COME PENSARE IL PRESENTE

articolo di Luciana Mongiovì

In questo periodo storico segnato in particolar modo dall’emergenza pandemica, ci interroghiamo su quali strumenti adottare per immaginare il futuro e, ancor prima, pensare il presente.

Una deriva onnipotente, come una fiducia nel progresso illimitato, in virtù della quale siamo convinti in quanto genere umano di poter più o meno tutto rispetto al mondo e a chi lo abita, e in quanto singolo individuo rispetto al prossimo, hanno caratterizzato la storia più recente.



Recuperando la filosofa francese Simone Weil, occorre svelare l’ottusità e l’orrore della pretesa onnipotenza umana; soltanto screditando l’antropocentrismo della nostra società, la coscienza del limite cessa di essere rassegnata costrizione per assurgere a un reale e profondo cambiamento.

L’accettazione del limite, rispetto a una spinta onnipotente, corrisponde infatti al passaggio maturativo che ciascuno di noi è chiamato a compiere nel corso della propria crescita psichica, che si sostanzia nel riconoscimento e nel derivante rispetto dell’alterità.

Il bambino piccolo, che ad es. impara ad accettare un No (motivato e normativo) degli adulti al suo continuo volere, incomincia a relazionarsi con l’altro da sé in un modo più maturo superando gradualmente la fase, fisiologica e necessaria, di quel periodo dello sviluppo psichico nota come Egocentrismo infantile.

Il superamento di tale fase apre a significativi cambiamenti affettivi e cognitivi, pur non di meno questa evoluzione non è affatto garantita dal mero procedere dell’età anagrafica, nel senso che molti adulti, di fatto, presentano tratti marcatamente riconducibili a un funzionamento mentale tipico, in senso fisiologico, dell’età dell’infanzia.

L’accettazione della frustrazione di un desiderio, nell’attesa di poterlo realizzare in modo differito, in un tempo in cui le condizioni di soddisfacimento saranno più realistiche, e opportune (S. Freud), rappresenta uno snodo psichico di preziosa importanza. Così come la sua sublimazione in attività artistiche e culturali, o la sua trasformazione in una capacità di pensare che aiuti il soggetto nel contenimento del suo senso di frustrazione (W. Bion).

Questo perché il soggetto può, a quel punto, attingere alle proprie risorse interne, qualità e investimenti pulsionali, per cimentarsi nella realizzazione di progetti in modo più costruttivo, realistico e rispettoso del valore della vita degli altri.

Tutto ciò a rigor di principio!
E’ ben noto invece come l’umanità si sia costruita, nel corso della storia, valori incarnati nel dio denaro, nel colonialismo, nello sfruttamento del più debole (umano e animale), nell’individualismo, nella competitività e nel profitto estremo, in barba ai limiti fisici delle risorse ambientali, in barba alla sofferenza e ai diritti degli altri esseri viventi.

Per giungere alle condizioni abnormi di vita – vittime di politiche colonialiste e di sfruttamento – da cui scappano coloro che, purtroppo ormai da diversi anni, noi occidente respingiamo, con la responsabilità di essere complici della loro morte nel nostro mar Mediterraneo o nei lager, che di fatto finanziamo, della vicina Libia.

La dissertazione filosofica di Simone Weil, a partire dal principio di reciproca interdipendenza tra gli esseri umani, ha condotto al paradigma della responsabilità del prendersi cura dell’altro, specialmente dei più bisognosi, dei vinti, dei sofferenti.

Qui io intendo spingermi oltre un’idea culturale della politica dell’accoglienza che rischia di essere tacciata, e dunque equivocata o mistificata, come proposta “buonista”, come invito a un pio  fare “cose buone e giuste”.

E non si tratta neanche di una questione puramente materialista che intercetta in queste masse di immigrati una fonte di arricchimento per il sistema economico e sociale del vecchio continente, perché forniscono mano d’opera nei campi come nelle fabbriche, e assistenza agli anziani di cui, spesso, non ci vogliamo più occupare.

Io propongo una lettura di tipo psicodinamico sottolineando come queste persone, queste famiglie, che fuggono da situazioni estreme di povertà, sfruttamento e guerra, arrivino al punto di investire tutti i propri averi e di rischiare, con un alto margine di probabilità, la propria vita e dei propri cari, talvolta dei figli minorenni a cui cedono il proprio posto in barca se i soldi non bastano per tutta la famiglia.

E quando lo fanno, se prendono questa decisione, non è perché la loro vita per loro non ha più alcun valore, tant’è che sarebbero anche pronti a morire. Ma è esattamente il contrario.
Hanno una tale speranza nella vita che questo li motiva e li sostiene nell’affrontare lunghi periodi di stenti, pericoli e sofferenze che contrassegnano sempre i loro viaggi di fuga. La loro fiducia in un altro mondo possibile, nella possibilità di una prospettiva di vita o più semplicemente in un diritto alla vita, alimenta e nutre il loro sogno e la loro fame di vita dignitosa.

Allora, quanto è potente la loro pulsione di vita, la loro spinta al cambiamento, la loro speranza?
E quanto noi occidentali rassegnati, apatici e spenti ne abbiamo bisogno?
Quanto avremmo da attingere da questa fonte di vita, di speranza, di fiducia?

Accettare i limiti che l’esistenza, le relazioni e la realtà ci pone continuamente richiede un cambiamento di prospettiva, come ad es. il modo di vedere coloro che provano a salvarsi da condizioni di vita insopportabili e che, sostiene la propaganda, vogliono comandare a casa nostra.
Abbiamo in realtà noi bisogno di loro, della loro forza, del loro coraggio, della loro tenacia, della loro capacità di sacrificio, della speranza che sostiene il progetto di vita più impegnativo o apparentemente impossibile.

Informazioni su Luciana Mongiovì

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista, è membro associato della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association. Lavora presso il suo studio a Catania con pazienti adulti, adolescenti e bambini. Si occupa di clinica e ricerca in campo psicoanalitico. I suoi interessi vertono innanzitutto sullo sviluppo affettivo con particolare attenzione ai livelli primitivi della mente e alla precoce relazione madre-bambino. Suoi oggetti di cura sono: i “sintomi della contemporaneità” quali ansia e attacchi di panico, depressione e sofferenza legata a separazioni e dipendenze; le vicissitudini psichiche dell’adolescente connesse al corpo che cambia; le problematiche riguardanti l’adozione; il disadattamento scolastico con eccessi di aggressività e/o chiusura. Collabora con la rivista pediatrica Paidos.
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