Il Gruppo di Polifemo

Dimitrix una favola etologica

Nella fattoria Greenbeat i bovini sono tutti maculati. Tutti bianchi con chiazze nere. La distesa erbosa sulla quale pascolano dall’alba fino al tramonto si estende a perdita d’occhio ben oltre le colline.
L’acqua scorre dentro canali che la stessa natura ha solcato negli anni. Un lungo corso d’acqua termina a foce su un abbeveratoio, grande quanto una piscina, su cui si dissetano gli animali della fattoria.
Gli uccelli che si allineano sui rami, come piccoli soldatini, sono, la maggior parte, cinciarelle e storni. Ma non mancano i tordi, i passeri e le cinciallegre che spesso planano fino ad atterrare sul dorso delle mucche e su quelle dei maiali, e lì sopra restano, canticchiando fraternamente.

Le stalle sono una decina e sono organizzate a guisa di terrazza, l’una appresso l’altra, e ciascuna dà le spalle a quella parte collinare da cui ogni giorno si spegne il sole.
Greenbeat ha un’organizzazione ammirevole, è un pascolo virtuoso, si direbbe oggi, i bovini ruminano l’intera giornata, defecano e concimano, e dormono il tempo che serve. Tornano felici nei loro letti di paglia, muggendo e scampanellandosi amorevolmente.
Nella stalla numero 1 vive Lea, una bella bovina di quattro anni con mammelle rosee, capezzoli scodinzolanti, un gozzo grasso che non tocca terra perché tenuto da un papillon verde e un gonnellino, anch’esso maculato, che non cambia mai. Si riconosce tra le tante perché è l’unica che muggisce alla luna, e che durante le giornate di caldo bruciante cerca riparo sotto le fronde di una quercia secolare, la più vecchia di Greenbeat.

Per quattro anni Lea ha vissuto nella più completa spensieratezza, i giorni sono filati via velocissimi; non un cruccio ha destabilizzato la sua quotidianità.
Un pomeriggio, sul far del ponente, mentre riposa sazia sotto la sua fidata quercia, si sente chiamare.
«Lea»,
La voce è grave, profonda.
Lea si volta spaventata nella direzione della voce ma non vede nulla, solo distese erbose e una fila di vitellini che si ritirano nella stalla.
Sarà stata la mia immaginazione, pensa mentre si accovaccia tra due grosse radici.
«Lea»,
La voce ritorna, più incalzante e stentorea di prima. A fatica Lea si mette sulle quattro zampe, si allunga e sbircia dietro la quercia.
«chi è che mi chiama?» domanda impaurita.

Si materializza così un toro imponente, indossa un completo nero, dalle falde larghe, degli occhiali da sole senza asticelle, appoggiati direttamente sul nasone.
«buongiorno Lea, mi chiamo Mufius» il toro ha un’espressione severa, autoritaria ma nonostante questo trasmette protezione, sicurezza. Lea sgrana gli occhi dallo stupore. Quell’essere gli è totalmente sconosciuto. Non l’ha mai visto nella tenuta di Greenbeat. È così elegante, così cittadino, che nulla cozza con i tori da lei incontrati.
«ciao…» risponde occhieggiando «che cosa vuoi da me?»
«hai mai sentito parlare di Dimitrix?»
Lea scuote la testa languidamente. Mufius sembrava aspettarsi una risposta del genere.
«Dimitrix, Lea, è intorno a te»
«intorno a me?» risponde incredula, guardandosi intorno.
«sì, Lea, Dimitrix è la menzogna che ci raccontano sulla provenienza della carne e degli altri prodotti animali».
L’espressione di Lea s’incupisce. Non sa cosa vuole quel toro, se la sta prendendo in giro e soprattutto di che diavolo sta blaterando. Nota di essere rimasta l’unica vacca in circolazione. Tutte le altre sono rientrate nelle stalle.

«Lea…» continua stavolta offrendo un ghigno superbo «la fattoria tradizionale non esiste».
«ma… ma sei forse pazzo?» risponde ruotando lo zoccolo in aria e producendo un risolino isterico,
«ma che dici, non hai visto la bellissima fattoria di Greenbeat? Come fai a dire certe cose?»
Mufius la guarda severamente, senza scomporsi. Prende da una tasca interna della giacca una piccola scatola che apre sotto il grugno di Lea,
«le vedi queste due pillole, Lea? Se prendi quella blu io scomparirò per sempre. Ed è come se non ci fossimo mai incontrati. Avrai dimenticato tutto e potrai raggiungere le tue compagne di stalla»,
«e se prendo quella rossa?» chiede fissando le pillole, «che succede?»
«con quella rossa conoscerai tutta la verità, Lea!»
«la verità?»
Mufius annuisce.
Lea chiude gli occhi, e senza pensarci due volte, si butta in gola la pillola rossa.
«vediamo quante altre frottole mi racconti adesso!» esclama.

