Diari di Raqqa. Vita quotidiana sotto l’Isis

Uno dei motivi per cui è stato creato Il Gruppo di Polifemo, di cui mi onoro essere tra i fondatori, è quello di raccontare delle realtà compromettenti alle quali, ad oggi, è riservato pochissimo spazio tra i vari blog, siti e blablaonline.

L’obiettivo, infatti, è fare in modo che il lettore, il nostro lettore, si senta compromesso, ovvero coinvolto ma soprattutto responsabile per aver trascurato determinate realtà, per esserne stato indifferente.

I Diari di Raqqa, edizione Mimesis, rappresentano indubbiamente una di quelle storie cui preme dare voce. Scritti da un’attivista – Samer, nient’altro che uno pseudonimo – descrivono la quotidianità a Raqqa sotto due follie che un po’ si contrastano, un po’ si sostengono, alludo all’Isis e al regime di Assad.

Questi diari hanno un valore enorme perché smentiscono prontamente i pregiudizi su ogni eventuale assimilazione fra l’Isis, (o anche Daesh) e la religione mussulmana. Una smentita piuttosto evidente giacché le persone maggiormente colpite dalla furia Isis sono proprio loro, i musulmani.

Lo sanno bene, infatti, gli abitanti di Raqqa che passano da un carnefice all’altro, vivendo in un completo e sordo isolamento perché nelle zone della Siria e dell’Iraq, controllate dal sedicente Stato Islamico, è prevista la pena capitale per chiunque cerchi di comunicare con i media occidentali.

Per queste ragioni, l’Isis ha il controllo su tutta la comunicazione. Sono intercettate le linee telefoniche, non si ha accesso né a internet, né ai giornali. E’ tutto isolato, sotto una cappa invisibile ma impenetrabile e resistente al mondo esterno. È un’immagine che, non so, mi fa venire in mente il romanzo di King, Under the Dome.

Gli attivisti come Samer rappresentano la vera spina nel fianco dell’Isis. Il loro lavoro è quello di resocontare le persecuzioni e i crimini, le ingiustizie sommarie, le condanne arbitrarie, di denunciare il modo in cui viene usata e applicata la religione, di far conoscere un mondo incancrenito le cui metastasi, tuttavia, attecchiscono altrove entrando nelle nostre case sotto forma di pregiudizio o di sola rivendicazione.

Ho letto in un solo pomeriggio questo libro, e scorrendo le pagine sono entrato in confidenza con Samer, con le sue incredulità, le sue paure, le sue angosce. Il paesaggio che ha vissuto, fino a quando non è riuscito a fuggire da Raqqa, mi ha ricordato le immagini di Apocalisse nel deserto, il documentario di Herzog, sui postumi della guerra del Golfo: un silenzio sepolcrale interrotto solo dall’esplosione di un geyser.

a la prochaine

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