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Possiamo salvare il mondo, prima di cena. Perché il clima siamo noi, J. S. Foer

 

articolo di Sara Bartolucci

«La crisi ambientale, pur essendo un’esperienza universale, non ci dà la sensazione di un evento di cui facciamo parte. Anzi, non ci dà proprio la sensazione di essere un evento. […] È solo il clima, solo l’ambiente. Quasi certamente però le generazioni future guarderanno in retrospettiva e si chiederanno […] Per quale ragione al mondo abbiamo scelto di suicidarci e di sacrificare loro?»

Il lavoro dagli uomini alle macchine

 

articolo di Ciccio Schembari

In natura nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma!
In un tozzo di pane, oltre a quella solare, c’era, fino a cinquanta anni or sono, l’energia muscolare degli uomini e delle bestie che aravano, mietevano, trebbiavano, macinavano, impastavano, ora c’è l’energia del petrolio consumata dalle macchine che fanno tutte quelle azioni.
Quando, circa dieci mila anni fa, le donne e gli uomini (non l’UOMO) impararono a trasformare l’energia muscolare propria e quella degli animali in prodotti di consumo, diventarono agricoltori, col sudore della loro fronte mangiarono il pane e cambiarono il volto della terra.

Luciano Canfora, Il Sovversivo, Concetto Marchesi e il comunismo italiano

recensione di Loredana Pitino

Luciano Canfora, forse il più grande intellettuale vivente in Italia, dedica un volume monumentale (978 pagine) a un personaggio complesso, un grande intellettuale italiano, siciliano, un comunista “puro” (come egli stesso si definiva), uno dei fondamentali studiosi della Lingua e della Letteratura latina: Concetto Marchesi, un sovversivo.

Attraverso la vicenda personale, politica e intellettuale di Marchesi, Canfora ripercorrere l’intera vicenda del movimento socialistico italiano: dai fasci siciliani al PCI, dalla scissione di Livorno alla persecuzione fascista, dal giuramento degli intellettuali al Partito fascista, alla guerra e alla Resistenza, al dibattito politico degli anni Cinquanta.

Arte incontra Calusca (Luca Scandura)

articolo di Sebastiano Grasso

L’assenza di attenzione che da parecchio tempo molte amministrazioni siciliane dedicano all’Arte ha generato l’anonimato culturale che conosciamo. Come avviene anche ad Acireale, fatta salva qualche eccezione, a memoria registro la ‘Rassegna d’Arte Internazionale’, prodotta dal Comune e altri partner istituzionali, negli anni ’70 e ’80, una manifestazione che ha inciso nelle dinamiche di settore, ma poco o per niente presso gli artisti locali, i quali hanno continuato a restare ‘abbastanza chiusi nel loro mondo e con scarsa capacità di uscirne fuori’ (P. Nicolosi, 2019). Quando nel 1996 iniziai a frequentare gli studi di alcuni artisti acesi rimasi colpito dall’insofferenza che gravitava dentro le loro piccole ‘cattedrali’: tra i silenzi sospesi, rarefatte atmosfere alimentavano un unico miraggio: la grande galleria d’arte, l’attenzione del famoso critico. Nulla di più. Fu durante la vigilia di Natale del 2000, quando incontrai il volto di alcuni amici artisti, che notai un’espressione diversa: un misto tra orgoglio e ansia da riscatto. Mi dissero di una imminente serie di appuntamenti espositivi. In verità furono mostre che diedero il via ad una nuova stagione di gestione dell’immagine/evento; l’artefice un giovane pittore, Calusca, acronimo di Luca Scandura (classe 1975).

Caducità e pandemia

Statistica A-Z

articolo di Luciana Mongiovì

Lo stato di emergenza – Covid-19, che ha modificato in modo così repentino e drastico le nostre abitudini di vita sovvertendone alcune delle coordinate di riferimento, unitamente alla paura del contagio e all’isolamento sociale, sta riattivando, spesso potenziandole in intensità, angosce profonde e primitive che, come primo effetto, mettono a dura prova la nostra capacità di pensare.

Racconto. In virus veritas

di Adriano Fischer

Sono uscito questa mattina intorno alle dieci. Non c’era nessuno, pfff. Ho fatto attenzione alla Spatafora, una signora di ottant’anni, del secondo piano, che trovo sempre nel cortile, bardata con il foulard fino al naso e i guanti che indossa con la dimestichezza di una criminale seriale. Non c’era, pfff. Per strada il vento solleva tovaglioli, salviette, qualche sacchetto, un cane mi abbaia affacciato da un balcone. Un’autoambulanza, un’altra, ancora, spezza quel silenzio magnetico, e fila dritta in direzione dell’ospedale.
Attraverso la strada e mi rifugio in un angolo, dove sono più riparato, devo solo scegliere quale strada prendere. Lo ammetto, sono agitato e me ne vergogno. Vedo rientrare la signora Spatafora, mi nascondo dietro una macchina, se mi vede senza guanti e mascherina, urla traditore della patria, e chiama la polizia. Aspetto che entri, lo fa, apre il portone con i gomiti e con la testa, poi con il sedere, la richiude con il piede. Noto però che ha lasciato fuori il carrello della spesa. Esce nuovamente, tiene il portone aperto con il sedere, trascina il carrello dentro con il piede, richiude con i gomiti. Mi chiedo che se li tiene a fare i guanti. Comunque ha finito, pfff. Posso andare.

