Una metamorfosi

racconto di Adriano Fischer

Era giovedì. Tirava un vento freddo. Bisognava sollevare il gomito all’altezza del viso per proteggersi da questi aculei invisibili. Il cielo andava rannuvolandosi, poi schiarite impreviste, poi di nuovo si rannuvolava. Non pioverà, come da un paio di settimane, ma le signore avevano già aperto tutte l’ombrello.
La vetrina del barbiere era opaca, la bottega si scorgeva appena dalla strada, era vuota, e lui era fuori che fumava annoiato una sigaretta. Teneva gli occhi socchiusi che si perdevano tra le rughe e una frangia di capelli che gli cadeva a riga sulla fronte. Non ricambiava i saluti, se non impercettibilmente, quando erano insistenti, quando la gente gli si parava davanti.
Il bengalese che vestiva una salopette larga e lacera sistemava le casse di frutta l’una sull’altra. Lo faceva ogni giorno verso quest’ora e Piero lo osservava inspiegabilmente curioso perché sembrava che si stesse preparando per chiudere, quando in realtà tirava fino a notte fonda.

Dalla mezzanotte quest’angolo di quartiere era pieno di studenti che per due lire acquistavano birre e super alcolici e li scolavano sul marciapiede o su una panchina che il bengalese era riuscito a recuperare e che aveva inchiodato per terra. Il sabato poteva capitare che una pattuglia della polizia controllasse l’attività ma poi finiva con sconticini e mazzette agli agenti che, fingendo sobrietà, fumavano appoggiati su un fianco dell’auto.
In realtà i ragazzi non facevano neppure tutto questo chiasso, Piero già era a letto che dormiva da un pezzo mentre la gioventù sorseggiava birra e scrollava ipnotizzata il suo smartphone. È strano che non s’incrocino più come una volta gli sguardi della gente. Quando capita, l’espressione è buia, come assente, non si direbbe assorta in chissà che pensieri ma piuttosto sconnessa. È questo vale di giorno quanto di notte. All’aperto come in ufficio.

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Alla ricerca di Nietzsche nell’Ulisse di Joyce

articolo di Liborio Nice

James Joyce non aveva ancora iniziato i suoi anni più produttivi di scrittura quando conobbe per la prima volta il pensiero del filosofo Friedrich Nietzsche, il cui profondo scetticismo sulle prospettive tradizionali della vita e del mondo probabilmente parlava ad alcune delle preoccupazioni ed esperienze del giovane scrittore.
Quando Joyce incominciò a scrivere la sua celebre epopea modernista, “Ulisse”, possedeva una comprensione ben sviluppata e sfumata di diverse componenti fondamentali del pensiero di Nietzsche; non solo ne conosceva i capisaldi ma ne coglieva anche le loro implicazioni più profonde. Non dovrebbe sorprendere, quindi, che queste idee trovino la loro strada nel romanzo epico di Joyce.

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Le regole dell’Arte

articolo di Sebastiano Grasso

Sopportare la canicola catanese è sempre uno scotto da pagare se decidi di frequentare la città. La speranza è sempre quella di trovare ristoro sotto le ampie fronde degli alberi; ma è una mera illusione. In questo periodo ed in alcune ore del giorno, il caldo e l’umidità (di queste latitudini) sono insopportabili, ovunque. A piazza Verga, nei primi giorni di settembre, a mattinata inoltrata, mi incontrai con Alfredo, dovendo discutere sulle strategie da adottare per la nuova stagione del blog. All’incontro nessuno dei due diede a vedere sofferenza per l’afa ma cercammo subito asilo in un buon caffè.

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Pandemia: la funzione della scuola

articolo di Luciana Mongiovì

La scuola è ripresa ormai in quasi tutta Italia, certamente un passo in avanti rispetto a un auspicabile ritorno alla “normalità”. Un avanzamento significativo, innanzitutto, circa la possibilità di recupero ancorché parziale della socialità dei più giovani, di partecipare a lezioni de visu anziché da remoto, di condividere di presenza spazi, tempi, sensazioni ed emozioni. Gli affetti, ad esempio, possono essere vissuti, comunicati e condivisi, a pieno e in modo autentico, solo di presenza. Di sicuro, la didattica a distanza ha privato le nuove generazioni di una esperienza fondamentale e fondativa della psiche, del vivere sociale, della capacità di stare in relazione con l’altro nello stesso luogo.

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Mara. Una donna del Novecento

recensione di Loredana Pitino

“So, e ne sono convinta che esiste una storia delle donne che si incontra, si intreccia con quella generale dei popoli, che può essere dipendente ma non coincide mai con essa”.

