Il Gruppo di Polifemo

Dalle “diavolate” alla “cerca”: simbologia in Sicilia

di Elvira Bonanno.

La Pasqua è passata da poco, così come il 25 aprile e il primo maggio, date storiche e cariche di enormi significati che qualcuno ancora vuole minimizzare. Tuttavia, le suggestioni più profonde del periodo pasquale permangono e si proiettano, illuminandoci, anche su mitologia, storia e altre religioni.

Un aspetto particolare che ci piace segnalare è la ricchezza di simbologia che impregna tutta la liturgia pasquale cristiana e che trova proprio in Sicilia un acme emozionante e coinvolgente.

C’è una grande abbondanza di simboli nei riti pasquali siciliani che traggono la loro origine non soltanto dall’influenza spagnola nella Sicilia del XVII secolo, ma attingono anche ad altre tradizioni più remote ed arcaiche.

Le influenze medievali sono presenti nelle sacre rappresentazioni, le cosiddette “diavolate”, inscenate la domenica di Pasqua ad Adrano; oppure le tradizioni della chiesa ortodossa bizantina, evidenti nella comunità albanese di Piana degli Albanesi  nel palermitano.

Molto diffuso, soprattutto nelle processioni del venerdì santo, l’utilizzo di elementi floreali nella decorazione di statue, che rinviano ai riti di rigenerazione e celebrazione della fertilità e della rinascita primaverile di epoca precristiana.

Si ricordi, a questo proposito, la processione della passione di Cristo a Bronte in cui le statue vengono addobbate con fave verdi, così come le fronde di alloro utilizzate per la processione della domenica delle Palme a Caltavuturo (PA).

Di epoca carolingia è invece la pratica di allestire i “sepolcri “. Termine improprio, quest’ultimo, impiegato nel linguaggio popolare per designare l’altare o cappella della “reposizione”, uno spazio allestito la sera del Giovedì Santo per custodire le specie eucaristiche consacrate.

Il rito di preparazione dei Sepolcri è tuttavia antichissimo e ricorda quello degli orticelli simbolici chiamati “i giardini di Adone” che, in epoca greca, venivano offerti ai defunti in onore di Adone per ricordare la sua morte.

Anche la processione della “cerca”, come quella che si svolge a Collesano (PA) il venerdì santo, preceduta o seguita dal simulacro della Madonna che cerca Cristo, è stata ricondotta ad analoghe manifestazioni religiose pagane come quella di Afrodite che andava alla ricerca del figlio/sposo Adone.

Nella simbologia pasquale compaiono, inoltre, altri due miti legati alla cultura arcaica ed ebraica: quello dell’agnello e quello del lavacro rituale.

Il sacrificio animale è tipico delle culture arcaiche e prevede l’uccisione di un capo di bestiame in segno di adorazione verso il proprio dio. Il rituale di mangiare l’agnello a Pasqua risale alla tradizione ebraica. Secondo quanto scritto nel XII capitolo del libro dell’ Esodo, Mosè organizzò la fuga del suo popolo dall’Egitto invitando tutti gli ebrei ad uccidere  un agnello e consumarne la carne, in piedi, pronti per la partenza, e a segnare con il sangue degli agnelli le porte delle loro abitazioni.

In questo modo avrebbero salvato i loro primogeniti dall’Angelo della morte che uccise tutti i primogeniti degli Egiziani, compreso quello del Faraone che, solo così, si convinse a far andare via gli ebrei.

Fu allora che Mosè istituì la Pasqua: Pesach, che in ebraico si traduce con “ passare oltre”, ricorda dunque il passaggio dell’Angelo e la liberazione di Israele dalla schiavitù sotto gli Egiziani. In realtà, una errata trascrizione fatta nel Cristianesimo del verbo greco “pascho”, che significa passione, ha attribuito alla parola Pasqua il significato di Passione di Cristo.

Alcuni fanno però risalire le tradizioni dell’agnello pasquale alla tradizione pagana secondo la quale i pastori celebravano l’inizio del nuovo anno nella notte che precedeva la partenza per i pascoli estivi. Il sangue del sacrificio dei piccoli nati del gregge veniva utilizzato a scopo apotropaico per proteggere greggi e pastori da influenze demoniache.

La Pasqua cristiana fu invece istituita da Costantino I nel 325 d.C. con il concilio di Nicea all’interno del quale si consumò il conflitto tra sostenitori della natura umana di Cristo (Ario) e quelli che rivendicavano la natura divina del figlio di Dio (la scuola di Alessandria).

Nel concilio venne riconosciuta la natura divina di Cristo e istituita la celebrazione della Pasqua in quanto l’imperatore era consapevole che le feste erano un modo per sedurre il popolo.

Inizialmente fu vietato però l’uso di cibarsi dell’agnello, mentre venne introdotto successivamente per interessi politici e sociali: era importante unire riti cristiani e romani per creare un legame tra i due popoli.

Oggi la chiesa, attraverso l’omelia di papa Benedetto XVI del 2007, afferma che Cristo celebrò la Pasqua con i suoi discepoli senza l’agnello in quanto, in luogo dell’agnello, ha donato se stesso, il suo corpo, il suo sangue. Ratzinger non solo chiarisce che Cristo non seguì il rituale ebreo, ma definì “nostalgico e privo di efficacia” il sacrificio dell’animale.

Anche il lavacro rituale è sempre stato un rito di rinnovamento fin dalla cultura più arcaica. Interessante notare come le Megalesi, festività romane dell’equinozio di primavera dedicate alla dea Cibele, prevedessero un rito con acque lustrali. La statua di Cibele veniva condotta fuori dal tempio e, prima che cominciassero i giochi, veniva condotta in processione e purificata nelle acque del fiume Almone.

Il Cristianesimo, oltre al battesimo, conosce un altro tipo di lavacro rituale ancorché parziale: la lavanda dei piedi. Ad attribuire un significato religioso fu lo stesso Gesù che, prima di morire, riprese il gesto del capofamiglia ebreo che lavava le mani ai suoi familiari trasformandolo, in tal modo, in un gesto di autentico servizio e umiltà nei confronti del prossimo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *