articolo di Ombretta Costanzo

“L’ordigno è un anello in oro 18 carati. E’ formato da una calotta e due piccole branchie che possono essere divaricate o avvicinate, con la distensione o meno di una molla a spirale, che si avvolge nella parte superiore delle branchie”.


L’ordigno in questione è un anello uterino, un pericoloso attrezzo anticoncezionale, uno strumento di aborto, “un’opera di aperta offesa morale” che determina un vivo allarme sociale. Nel 1929 una certa Sebastiana Di Stefano, una scaltra e apolitica levatrice viene arrestata insieme all’orafo De Santis, nella cui officina vengono ritrovati “ordigni” destinati ad un business regionale e vari attrezzi necessari per produrne altri: una fabbrica della morte! La Di Stefano racconta di esser venuta a conoscenza del metodo anticoncezionale da una sua amica tornata dagli Stati Uniti che si era sottoposta al montaggio dell’arnese a scopo meramente antifecondativo: l’eccessivo dolore durante il parto e l’intenzione di non ripetere più simili esperienze l’aveva invogliata a sperimentare su di sé la soluzione. Dunque Sebastiana, dopo aver partorito quattro volte, entusiasta, decide di coinvolgere un orafo per la riproduzione fedele del prototipo galeotto che spedì entrambi al confino.

Nel 1926 il regime fascista aveva introdotto come strumento permanente di Governo l’Istituto del “confino di polizia” fondato sulla segregazione in territori e isole lontane e la reclusione sino a 5 anni. La misura era riservata a coloro che commettevano “atti diretti a sovvertire violentemente gli ordini nazionali, sociali ed economici costituiti nello Stato” sia a chi manifestava il deliberato proposito di commettere tali atti. Tra i tredicimila italiani al confino, ottocento erano siciliani.

Le forze dell’ordine raccoglievano denunce anonime come arma indispensabile che esplorasse di soppiatto quel mondo omertoso abiettamente imputato a “le cose delle donne”. Il fascismo eredita e riconosce apertamente una concezione della donna strutturata su tre profili fondamentali: rapporti sociali molto restrittivi basati sull’autorità maschile, identificazione dello spazio domestico con la famiglia e la riproduzione intesa come funzione primaria. La famiglia è uno spazio privato separato da quello pubblico e il fascismo incide drammaticamente su questa dicotomia per l’attenzione riservata alle donne, al loro corpo e alla loro capacità di dare i figli alla Patria.

Le levatrici, che all’interno della famiglia occupano coordinate importanti sia per nascite che per aborti, in quel contesto della politica di incoraggiamento alla natalità messa in atto dal fascismo, sono oggetto di sempre maggiore interesse da parte dello Stato; praticare un aborto non è più solo commettere un delitto contro la persona, bensì viene inteso come un attentato contro gli interessi supremi della nazione, un “crimine contro la razza”.

Tuttavia verso la metà degli anni 20, il tasso di natalità è così basso da lasciar presupporre l’attuazione di un efficace controllo delle nascite e di un forte ricorso all’aborto, in entrambi i casi le levatrici (o ostetriche così come vengono scientificamente ribattezzate), sono al centro di una fosca scena su cui si accende una stretta sorveglianza (nonché collaborazione) da parte dell’èlite maschile al potere, medici legali e forze dell’ordine.

Nel 1934 è la volta di Angela Sidoti, “colpevole” del calo demografico di Montalbano Elicona in provincia di Messina, stavolta senza farmaci né arnesi, solo con un’erba: “Elleburus niger”. Nessuna accusa popolare comunque, grazie alla sua solida posizione sociale data dal matrimonio con un ex maresciallo fascista che garantisce l’omertà femminile dei luoghi, sebbene non fosse bastato a sfuggire alla condanna e all’esilio a Matera.

Ad esportare il suo bagaglio di conoscenza sulle “cose delle donne” fuori dalla Sicilia è Isabella De Francisci, nissena, levatrice, migrante a Venezia, luogo in cui continua a effondere le sue pratiche astute con cui riusciva ad eludere ogni sospetto sul suo conto. Il clima veneto di solidarietà e omertà sulle “cose delle donne” non era molto diverso da quello epidemico in Sicilia. Anche lei confinata in Sardegna con l’accusa di nutrire “sentimenti avversi all’attuale regime”.

In Italia durante gli anni 30 e 40 del 900 il ricorso alle pratiche abortive era diffuso in maniera capillare: l’enfasi posta sul ruolo e sul corpo femminile in funzione esclusivamente procreativa e la proibizione dell’uso dei contraccettivi avevano causato la persistenza di tecniche abortive antiche attuate tanto dalle levatrici diplomate, condotte o libere esercenti, quanto dalle vecchie mammane. Vi era dunque l’urgenza di arginare il fenomeno, tanto più che la maternità configurava come un dovere patriottico.

Dopo anni di battaglie, solo nel 1978 con la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, nota come Legge 194, l’aborto cessò d’essere un reato consumato negli scantinati o in ambulatori improvvisati dei macellai di turno. La legge 194 infrangeva un tabù disciplinando l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza come un diritto inviolabile che annientasse la becera elezione a norma omicida.

Decisione che fu aspramente osteggiata dai cattolici ma confermata da un referendum del 1981, con il 68% dei voti contrari all’abrogazione. Anche in questa occasione il paese fu lacerato e spaccato per mesi da una campagna referendaria furibonda promossa dal falso perbenismo che tutt’oggi pullula tra gli obiettori di coscienza, soprattutto nelle regioni del Sud, individuabili tra ginecologi, anestesisti, infermieri, ostetriche, ferristi che si rifiutano di espletare le loro funzioni anche quando queste dovrebbero essere garantite dalla legge. (continuano persino a bocciare i percorsi di fecondazione assistita).

In sei Paesi su dieci nel mondo l’aborto è illegale o è permesso solo in casi estremi, come il pericolo di vita della donna, lo stupro o una malformazione del feto. In Europa sono otto i Paesi ad avere una legislazione fortemente restrittiva nei confronti dell’interruzione volontaria di gravidanza. In molti Paesi del Sud America, dell’Africa, del Medio Oriente e del sud-est asiatico resta strettamente limitato dalla legge. Angola, Egitto, Gabon, Guinea-Bissau, Madagascar, Senegal, Iraq, Laos, Isole Marshall, Filippine, Repubblica Dominicana, El Salvador, Haiti e Nicaragua sono solo alcuni dei Paesi in cui l’interruzione volontaria di gravidanza non è consentita nemmeno nel caso in cui la vita della gestante sia in pericolo, condizione che invece la autorizza, fra gli altri, in Nigeria, Somalia, Libia, Sudan, Afghanistan, Bangladesh, Paraguay, Venezuela e Indonesia. In quest’ultimo Paese l’aborto è permesso anche in caso di stupro e malformazioni del feto, come anche in Messico, Cile e Panama.

Ancora oggi in molti Paesi, nonostante le aspre battaglie, uno dei diritti più basilari all’autodeterminazione femminile viene ancora messo in discussione, attaccato, strumentalizzato.

“Il corpo delle donne è da sempre terreno di disputa e di controllo, pare infatti che l’utero sia l’unica parte del corpo da non considerare organo privato, ma spazio pubblico in cui le donne perdono la propria autonomia e libertà di scelta”.

Abbiamo oltrepassato confini impensabili e sconfitto mostri leviatani ma quando si parla di equilibri e maschere sociali si ritorna drasticamente alla cacciata dall’Eden.