Le guaritrici Donne di fora

 

articolo di Ombretta Costanzo

Con un salto nel 1526 ritroviamo le autorità cittadine di Palermo rivolgersi alla popolazione, senza media e senza social, per avvertire che era stata accertata la peste. Fu proibito a “fundacharj et hosterij” di dare alloggio a persone “di qualsivoglia locu e terra di lo Regno” che fossero “sanza bolittino” e senza l’attestato di sanità, un’antica autocertificazione.

Per i trasgressori erano previste torture ad opera del fuoco. Il morbo assassino si espanse indisturbatamente nei centri maggiori della costa mentre l’interno dell’isola assisteva ad una graduale scomparsa degli abitanti. A Messina, secondo quanto tramandato, si registrarono 17000 morti; danni non più lievi anche a Siracusa ed Enna. La drastica ascesa del pericolo di morte nera aveva spinto i poteri amministrativi a tentare misure ancora più rigide, tant’è che nell’ottobre dello stesso anno, per proteggere Palermo, si ordinarono rimedi, benché approssimativi, per arginarne l’ulteriore diffusione, come quello di dare alle fiamme le case degli appestati.

Arte incontra Giuseppe Calderone

articolo di Sebastiano Grasso. 

L’immagine che introduce l’articolo ha per titolo «Materia grigia»; opera che sembra tratta del testo più misterioso del mondo, «il manoscritto Voynich»; un codice, risalente alla metà del ‘400, un’enciclopedia illustrata che, per via delle sue intriganti illustrazioni e di simboli sconosciuti, ha catturato l’attenzione degli studiosi di tutto il mondo (ivi compreso il matematico Alan Turing) e, pare, persino dell’FBI (che provò a decifrarlo durante la guerra fredda, convinta che fosse opera della propaganda comunista.).

«Materia grigia» nasce dalla sapiente mano di Giuseppe Calderone. Classe 1975, Calderone dopo il corso sperimentale Grafico Visivo del Liceo Artistico consegue il Diploma Accademico in Decorazione, nonché quello di secondo livello in Arti Visive e Discipline per lo spettacolo in Grafica. Ha collaborato come grafico presso lo studio di architettura ‘Studio a2’ e per le riviste free press «L’inchiostro» e «Next l’ink». Ha realizzato un’opera pittorica per il testo di poesie di Rocco Giudice «Versi Apocrifi». Vanta diverse esposizioni, tra le quali: «Arte urbana» del 1998, «500 Bandiere per essere città» manifestazione curata da Antonio Presti nel 2005; «Street Art» nel 2015; inoltre nel 2013 partecipa a «Civitatis Artefices», un progetto indetto dal Comune di Acireale. Ha fatto parte del gruppo artistico acese «12 Movimenti».

Armi per pane. Uccidere è peccato, ma non lo è produrre armi di sterminio

 

articolo di Ciccio Schembari

Tra i dieci comandamenti c’è ‘non uccidere’ ma non c’è ‘non produrre armi’. Per armi intendo quelle pesanti con cui si fanno le guerre e gli stermini. Si proibisce l’uccisione ma non la produzione degli strumenti di uccisione. Certo, all’epoca di Mosè non c’erano armi terribili, ma all’epoca della Costituzione Italiana c’erano e si conoscevano ed erano state sganciate due bombe atomiche, che avevano fatto strage indiscriminata di civili, donne e bambini, eppure l’art. 11 dice che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, ma non proibisce la produzione delle armi con cui si fa la guerra. E l’Italia ne produce tante, tra cui la Valmara 69, una delle mine antiuomo più devastanti. Hanno poi chiamato la guerra “missione di pace” e hanno aggirato l’art. 11.

Non so se questa stessa norma è prevista nelle costituzioni degli altri Stati e comunque nel preambolo dello Statuto delle Nazioni Unite si legge: “Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità, […]”

La mia ricetta di scrittura di Davide Pappalardo

Prima venne l’atmosfera, poi furono i personaggi e quindi la trama.
Questo il mio ordine di priorità quando scrivo.
Io di un romanzo infatti, anche da lettore, amo di più l’atmosfera che la trama.
Per provare a creare l’atmosfera giusta ho un mio modo di fare molto semplice.
Ascolto musica legata al periodo di riferimento (nella pause dalla scrittura), guardo film e leggo parecchia roba del genere a cui mi voglio accostare. Non per copiare ma per entrare nell’anima della storia che voglio raccontare.

Quando ho scritto Che fine ha fatto Sandra Poggi, a me interessava costruire un certo tipo di romanzo con personaggi ben delineati e un certo tipo di atmosfera. Volevo ricreare un contesto hard-boiled, quello dei romanzi con investigatori tormentati, locali fumosi, pugni. Quei romanzi che se fossero vecchi film ve li immaginereste con Humphrey Bogart o Robert Mitchum.
E così ho letto scrittori diversi tra loro come James Crumley e Charles Willeford e ho fatto un ripasso di Chandler e Hammett.
Con questo metodo mi immergo nel clima della storia che voglio raccontare.