Il Gruppo di Polifemo

DACCI LA NOSTRA ARTE QUOTIDIANA

 

“Aci e Galatea” di S. Grasso

Esiste ancora l’artista? E se sì, qual è la sua funzione oggi?

L’arte può essere intesa come un’operazione trasformativa dal sensoriale alla pensabilità, attraverso la simbolizzazione e attraversando le emozioni. Tutto ciò, presumibilmente, a partire dalle pitture rupestri rinvenute sulle pareti di una grotta, risalenti al paleolitico.

Come la funzione psicoanalitica, l’arte rappresentativa custodisce il segreto della trasformazione, perché rende possibile l’elaborazione di impulsi e sensazioni in rappresentazioni anziché in azioni istintive, attivando in tal modo la nascita di pensiero.

Il “Campo di grano” di Van Gogh non è soltanto un campo di grano con volo di corvi, ma è il campo di grano rappresentato dal soggetto, dal mondo psichico dell’autore. Questa trasformazione dei dati sensoriali in elementi dotati di significato – chiarisce W. Bion (1973) – contempla delle regole, quali la presenza di elementi invarianti tra il paesaggio e il quadro, che consentono di riconoscere nel quadro quel campo di grano; nonché la presenza di elementi varianti che sanciscono la differenza. Scrive Picasso: <<l’arte è una bugia che ci fa realizzare la verità, almeno la verità che ci è dato capire>>.

“Tannhäuser Omaggio a Wagner” di S. Grasso

Ma se l’arte “classica” è stata in grado di rappresentare, di comunicare, la sofferenza e i fondamentali umani, l’arte contemporanea sembra esprimersi, in alcuni casi, in modo diretto e autoreferenziale, saltando tout court il lavoro rappresentativo che ne segna la cifra trasformativa. Un’arte <<ostensiva>> – come la definisce R. Romano (2007) – <<priva di simbolismo e di rappresentazione che mostra l’evidenza della cosa concreta>>, come proporre un vero e proprio orinatorio (M. Duchamp, 1917).

A fronte di una deriva – culturale e sociale – di tipo efficientista, appiattita sull’esteriorità, intrisa di cerebralismo e sensazionalismo, anaffettiva e spietatamente competitiva, non rimane che riconoscere che abbiamo un gran bisogno di artisti.

Non piangete più tristi fontane, recita un verso di un anonimo inglese del XVI secolo. Pittori, scrittori, poeti, artisti a tutto tondo, liberi e rivoluzionari, non ordinari, inquieti e tormentati, fragili e forti al contempo, capaci di accendere e mantenere vivo il contatto appassionato con quanto di perturbante e profondo alberga nei luoghi reconditi di ciascuno di noi.

“Fiume” di S. Grasso

Nel suo studio di Santa Venerina, nell’interland catanese, incontro Sebastiano Grasso, pittore, figlio di emigranti siciliani, nato a Udine nel ‘65. Dice di sé: <<la sensibilità mi ha consentito di scandagliare la luce, l’urlo e le pause. Ha preteso coraggio, preghiera, umiltà, dignità nel silenzio>>.

Rievoca con dolcezza un ricordo dell’infanzia, quando <<adagiato sul banco, con l’ingenua fissità sbattuta nella tenue condensa delle finestre dell’aula, attendevo tranquillamente.

La maestra mi chiamò per correggere il tema! Strinsi al petto quel quaderno e affrontai la passione.

Grasso, innanzi tutto, il sole non si colora di rosa. Hai scritto: “Le acque del Po scorrono quiete, possono ascoltare le preghiere della gente, che di nuvola in nuvola saliranno in cielo e arriveranno a Dio.” … Tutto qui? Il Po dove nasce, quanto è lungo, che città bagna? Così in quarta non ci andrai! Non posso perdere tempo. Hai capito?”. Nel giardino un’improvvisa folata di vento tinse l’aria di nuvole; nuvole di fiori di pesco, e gli occhi non pensarono ad altro>>.

In seguito, a Tolmezzo, avamposto di frontiera del Friuli, incrociò colui che assunse la funzione del mentore, il “Prof” Arturo Cussigh. Un pittore che aveva seguito la lezione di Guidi, Saetti e Morandi, oggi riconosciuto come “il poeta dei fiori”. Commenta Grasso a tal riguardo: <<Un maestro che mi fece conoscere il profumo dei colori, educò il mio cuore a vedere il sentire, m’indicò un modo per non svanire. Tra il fitto delle foreste di larice, le brume grigie-azzurre svelavano squarci di luce. Radure ornate da un delicato giallo acerbo>>.

“Nella foresta” di S. Grasso

Ricorda che <<nella zona di confine, il terrone era ghetto. Sopravvivevamo con abnegazione al gelo degli umani; mia madre scolpì la dignità nel sangue con il calore della legna che arde, con un lume di lanterna>>.

Nell’85 entra a far parte dell’Arma dei Carabinieri. Osserva a tal proposito:<<la vera difficoltà fu data dal dover sopportare le condanne dei miseri, sorprendere occhi innocenti, ancora caldi, scorgere inorriditi l’agghiacciante distesa. Esistono gli eroi? Esistono gli angeli silenziosi o dimenticati. Ero già un veterano. Una mattina, seduto accanto ad una finestra, trovai il più giovane compagno di squadra. Spaventato, perso nel vuoto; non mi rifiutò la sua paura!

“Questa notte – mi disse – siamo intervenuti. Hanno sparato ad uno che stava (…). Io sono rimasto lì, solo, con lui. Cazzo, era un ragazzo! L’hanno preso in pancia. Mi piangeva. Capisci? Piangeva. Mi chiedeva se sarebbe morto. Cazzo, perdeva più sangue di un vitello, cosa potevo fare?” Già… nessuno te lo dice. Forse per tutto questo (o per tutto il resto) non ho mai dimenticato l’arte. La pittura per recuperare una dimensione gentile e soddisfare “un bisogno di luce, un desiderio di Dio (G. Richter)”>>.

“Abissi di luce” di S. Grasso

Appassionato di Giotto, Caravaggio, Rembrandt, Caffi, Pellizza da Volpedo, Turner, Rotkho, la sua ricerca si concentra sull’essenziale: <<elimino il superfluo, rivisito il tempo e scopro le armonie dell’anima. In verità m’è cara la solitudine, il perdermi e ritrovarmi seduto sul ciglio di un timido quadro mentre osservo luci sospese. Nel segreto di quei mondi rivedo chiara la mano amare la vita>>.

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