Gradualmente Greenbeat si dissolve,
Tutta la realtà intorno a Lea si disgrega, uno sfondo bianco e asettico prende il suo posto.
«dove siamo?» urla Lea portandosi gli zoccoli sulle orecchie «dove siamo?»
Mufius non risponde, si guarda intorno con estrema familiarità.
Stridori forti e odori nauseabondi precedono l’arrivo, su binari di ferro, di milioni di gabbie e batterie con dentro maiali, mucche, polli, vitelli, conigli, galline. Le urla di ciascun animale in cattività è raccapricciante. Lea non crede ai propri occhi, più cerca di allontanarsi più sbatte contro una di queste gabbie, scorgendone, ogni volta, sempre le stesse scene pietose; bestie che piangono, che strillano, che usano le proprie teste come arieti per cercare di uscire.

«benvenuta nel mondo reale!» esordisce Mufius allargando le zampe.
«cos’è questo posto orribile, cosa significa mondo reale?» chiede Lea non riuscendo a stare ferma un attimo, quasi temesse di finire pure lei dentro una di quelle gabbie «spiegati, adesso!»
«è un allevamento industriale Lea, la maggior parte di uova, latti, carni, proviene da posti come questo!» dice Mufius stringendosi le zampe al petto.
«nel XX secolo…» comincia a raccontare Mufius passeggiando con gli zoccoli anteriori sulla schiena e un’espressione avvilita «l’avidità delle corporazioni agricole ha trasformato le aziende a conduzione familiare, tipo la Greenbeat, per ottenere il massimo dei profitti a danno degli animali. Nasce l’allevamento intensivo. Da allora gli animali sono ammassati il più possibile, la maggior parte di loro non vede mai il sole, non tocca la terra, non respira aria fresca, molti…» s’interrompe mostrando le condizioni delle povere bestie «…come vedi, non possono neppure girarsi»
«oh dio bovino!» afferma esasperata Lea
«sono dei lager!» commenta Mufius «dei veri e propri lager. Vivono così fino a quando non è arrivato il loro momento, fin allora si contenderanno pochi centimetri di spazio in giacigli di cemento. Per farli stare buoni e produttivi, per non aggredirsi l’uno contro l’altro, è valsa la pratica della mutilazione, cioè tagliano i becchi ai polli, o imbottiscono il mangime di antibiotici solo per sedare le bestie. Ai bovini come te, Lea, viene modificato il regime alimentare, quello naturale, per introdurre uno, come quello dei cereali, il mais in particolare, perché estremamente più economico»
«ma non è vero, non è…» risponde Lea sospettosa
«io rumino ogni giorno l’erba del pascolo di Greenbeat, è così soffice, così…»
«Lea» replica Mufius categorico «dimentica tutto. Dimitrix è la vera realtà».

Scendono adesso molto cautamente per una stradina impervia, e scivolosa, per via delle deiezioni cui è costipata Dimitrix. Lea procede gattoni, attenta a non cadere addosso a Mufius che invece il posto sembra conoscerlo a menadito.
«eccoci qui, Lea!» dice a un certo punto mostrando tantissime celle contenenti milioni di pulcini che pigolano all’unisono come dei dannati. Lo spettacolo produce così tanto terrore in Lea che riesce appena a schiudere la bocca.
«la sorte degli allevamenti intensivi» spiega Mufius provando a rimanere distaccato «…porta ad avere il massimo risultato nel minor tempo possibile. Questi piccoli polli saranno riempiti di ormoni e anabolizzanti in tale quantità da raggiungere dimensioni da macello già alla sesta settimana di vita».
«e… e perché…» balbetta Lea.
«perché, perché… per abbassare i costi, per velocizzare la produzione».
Ovunque Lea poggi il suo sguardo, non vede altro che una sconfinata sofferenza, un dolore insopportabile, il dolore nell’impotenza. Con Mufius ascolta quell’orchestra di terrore che si staglia sotto i suoi occhi.
«seguimi» dice d’un tratto Mufius,

