Articolo di Adriano Fischer

Il recente attentato ad Hanau ha testimoniato l’ennesimo episodio razzista e xenofobo, e contestualmente l’ennesima dimostrazione della stupidità cieca del genere umano.

L’idea di una suddivisione delle popolazioni in razze, biologicamente distinte, cioè caratterizzate da una gerarchia di capacità intellettive, valoriali, etiche o morali non trova alcun fondamento scientifico.

Traguardo ufficializzato poi nella dichiarazione sulla razza dell’Unesco, del 1950, in cui si nega ogni correlazione tra le differenze fenotipiche nelle razze umane e le differenze nelle caratteristiche psicologiche, intellettive e comportamentali.

Ma quando abbiamo allora iniziato a sentire la necessità di classificare il genere umano per razza?

Sebbene la classificazione delle popolazioni risale a tempi antichissimi – si pensi allo stesso suffisso di razz – ismo, che deriva dal greco –ισμός e significa classificazione – già la Bibbia suddivide le popolazioni in semiti, cemite e giapete (poi sostituito con indoeuropee), si deve considerare il XV secolo quale ago della bilancia, perché è in questo periodo che l’uomo comincia a muoversi per il mondo.

Questa è l’epoca, infatti, del più sfrenato e incontenibile colonialismo perpetrato dagli europei, che si è esteso a macchia d’olio per gran parte della terra conosciuta.

Il sistema schiavistico, le politiche coloniali e di sfruttamento, consumate sul continente americano e africano, sono servite a giustificare teorie razziste, fondate essenzialmente su gerarchie di sopraffazione ai danni delle popolazioni indigene.

Furono gli stessi intellettuali europei – cioè i sostenitori della colonizzazione – a costruire teorie su misura, assolutamente ascientifiche che valorizzavano e, a loro modo, spiegavano la superiorità biologica dei popoli conquistatori rispetto ai conquistati.

Nel XVI secolo si parlò ad esempio di “poligenetica” secondo cui le popolazioni avrebbero dei progenitori diversi. La poligenetica aprì la strada al razzismo scientifico, un’accozzaglia d’idee, delle farneticazioni provenienti dai poltroniti intellettuali che appoggiavano la missione civilizzatrice a spese degli indigeni conquistati.

Lo storico tedesco Meiners, per fare un nome, postulò la teoria dell’esistenza di una pluralità di razze umane con caratteri ereditari e indelebili, ordinate gerarchicamente in base a giudizi di valore. Ovviamente, anche per lui gli europei sarebbero superiori a tutti gli altri popoli.

L’anatomista olandese Petrus Camper, introducendo per primo l’utilizzo dell’angolo facciale in anatomia comparativa, suddivise addirittura le razze umane su una base di tipo estetico, associando il concetto di “fisicamente bello”.

Il più noto è Gabineau, diplomatico e filosofo francese, nel suo Saggio sulla diseguaglianza delle razze umane, suddivise le razze umane in bianca, nera e gialla, attribuendo a ciascuna determinate caratteristiche morali e psicologiche innate per sostenere la tesi della superiorità dei bianchi sui neri e sui gialli.

Secondo il diplomatico, gli Stati si sarebbero presto avviati sulla strada del loro progressivo declino a causa della crescente degenerazione dei popoli causata dal “meticciato”, in altre parole dalla mescolanza di sangue tra razze diverse. A questo si poteva ovviare preservando la purezza della razza superiore, quella ariana ovviamente.

Checché Charles Darwin, celebre teorico naturalista britannico, non volesse costruire alcuna teoria razzista, la sua opera The Origin of Species (1859) diede notevole impulso al successivo sviluppo delle teorie razziali attraverso il “darwinismo sociale”, ovvero l’applicazione dell’evoluzionismo alla società umana.

