il disagio, la bontà e l’odio, la compassione e lo scoramento, l’indifferenza e la sensibilità, la meschinità e la bassezza, la nobiltà e la crudeltà, la ferocia e l’umanità, l’entusiasmo e la freddezza, l’imperturbabilità, la sincerità, l’immoralità, la vanità, la cupidigia, il disprezzo e il rispetto, la certezza e il dubbio, la modestia e l’arroganza, la caparbietà e l’indignazione, il risentimento e la vergogna, la sorpresa e l’incredulità, la spossatezza, l’ottenebramento, l’illuminazione improvvisa, la perenne incapacità di comprendere, e il non comprendere nulla nonostante tutto e lasciar andare tutto al diavolo?»

Arte incontra – Giuseppe Colombo

Articolo di Sebastiano Grasso

Detesto novembre, ma quello del 2015 fa storia a parte; in quei giorni Giuseppe Colombo firmò le pareti di Palazzo Moncada (Modica), con quadri di intensa bellezza.
Seduto accanto al camino, osservo i canali del tempo fluttuare attraverso i riflessi del bicchiere; Ardbeg Corryvreckan è un whisky che nasce a nord dell’isola di Islay dove, si dice, che solo le anime più irrequiete osano avventurarsi.

Leggende a parte, bastano pochi vapori per inghiottire la forza del distillato: torrenti di corde catramose ora restituiscono la nera linea degli Iblei, l’eternità che si separa dal sangue, i bassi raggi solari che parlano di tardi tramonti, di campagne dismesse, di memorie dentro gli umidi solchi e poi, le nubi limacciose, gli aranci, i rossi e gli azzurri siderali. Se anche il buon ascolto concilia i sensi, al punto da regalare una memoria di profumo, ripenso al cd di quel viaggio, «Ainda», dei portoghesi Madredesus.

E’ cchiù laria di la vecchia di l’acitu!

articolo di Ombretta Costanzo

Tra le zolle di questa terra sismica ci sono innumerevoli donne incastrate tra i bugiardi silenzi dei feudi spinosi e le assordanti reti stradali che trasferiscono miti, leggende e verità tra oriente e occidente. Proprio ad ovest stavolta ho scorticato la caricatura di Giovanna Bonanno, una strega palermitana in vita dal 1713 al fatale 1789, culmine del suo astuto esercizio. Palermo, guardinga da precetti illuministi di cui altre città italiane si nutrivano, era rigidamente divisa fra poveri straccioni analfabeti che sopravvivevano nelle strade tra mille difficoltà, e ricchi eleganti, che spendevano le loro giornate tra feste lussuose e noiose passeggiate.

Lou Salomé e l’impudenza delle intellettuali

Articolo di Luciana Mongiovì

Nel 1931 S. Freud omaggia pubblicamente, con parole di insolita ammirazione, l’allieva Lou von Salomè, prima psicoanalista donna, riconoscendole una «superiorità su noi tutti, conforme alle altezza dalle quali Lei è scesa a noi».

Cinquant’anni prima si era avvalso di una metafora affine F. Nietzsche quando, incontrandola per la prima volta a San Pietroburgo, le aveva chiesto incantato dalla “giovane russa”:«Da quali stelle siamo caduti per incontrarci qui?».

Trovami un modo semplice per uscirne di Nicola Nucci

 

recensione di Sara Bartolucci

Prendiamo due ventenni, un operaio e un disoccupato, chiusi in uno scantinato durante un pomeriggio qualsiasi. Mettiamoci una buona musica di sottofondo, da bere, da fumare e un’irresistibile voglia di espellere dall’anima tutta l’insoddisfazione che li logora: ecco la cornice di Trovami un modo semplice per uscirne.
Un non-romanzo, finalista del Premio Calvino 2018, che nella sua apparente semplicità è un concentrato esplosivo di riflessione. Non è un romanzo né un’ opera teatrale ma un dialogo ininterrotto fra due amici annoiati dalla routine, che vogliono “trovare un modo per uscirne”. Come? Progettando una rivoluzione.

CIBO, l’artista che trasforma l’odio.

 

Articolo di Adriano Fischer

Pier Paolo Spinazzè ha 37 anni e il suo nom de plume è Cibo. Cibo proprio quello che troviamo a tavola tutti i giorni, lo stesso di cui riempiamo i nostri stomaci, ma anche i nostri discorsi, i nostri pensieri, i nostri desideri. Cibo è la nostra tradizione, il nostro territorio, il nostro Dna.

Cibo e il cibo diventano, allora, i protagonisti di un impegno civile che dura ormai da una ventina di anni. A Verona, nella provincia, a ripulire i muri dai simboli dell’orrore e dell’odio, quelli che campeggiano e insozzano le superfici scialbe e anonime della città, quei simboli stagliati sopra gli aloni umorali che lasciano i cani, quegli obbrobri che comunicano il livello evolutivo di una comunità, il suo degrado, la sua sciatteria.

LA PRESUNTA VOLGARITA’ DI NINA SICILIANA

articolo di Ombretta Costanzo

“Tapina me che amava uno sparviero,
Amaval tanto ch’io me ne moria;
A lo richiamo ben m’era maniero”

Tapina lei, adombrata, isolana, radiosa come “un prezioso gioiello”, come la definisce Trucchi attribuendole il sonetto “Tapina me” presente nel codice Vaticano Latino 3793 di fine XIII sec. o inizio XIV, componitrice di lamenti amorosi e volgari in sinergica simbiosi con gli stilnovisti del tempo; l’immaginario contenitore d’anima e versi che si propone orgogliosamente di poetare in lingua ‘volgare’ è Nina, una “qualunque” siciliana.
Anche detta “Monna Nina”, resta nei secoli avviluppata nel mistero. Di questa poetessa della fine del XIII secolo, non ci è dato conoscere generalità varie, neppure il nome completo, magari Antonina, ma solo una scarsa collezione di supposizioni sulla sua effettiva storicità, anzi, sulla sua fondata esistenza. Gli studiosi hanno confabulato sulle ipotesi circa il territorio natale estorcendo sommarie informazioni dal nome “Nina” e dal periodo in cui visse, adornato di trovatori che circolavano nelle corti e negli ambienti colti siciliani dell’epoca.

Arte incontra – Spiriti in fermento

 

Articolo di Sebastiano Grasso

Rincorrere il tempo non è mai saggio: si perdono di vista dettagli, come il quieto adagiarsi di una foglia, il profumo dei campi dopo la pioggia, il furtivo sorriso di un bimbo.
5 ottobre 2019. Mi trovo sulla E45, all’altezza della Costa Saracena (Agnone Bagni – Sr), guardo l’orologio, sono le ore 17; alle 18, al Palazzo Moncada (Convento del Carmine) di Modica, si inaugurerà la mostra «Spiriti in fermento – in memoria di Antonio Mercadante», evento a cui non intendo mancare.
Manco a dirlo, inizio a rincorrere il tempo.

Il sole spietato dell’orizzonte mi precederà per i restanti 108 km. La velocità non dà il tempo all’occhio di adattarsi, le improvvise oscurità create dai contrasti fanno perdere i riferimenti; eppure, il cuore osserva quieto la linea del mare.