Percorrono una stradina alla fine della quale c’è una porta chiusa da un catenaccio che pencola arrugginito da un maniglione. Mufius con una forza incredibile divelle il catenaccio e lo lancia parecchi metri dietro di sé. Entrano adesso in un locale di enormi dimensioni in cui regna una puzza insopportabile. Muggiti infernali accompagnano l’incedere di Mufius e di Lea. Sono tutti bovini recintati, ammassati in giacigli di cemento di non oltre sessanta centimetri.
«i vitelli subiscono una condizione ai limiti della sopravvivenza…» inizia Mufius portandosi uno zoccolo sul naso per il tanfo «…a questi viene negata ogni manifestazione dei loro bisogni più elementari, fisiologici ed etologici, come dormire, mangiare, muoversi» Mufius e Lea fissano in silenzio la testina di un vitello che esce da una garitta, si divincola irrequieta e lecca nervosamente le sbarre «per tutta la loro breve vita…» continua Mufius «sono nutriti esclusivamente con il latte in polvere, quando in natura dopo quindici giorni mangerebbero erba. Ora lo vedi quella vitella che lecca la sbarra di ferro?» domanda Mufius allungando una zampa in quella direzione.
Lea annuisce, oramai priva di forze e di parole.
«…la loro dieta è priva di ferro, pertanto, allo stress, si aggiunge il bisogno ossessivo di leccare le sbarre in metallo per compensare l’incessante malessere…»
«per quale motivo questo inutile accanimento?» interrompe Lea con un filo di voce,
«non è inutile…» smorza un sorriso Mufius «la carne anemica è pallida ed è molto gradita all’occhio dei consumatori».
Lea non resiste più. Porta gli zoccoli anteriori sul nasone e scuote la testa con ripulsione,
«basta, basta ma che cos’è questa puzza? Dio Bovino è nauseante!» domanda stremata,
«escrementi…. milioni e milioni di escrementi che inquinano l’aria e le falde acquifere, ecco cos’è questo tanfo orribile» risponde Mufius anch’egli provato dall’odore, «senza contare che le popolazioni che vivono presso gli allevamenti intensivi soffrono di strane malattie».
«Merda!» sbotta Lea
«esattamente! Un tempo, quantomeno, i residui organici, mischiati alla paglia, costituivano degli ottimi fertilizzanti. Oggi l’allevamento è senza terra e i liquami, ripeto altamente inquinanti, sono scaricati nei corsi d’acqua».

Lea non riesce a sostenere nessuno di quegli occhi che, quando non spenti perché rassegnati, conservano incredibilmente un guizzo di speranza, con cui si vagheggia il miracolo della libertà.
«questo è Dimitrix, Lea, bugie che ci raccontiamo sul cibo e da dove proviene…» Mufius s’interrompe e si volta verso Lea che ha il muso rigato dalle lacrime,
«a Greenbeat non è così» singhiozza ripetutamente «puoi chiedere a chiunque. Non tutti i posti sono gli stessi, Mufius. Carolina, puoi chiedere a Carolina, lei è saggia, la vecchia della fattoria di Greenbeat»
«Lea…» Mufius scuote il testone. Un sorriso biasimevole gli si disegna sul muso, «…no, no, è tutta una finzione, Lea. Quanti anni ha Carolina?»
«quasi sei e…»
Mufius scoppia a ridere così tanto che deve tenersi il pancione con gli zoccoli.
«ridi di me?» ribatte Lea, offesa.
«no, Lea, no…» risponde Mufius affettuosamente «ma le vacche da latte sono spremute così tanto che non arrivano ai sei anni, i metodi attraverso cui si procura forzatamente il latte, con invasioni meccaniche, rende le vacche delle carcasse viventi. Un tempo, prima di tutto questo, l’età media era di quarant’anni»
«stai dicendo che Carolina non è vecchia e saggia?»
«sto dicendo solamente che Carolina non esiste perché non esiste Greenbeat, Lea!»
Adesso è Lea che ride, il grosso gozzo le si gonfia tanto che si deve liberare del papillon,
«Mufius che dici? Se non esiste Greenbeat, non dovrei esistere neanch’io, non ti pare?»

Percorrono in silenzio questi lunghi e interminabili corridoi maleodoranti, campi di concentramento in cui la misura di ogni essere vivente è determinato dal peso della gabbia dentro la quale è contenuto. Ma questi corridoi non terminano mai e non si vede un’uscita, un orizzonte rassicurante, si passa di stabilimento in fabbrica, di sofferenza in tortura, di silenzio in urla e poi una camera oscura dentro la quale si sente solo lo scalpiccio degli zoccoli di Mufius e di Lea. Si fermano di colpo. Lea è a disagio, non trova nessun punto di riferimento cui appoggiarsi, o cui fare solo affidamento. Questo fino a che Mufius non accende un megaschermo che occupa interamente la parete che si trovano davanti. Le immagini rincuorano subito Lea che riconosce i soggetti di quel filmato, è Greenbeat, c’è la sua stalla, la vecchia quercia, ci sono gli storni, i tordi e i passeri, le cinciallegre, i maiali, si sente il rumore del corso d’acqua, ci sono le vitelle che ruminano, e c’è una musica di sottofondo che rende tutto fiabesco.
«hai visto…» grida allegramente Lea «hai visto quella è Greenbeat»
Mufius tira un grosso sospiro, poi sbuffa,
«no, Lea, no quella è solo una pubblicità».

1 thought on “Dimitrix una favola etologica

  1. Una piacevole lettura che da la possibilità di conoscere in maniera soft la triste realtà degli allevamenti intensivi e fa pensare molto sulle nostre scelte alimentari

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