A contribuire a questa distorsione della realtà, fu Francis Galton, cugino di Darwin, che introdusse il neologismo eugenics, derivandolo dal greco eugéneia (di buona stirpe, di buona nascita), per indicare il programma finalizzato a migliorare, attraverso procreazioni selettive, la specie umana. Nacque l’eugenetica, la disciplina che si proponeva il miglioramento della specie umana. Nella sua forma estrema, l’eugenetica sociale arrivò a proporre la necessità di eliminare gli individui affetti da malformazioni congenite e da malattie ereditarie.

Da qui al nazismo, come si può notare, il passo è facile. Il punto più alto di strumentalizzazione politica di queste nuove teorie razziste lo raggiungiamo durante il periodo della Germania nazista.

I teorici del nazismo ebbero spianata la strada per giustificare qualunque violenza e discriminazione verso gli ebrei, i rom e i sinti, gli omosessuali, i portatori di handicap fisico e mentale, consegnando alla storia la vergogna dell’Olocausto degli ebrei e del Porrajmos dei rom e sinti; della sterilizzazione coatta dei cosiddetti Erbkranke, ossia gli individui affetti da malattie degenerative.

L’affermarsi della convinzione della superiorità dei bianchi sui neri, portò dal 1948 al 1993 al governo dell’apartheid nella Repubblica Sudafricana. Apartheid vuol dire nella lingua afrikaans “separazione” e fu una politica di segregazione e divisione razziale che regolava le relazioni tra la minoranza bianca e la maggioranza non bianca della popolazione (bantu, neri africani, coloured, persone con discendenza mista, e asiatici) in Sudafrica.

Come spiegano ormai gli antropologi e scienziati che hanno screditato il razzismo scientifico, quando si parla di razza, si parla di costrutti sociali o categorie culturali.
Le razze non sono altro che “comunità immaginate” e non corrispondono a nessuna discontinuità biologica significativa all’interno della specie umana.
Ciò significa, in termini evolutivi, che la nostra specie mostra sì delle variazioni in termini di attributi fenotipici come colore della pelle, spessore dei capelli, statura, ma tali variazioni non sono raggruppabili in modo tale da costituire delle “popolazioni” separate in termini di biologia evolutiva.

Il concetto di razza pertanto nasce e si sviluppa corrispondentemente all’invenzione degli stati – nazione.

Prima della rivoluzione francese gli stati europei erano governati da re e imperatori il cui diritto di governare si riteneva direttamente derivato da Dio. Dopo la rivoluzione francese, che screditò profondamente i diritti divini dei monarchi, le classi dominanti dovettero trovare una nuova base su cui legittimare l’autorità dello stato. La soluzione fu, alla fine, quella di radicare l’autorità politica nelle nazioni, gruppi di persone che ritenevano di condividere la stessa storia, cultura, lingua e perfino una certa costituzione fisica.

Le nazioni furono associate al loro territorio, come lo furono gli stati, e fu così che lo stato-nazione iniziò a essere considerato l’unità politica ideale in cui l’identità nazionale e il territorio politico coincidevano.

La costruzione dei primi stati-nazione è strettamente connessa con la diffusione del capitalismo e delle istituzioni culturali ad esso associate durante il diciannovesimo secolo.

In seguito al crollo degli imperi coloniali europei e la fine della Guerra Fredda, gli ultimi decenni del ventesimo secolo hanno visto gli sforzi degli ex-stati coloniali per auto-costituirsi a loro volta in stati-nazione in grado di competere con successo in quella che è stata definita da alcuni antropologi come “cultura transnazionale del nazionalismo”.

Sono proprio gli stati quelle strutture politiche che generano le identità etniche fra i vari gruppi culturali incorporati in esso in modo diseguale.

Il flusso migratorio di popoli che scappano dalla guerra, la disparità economica tra il nord del mondo opulento e il sud povero, il riemergere di un nazionalismo esasperato, vengono strumentalizzati per alimentare rigurgiti razzisti come se secoli di storia sul razzismo non ci avessero insegnato niente.

Diceva, già nel 1942, l’antropologo ebreo Ashley Montagu: «I problemi della razza sono essenzialmente problemi di relazioni umane, e i problemi della razza non sono che una delle tante prove del nostro fallimento nelle relazioni umane».