Divagazioni amorose di Daniela Ginex

Il modello di una condizione umana su cui si arrovella un trambusto di vicissitudini è Ermes, un intellettuale professore catanese dietro cui la scrittrice Daniela Ginex racconta nel romanzo “Divagazioni amorose” ,edito da Algra Editore, uno degli aspetti più discussi e irrisolti della debolezza umana legata all’inquietudine sentimentale, misurandosi con una voce narrante maschile.

Mi ha divertito e coinvolto la sarcastica sintesi di un uomo sottoposto ad un inevitabile condizionamento psicologico che gli impone inesorabilmente tutti quegli eventi più o meno accorsi cui diventa scomodo sottrarsi.

Con umoristica disamina la scrittrice (divenuta narratore) affronta lo sconvolgimento di una vita condita a sazietà di un uomo affermato, causticata dall’amorosa “divagazione” per la giovanissima e bella Silvia, sua ex allieva, con cui intesse una straripante e focosa relazione costruita su sabbie mobili, ulteriormente complicata da una gravidanza non meditata, che compromette il precario ordine della sua esistenza.

E’ un’indagine puntigliosa di un tipo di mascolinità egocentrica e narcisista, causa di oscillazioni psichiche sia inconsce che manifeste tanto ricorrenti da turbare la stabilità del proprio ruolo circoscritto in un sistema traballante.

Con qualche digressione irrompono sulla scena improbabili personaggi che contornano e alleggeriscono le lunghe pause di introspezione psicologica del protagonista, macchiette ruspanti intrise di sapore locale che fungono da diversivi o da aree di sosta durante la corsa ad ostacoli non premeditata ma comunque spianata da se stesso.

Colei che ha ravvivato la mia lettura è la sorella, il grillo parlante che ingombra con il suo ridondante turpiloquio le rincorse e le ricadute di Ermes, spronandolo alle più ovvie e acute riflessioni con toni ricchi di brillante ironia, tecnica derivata dallo stile della voce narrante ed espediente optato dall’ideatrice della trama che si affida a un lessico forbito e mirato a smorzare la sensazione, quasi avvilente, di un’autostima diroccata.

Il romanzo scompone lo stereotipo dell’uomo insoddisfatto alla ricerca di sé tra rinvenimento di antiche emozioni corporali e pentimenti di abbandono di tutte quelle certezze che ne hanno scolpito indole e posizione sociale; ritengo che il progetto del romanzo sia quello di ricomporre i connotati di una vicenda sentimentale per la quale sembra inutile proporre plateali “lieto fine”, piuttosto l’autrice ha garantito un effetto scenico finale che vuole in qualche modo appianare il tormento di un uomo il cui nuovo appiglio sono le braccia di una terza donna; un tentativo di deus ex machina che incarna la potenziale “via di fuga” dal pendolo “dolore-noia” di matrice schopenhaueriana, pur lasciando un sapore tragicomico sia al protagonista che al lettore.

L’epilogo è inevitabilmente il punto di arrivo della disputa tra insoddisfacente area di comfort e inconcludente novità; è più facile giustificare la sfera irrazionale per trovare riparo in uno status quo che diviene una sorta di labirinto primordiale dagli incomprensibili meandri mentali.

Informazioni su Ombretta Costanzo

Ombretta Costanzo si occupa di marketing operativo, ha una formazione universitaria umanistica con una laurea in Scienze della Comunicazione indirizzo editing. Gestisce da otto anni l' ufficio stampa di un centro commerciale impegnandosi nella stesura e veicolazione di comunicati stampa in testate giornalistiche locali, nonché redazione di articoli ed elaborazione di redazionali. Collabora con il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”.
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