Ritanna Armeni, scrittrice e giornalista, spiega nella prefazione al romanzo, cosa l’ha spinta a scrivere questa storia, la storia di Mara, una ragazza nata nel 1920 e che ha 13 anni all’inizio del racconto. Vive a Roma, vicino a largo di Torre Argentina. Ha un’amica del cuore, Nadia, coprotagonista del romanzo, fascista convinta, che la porta a sentire il Duce a piazza Venezia.

Ha tanti sogni e tante speranze ed è convinta che il fascismo le permetterà di realizzarli tutti. Vuole studiare letteratura latina, diventare bella e indipendente come l’elegante zia Luisa. Il futuro le sembra a portata di mano, sicuro sotto il ritratto del Duce.

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Il mito della Nazione

 

articolo di Adriano Fischer

Volevo aprire la stagione polifemica con uno di quei temi che se non si dà per scontato è perché non si conosce a sufficienza. L’aria, d’altro canto, tira in un’altra direzione, il nazionalismo è argomento masticato un po’ da tutti, tirato a lucido dai media, cavalcato dalla politica come rimedio a ogni crisi, a ogni emergenza.

I popoli si ricordano improvvisamente di avere chissà quali origini comuni, dalle quali fanno derivare un sentimento di solidarietà e di coesione interna, cosiddetti sentimenti nazionalisti grazie ai quali i membri riescono a percepirsi differenti e separati da quelli che appartengono a un altro, analogo, gruppo.

Sovranismo, nazionalismo, patriottismo, irredentismo sono sofismi o paralogismi, parole vuote, parole su cui persone come Salvini e Meloni, al grido ridicolo Prima gli Italiani, hanno costruito la propria carriera, montato il loro ideale leviatano, un ircocervo aristotelico che si nutre di odio e d’ignoranza.

La realtà che si nasconde dietro è come sempre ben diversa.

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La creatività

articolo di Sebastiano Grasso

Ottobre 1983, frequento con ottimo rendimento il quarto anno di un istituto professionale a indirizzo meccanico; alla lavagna non ricordo un dato banale, mi vergogno dell’amnesia e abbandono la scuola. Per un breve periodo faccio il manovale. Il mio stato di servizio dirà: ‘in possesso di licenza media’.

Gennaio 2020, l’esigenza di commissionare un fotolibro in grado di raccogliere gli scatti che ho realizzato in occasione del 60^ anniversario di un matrimonio mi impone l’indagine di mercato. Scopro offerte dozzinali, album miseramente impaginati senza alcuna poesia; per risultati migliori è necessario spendere molto.

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Romanzo da – da – dà

articolo di Adriano Fischer

La letteratura è uno sporco gioco, corre sempre su un terreno minato ma io la trovo affascinantissima. Peccato essere nati nel paese sbagliato!

È poco evidente ancora che un romanzo non è solo raccontare una storia, non è solo toccare le corde emotive del lettore, o titillarne le ambizioni intellettuali, il romanzo soprattutto non è una questione di gusti.

Benedetti questi gusti!

Solamente in letteratura si parla di gusti livellando tutto: Delillo con Moccia, Roth con la Kinsella, Pynchon con la Gamberale. Il gusto è rilevante, sì, ha una sua dignità, è alla base della psicologia del consumo ma segna pur sempre, quantomeno in questo caso, la maturità di un popolo o di una generazione. Mi chiedo se il lettore si basa sul proprio gusto quando dà procura a un avvocato per farsi rappresentare. Vado a capo.

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Il grande romanzo americano

articolo di Adriano Fischer

Gli scrittori nord americani hanno sempre avuto l’ossessione per il Grande romanzo americano. Una ricerca spasmodica, quasi ancestrale, più che secolare, mai concretamente soddisfatta. È una chimera in fin dei conti, perché corrisponderebbe a qualcosa di altrettanto inafferrabile, illusorio, un qualcosa che caratterizza un popolo, quello statunitense, che dall’Ottocento comincia a riconoscersi come entità diversa, autonoma, rispetto a quella del vecchio continente, cioè il luogo da cui i suoi abitatori sono partiti.

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Arte incontra la “tela bianca” il testamento di un emotivo

articolo di Sebastiano Grasso

Proprio dietro casa mia esiste un luogo che amo ripercorrere con il cuore. Mentre il sole viaggia a ovest, a est, appena sotto la linea dell’orizzonte tra cielo e mare, in un fertile lembo di conca basaltica sul limitare della rigogliosa radura mediterranea le immense fronde di due ulivi proteggono un piccolo tempio dall’inedia.

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