Come l’impronta di un quadro di Lidia Popolano

Il romanzo è una ghirlanda dentro cui si concima l’anima della lettrice al cospetto del diario dovizioso della madre.

Come l’impronta di un quadro di Lidia Popolano edito da 96, Rue de-La-Fontaine Edizioni è costituito da un quadro storico nel quale si auto dipinge l’evoluzione di un’anima-madre, che si modella sullo sfondo della seconda guerra mondiale e l’impronta di un corpo-figlia, che scopre un nuovo inconscio tra le parole e i silenzi di un dialogo incessante con un diario, prezioso e delicato.

1937 e 1985 sono entrambi sorgente di anamnesi e binari di un sinuoso cammino nella memoria, in cui corre l’umore di Lina, che transita nei litri di inchiostro defluiti dai monologhi di Anna, a sua volta immobile di fronte al muto destinatario dal nome Eugenia, suo approdo di traguardi, necessità, aspettative, dubbi e delicati tormenti.

Anna è da sempre figura ambigua nell’esistenza di due sorelle che ripercorrono differentemente le tappe della giovinezza materna, tra il ventennio fascista e il secondo conflitto mondiale.

E’ un romanzo dalle tinte pastello che vogliono acquietare i rumori bellici con aggraziati espedienti circostanziali, mi viene in mente la sedia a dondolo della villa del barone Incardia e la pasta col sugo che impreziosisce i pasti festivi, entrambi intermezzi inseriti nel morboso confronto ininterrotto da cui riemerge nella figlia, lettrice, coprotagonista, la consapevolezza di una direzione attuale; un impasto tra storia, psiche, natura e introspezione che riesce a far straripare Lina da movenze annegate e incapacità di proiezioni future.

Inaspettatamente il diario presenta una madre ad una figlia e, senza meccanismi preimpostati, una donna al proprio ego; il dismettere una casa prevede una ricollocazione temporanea o permanente dei suoi oggetti più scolpiti e allo stesso tempo una ridefinizione della propria figura di figlia, madre e moglie che con uno slancio, convogliano simultaneamente dallo stato di assenza ad una condizione di improvvisa consapevolezza.

Sintomatico il segreto confronto tra le vivande di un semplice contesto “antico” e i maldestri accostamenti di prugne con vitello e riso nero con cioccolato di una frenetica e avversa Lina.

Le pagine debitamente datate, danno voce ad un’eco lontana in cui risiedono boati di bombe, allarmi e tavole poco imbandite di cibi ben descritti che concorrono, con attente descrizioni, a riconsegnare le chiavi di accesso alla memoria.

Con questa lettura fotografiamo la quotidianità della guerra con cui l’autrice circonda Anna, mezzo per riattivare gli odori e i sapori dell’infanzia e della giovinezza collettiva di un periodo storicamente, socialmente e individualmente difficile: l’incontro spiazzante con l’adolescenza della madre, dichiaratamente fascista, serve a Lina per creare un ponte che la diriga verso un futuro più definito e chiaro.

Trovo utile la frase “La casa di Anna è il crocevia di realtà contemporanee e trascorse, una specie di singolarità dello spazio” al fine di convogliare tutte le sensazioni che l’autrice stimola e confermare il parallelismo di due vite che si autodeterminano coordinatamente, rivelando con timidezza le rispettive vitalità.
La lettura empatica corre fino all’ultimo per salvaguardare quella “corrispondenza di amorosi sensi” mai riconosciuta che nasce, cresce e determina un finale aperto.

Informazioni su Ombretta Costanzo

Ombretta Costanzo si occupa di marketing operativo, ha una formazione universitaria umanistica con una laurea in Scienze della Comunicazione indirizzo editing. Gestisce da otto anni l' ufficio stampa di un centro commerciale impegnandosi nella stesura e veicolazione di comunicati stampa in testate giornalistiche locali, nonché redazione di articoli ed elaborazione di redazionali. Collabora con il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”.
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