cosa il corpo sa di noi

Articolo di Luciana Mongiovì

Come è ben noto, le parole di cui siamo soliti avvalerci sottintendono una certa architettura conoscitiva e un dato modo di pensare l’essere umano, così come il rapporto che questi intrattiene sia con se stesso che con gli altri.

Fino a non molti anni fa, nel linguaggio comune come a livello istituzionale, si ricorreva al sostantivo “sanità” (Ministero della Sanità, Sanità pubblica etc.) per riferirci, fondamentalmente, a una condizione di assenza di malattia.


Questa visione, rivelatasi miope e certamente lungi dal riuscire a dar conto della complessità della vita e dei suoi protagonisti, venne poi rivisitata e ampliata attraverso l’introduzione del termine “salute”, che fa riferimento a una condizione di benessere dell’individuo. Tale concetto, diversamente dal precedente “sanità”, implica infatti uno stato soggettivo, ovvero la valutazione della persona di sentirsi più o meno bene, e presuppone la prospettiva di un continuum tra benessere e malessere.

A ciò è sottesa la visione di unità psiche-soma.

Nella pratica clinica, tuttavia, ha prevalso un approccio riduzionistico, di tipo dualistico (corpo e mente), che dà priorità a una concezione autonoma del soma come se funzionasse solo per “natura”, in linea con una medicina a dir poco ottocentesca (!).

Si avalla in tal modo l’idea, in realtà nient’affatto realistica, che in assenza di malattia ci sia benessere. Inoltre, il concetto di malattia presuppone, sempre e soltanto, l’intervento di un agente esogeno su cui far ricadere la responsabilità dell’alterazione dell’organismo.

Ne consegue così una percezione distaccata del corpo, come se fosse altro rispetto a noi, a ciò che desideriamo, fantastichiamo, a ciò che proviamo (timori, speranze etc.), alle scelte che realizziamo e ai comportamenti che assumiamo.

Da ciò deriva talvolta la tendenza a sviluppare un modo persecutorio di vivere il proprio corpo (sentito come estraneo e ostile a noi) o, quanto meno, la convinzione (o sensazione) di non avere alcun effettivo contatto col soma e, di conseguenza, alcuna possibilità di intervento rispetto a quanto ci accade a livello fisico.

Si tratta di una sorta di retaggio cartesiano: il soma separato dal soggetto che in tal modo si sente deresponsabilizzato o inerme rispetto a qualunque forma di disagio e malessere a carico del proprio corpo, rintanandosi pertanto in una posizione del tutto passiva e impotente, in attesa del curante alias deus ex machina.

La psicoanalisi radica invece il soggetto nel suo corpo e nella sua storia.

Già l’etologo Lorenz, in realtà, ipotizzava che gli eventi fisiologici e psicologici avessero una comune matrice, mentre siamo noi, per ragioni conoscitive, a darne due diverse letture. Come dire che “diveniamo” dualisti per una sorta di artefatto (o necessità) della nostra mente.

Si domandava la psicoanalista De Toffoli (2014): «come parlare di unità psiche-soma, quando il lessico stesso non ci offre che l’astuzia di un vocabolo che denuncia strutturalmente la propria inadeguatezza, unificando con un trattino ciò che la nostra mente ha già diviso?». In altri termini, il focus del problema si sposa dalla natura del reale ai limiti del nostro modo di procedere nella conoscenza.

Per diversi anni si è parlato in ambito psicoanalitico di somatizzazione, intesa come difetto di mentalizzazione degli stati emotivi. Ciò istituiva un “prima” e un “dopo”, un’organizzazione gerarchica che vedeva nel corpo lo scenario di emozioni grezze e difficilmente digeribili per la mente.

A conti fatti, tornando a Freud (1938), sappiamo che l’evento corporeo è in sé evento psichico, il sintomo somatico è il corpo che “parla” col proprio linguaggio, che chiede di essere ascoltato, accolto, pensato, sognato, ovvero aiutato ad essere elaborato e trasformato, quindi, come suggeriva De Toffoli (2014), facilitato nel transitare dallo stato corporeo a quello mentale e viceversa, continuamente nelle due direzioni.

Possiamo allora, con un radicale cambio di prospettiva, domandarci: cosa il corpo sa di noi?

Cimento, quest’ultimo, ineluttabile se intendiamo esplorare, rappresentare e dare senso all’unità psicosomatica che caratterizza peculiarmente ogni esperienza umana. Ma anche, laddove sia necessario, per ripararla (ovvero riparare gli aspetti distruttivi che hanno danneggiato l’unità psicosomatica) oppure ricostruirla o crearla, ex novo, nel rapporto duale paziente-psicoanalista nella stanza d’analisi.

Come scriveva il pediatra e psicoanalista Winnicott (1989), di fronte a un evento del corpo occorre domandarsi a quale fantasia intrapsichica e relazionale corrisponda, così come di fronte a una condizione psichica è necessario riconoscere in quale corpo e storia del soma si radica e si rappresenta.

L’attualità, specialmente con la recrudescenza di sintomi a carico del corpo apparentemente (ma, appunto, apparentemente) oscuri e criptici, ci interroga di continuo.

Cosa sa quel un corpo flagellato da Herpes Zoster (il cosiddetto Fuoco di Sant’Antonio) che la mente fa fatica a metabolizzare, di quale dolore non rappresentato mentalmente, non condiviso a sufficienza con l’altro ci sta parlando?

Di quale malessere e insofferenza prova a dare un segnale col proprio linguaggio una Psoriasi pervasiva su delle gambe che, magari, avrebbero voluto muoversi in libertà in questo anno di limitazioni coatte?

Il ricorso a pratiche autolesionistiche, tanto diffuse specialmente tra le più giovani, a quali fantasie profonde e precoci si possono ricondurre? Di cosa ci parla quel corpo tagliato, martoriato, di quali aspetti distruttivi e mortiferi è a un qualche livello a conoscenza?

E, ancora, di quale corpo e di quale storia relazionale ci sta parlando un attacco di panico? Di uno psichesoma che, forse, non ha goduto e potuto interiorizzare una relazione con un sestante affettuoso, costante e protettivo?

Freud (1922) ci ricorda che la fonte sorgiva della sussistenza umana sta nella trama degli affetti, «vivere è dunque per l’Io l’equivalente dell’essere amato».

Il radicamento nel corpo è sustanziale alla nostra vita psichica, pur nondimeno è imprescindibile dal legame affettivo e dalla relazione con l’altro, un altro psichesoma che ci ha tenuto in braccio, allattato, amato e protetto. Sono queste esperienze relazionali, antiche e precoci, di cui conserviamo preziose tracce mnestiche inconsce nella nostra matrice psicosomatica.

Informazioni su Luciana Mongiovì

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista, è membro associato della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association. Lavora presso il suo studio a Catania con pazienti adulti, adolescenti e bambini. Si occupa di clinica e ricerca in campo psicoanalitico. I suoi interessi vertono innanzitutto sullo sviluppo affettivo con particolare attenzione ai livelli primitivi della mente e alla precoce relazione madre-bambino. Suoi oggetti di cura sono: i “sintomi della contemporaneità” quali ansia e attacchi di panico, depressione e sofferenza legata a separazioni e dipendenze; le vicissitudini psichiche dell’adolescente connesse al corpo che cambia; le problematiche riguardanti l’adozione; il disadattamento scolastico con eccessi di aggressività e/o chiusura. Collabora con la rivista pediatrica Paidos.
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