Il Gruppo di Polifemo

Che paese siamo diventati

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Quando a una mamma rom che legittimamente (secondo le leggi italiane) sta prendendo possesso della casa assegnata alla sua famiglia, si augura, per insultarla, di essere stuprata; quando per contrastare una persona che esprime posizioni ideologiche diverse (vedi il caso della Capitana Carola Rackete) l’auspicio è che venga violentata dai neri che sta salvando, rievocando, anche in questo caso, l’orrenda consuetudine dello stupro delle donne come arma di guerra, sorge spontanea innanzitutto una domanda: che paese siamo diventati? Che malessere, grave, stiamo vivendo?

Quando si inscenano fittiziamente abusi sessuali a carico di bambini allo scopo di strapparli alle famiglie d’origine e creare un business degli affidi e delle adozioni – e in tal modo si abusano, veramente, sia i minori che quelli che erano considerati presunti abusanti – che perversione è in atto? Che cambiamenti patologici stiamo attraversando?

Quando una ragazzina sedicenne che è riuscita, dando prova di una capacità volitiva stra-ordinaria, a sensibilizzare buona parte del mondo e coinvolgere soprattutto i più giovani rispetto all’irreversibile processo di deterioramento in atto nell’ambiente, viene ridicolizzata e derisa perché affetta da una malattia, mi domando: abbiamo delle cattive e malsane abitudini o siamo un’umanità palesemente malata?

In ogni società, in tutte le epoche, esistono (e sono esistiti) fondamentali che, se calpestati, conducono all’estinzione dell’organizzazione stessa. Si tratta di universali umani che prescindono dal credo religioso o dalla fede politica. Attengono a una dimensione etica della responsabilità, non sono soggette pertanto a una morale precisa e specifica.

Nel 1931, l’”Istituto internazionale per la cooperazione intellettuale” fu invitato dal “Comitato permanente delle lettere e delle arti” della Società delle Nazioni (l’attuale ONU) a promuovere un dibattito fra gli esponenti più prestigiosi e accreditati della cultura dell’epoca per approfondire alcuni interrogativi che, con sgomento, poneva il nefasto conflitto in corso. La prima personalità di rilievo contattata fu Einstein che, a sua volta, propose un confronto epistolare a Freud in qualità di esperto delle dinamiche psichiche inconsce dell’umanità.

Al riguardo, Freud parlò della pulsione di morte presente in ciascun essere vivente come spinta all’annientamento del soggetto stesso che, in talune circostanze, viene rivolta all’esterno sempre con una finalità aggressiva e distruttiva. L’unico antagonista di questa pulsione costituzionale è l’Eros, l’amore, ovvero la capacità di costruire legami emotivi fra le persone. Sempre per Freud i legami che sorgono, da questo punto di vista, possono essere di due tipi: di natura sentimentale e per identificazione: «tutto ciò che provoca solidarietà significative tra gli uomini (e) risveglia sentimenti comuni di questo genere (…) Su di esse (le identificazioni) riposa in buona parte l’assetto (e il futuro, aggiungo io) della società umana».

C’è quindi un gran bisogno di prendersi cura dell’altro, di occuparsi dei gruppi esterni e interni, e dei diritti umani e affettivi.

Epperò, proprio quando si presenta sulla scena nazionale o internazionale una persona che manifesta, con le proprie scelte e comportamenti, intenti di aiuto e solidarietà a chi si trova in uno stato di bisogno, viene sistematicamente messa alla gogna mediatica e dei social, derisa e dileggiata.

Gli insulti, poi, assumono una valenza ancor più cruenta e meschina quando si tratta di una donna o di una ragazza. Impazzano allora le offese sessiste e veementi. Uomini e donne si abbandonano letteralmente a evacuazioni di odio, spesso trincerati dal grande contenitore virtuale del network. Uomini e donne, perché non è una questione di genere, bensì culturale e psicologica. Nel senso che ciò che viene attaccato, non è tanto la donna in sé, quanto piuttosto una funzione psicologica cosiddetta “materna”, che non è necessariamente diventare madre ma essere capace di dare accoglienza, cure e nutrimento affettivo. Di prendersi carico dell’altro, specialmente se bisognoso, di occuparsene. E questa funzione psichica può appartenere sia alla donna che all’uomo.

Che sia una Greta, una Carola, un Mimmo Lucano, poco importa. Non è una questione di genere, ripeto. Si tratta della funzione di cura e di aiuto dell’altro (persona o ambiente) che ciascuno, a suo modo, esplica.

Questo è, a mio avviso, l’elemento più inquietante e preoccupante, se volessimo fare una diagnosi dello status quo. E non è affatto un caso che l’homo sapiens sapiens sia quello che molto probabilmente vivrà di meno rispetto ai suoi predecessori nel corso dell’evoluzione. Ovvero che si estinguerà prima, in proporzione; ma, d’altra parte, questo è lo scenario plausibile, visto l’attacco così potentemente in atto contro la funzione materna (e alla madre terra) e contro i bambini – come mostra il caso di Reggio Emilia – e in generale contro i giovani.

Giovani il cui futuro viene deliberatamente rubato quando – se accertato dalla magistratura – si altera, in maniera sistemica, il normale svolgimento dei bandi di concorso nell’università, promuovendo, anziché il merito, l’interesse personale e familistico. Giovani che vengono violati con spray urticanti dalla polizia mentre manifestano a Parigi contro l’inquinamento globale perché rei di desiderare, non un futuro migliore, ma semplicemente – se così si può dire – un “futuro”.

Evidentemente si ravvisa un odio, un’invidia o comunque una quota ragguardevole di ambivalenza nei confronti dei giovani e dei bambini. La nostalgia per la spensieratezza dell’infanzia, la difficoltà a rinunciare a una posizione egocentrica a favore del dare cure e occuparci dei figli (che sempre più spesso vengono impiegati dai genitori come contenitori delle proprie angosce e sofferenze), la pretesa, insomma, al diritto degli adulti alla regressione o alla perenne e irresponsabile “giovinezza”, fa sì che si fatica non poco a riconoscere e tutelare il sacro santo diritto dei bambini a essere tali.

Il caso “Reggio Emilia” – se l’impianto accusatorio verrà confermato – segnala come laddove operatori, che si occupano degli interessi dell’infanzia, esercitino all’interno di una condizione di potere, aumenta il rischio che emerga l’ambivalenza verso i piccoli. Va da sé sottolineare, ancor di più in questi casi, la necessità di un lavoro psicoanalitico, attento e profondo, sugli aspetti e le dinamiche inconsce che, anche involontariamente, si possono attivare. Innanzitutto lavorando in un ottica di prevenzione.

Non serve cercare il mostro e neppure adire a una caccia alle streghe. Occorre invece un’assunzione di responsabilità da parte di tutti, da parte della collettività intera perché, parafrasando De André, proviamo pure a crederci assolti, siamo lo stesso coinvolti.

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