«Donna non si nasce. Si diventa»: il mito dell’Orlando

Quello che per la Woolf rappresentava un divertissement, uno svago o, parole sue, «a gay & quickly reading», è risultato essere il libro più venduto della sua produzione letteraria. Un best seller insomma.

Orlando non doveva essere neppure un romanzo, a dire il vero. Una favola forse o, come qualcuno scrisse, la più lunga lettera d’amore mai scritta giacché la Woolf aveva dedicato l’opera alla sua allora amante, la poetessa Vita Sackville West.

Orlando è un uomo che un giorno si risveglia femmina e che per un arco di tempo pari a una manciata di secoli non fa che innamorarsi di uomini e donne, indistintamente.

Viste le premesse, è quindi inverosimile che un romanzo di questa fattura abbia riscosso tanto clamore. Soprattutto per quegli anni, siamo nel 1928.

L’Inghilterra della Woolf aveva delle idee abbastanza chiare sul sesso. La donna era confinata nei ruoli di vergine, moglie, in alternativa vedova.

Idee etologiche e primordiali sulla distinzione dei sessi – cioè l’uomo predatore in giro per il mondo e la donna chiusa «penelopizzata» in casa – erano realtà incontrovertibili. Il sesso era una faccenda sporca, amorale, impudica. L’omosessualità maschile un reato penale e la condanna per indecenza inferta a Oscar Wilde resterà una testimonianza clamorosa.

È evidente che parlare d’identità di genere in una realtà così compromessa rappresenta un tabù. Orlando, al contrario, è un romanzo che si premura di scardinare i costumi, le falsità, le ipocrisie dell’epoca, che mina l’austerità degli ambienti letterari di allora che vedevano nell’eteronormatività l’unica e insindacabile espressione dell’amore.

E qual è stato il motivo di questo successo? Come mai una prevedibile censura si è tradotta invece in un’esplosione di consensi? Eppure lo stesso anno il Pozzo della solitudine, altro romanzo – simbolo del lesbismo, della Radclyffe Hall – è stato censurato e ritirato tempestivamente dalle librerie. Il motivo è semplice. Ciò che non può il contenuto, fa lo stile. La Woolf si è beffata della censura usando l’ironia, la parodia, il senso dell’umorismo. Irretisce dissacrando, demistificando.

Così, in breve tempo, il romanzo di Virginia Woolf diventa il manifesto del movimento di emancipazione femminile. Un fenomeno che stava già calcando le scene internazionali da un po’ di anni e che quello stesso anno, sempre il ’28, riesce, grazie al lavoro delle suffragette, a ottenere quel sofferto diritto di voto che mancava alle donne. La pubblicazione di Orlando pertanto è propizia alla causa, è la bandiera di quella parte di cielo eclissata dai pregiudizi, dal sessismo.

A distanza di quasi un secolo è innegabile che l’Orlando sia un romanzo incredibilmente attuale e tanto lo è quanto più ci si avvicina alle mura vaticane. È la Chiesa, più di tutti, a stigmatizzare il termine (identità di) genere perché latore di pericolose destabilizzazioni per la famiglia, arroccandosi così dietro posizioni ghettizzanti e discriminanti. La Woolf, al pari d’illustri epigoni quale Judith Butler, filosofa e femminista, intende il genere come un processo culturale, una rappresentazione agita del soggetto nel corso del tempo e quindi mutevole.

Orlando, così, essere straordinariamente complesso, cambia sesso ma non la sua identità. Leggiamo cosa scrive:

Orlando era diventato donna – e su questo non c’è dubbio. Ma sotto ogni altro aspetto, Orlano era identico a prima. Il cambiamento di sesso, pur modificando il futuro dei due Orlando, non poteva modificare la loro identità.

Orlando sfida le convenzioni stereotipate, quelle, come i vestiti, che normalmente sono riconducibili all’uno o all’altro sesso. Non saranno allora gli indumenti a definire l’identità dei personaggi. Nel romanzo, infatti, gli abiti sono dei travestimenti con i quali si desidera dimostrare l’inconsistenza e l’arbitrarietà del concetto di genere e questo suo dipendere da caratteristiche superficiali legati a fattori sociali e culturali. Leggiamo cosa scrive:

 Ogni essere umano oscilla da un sesso all’altro e spesso sono solo gli abiti a serbare le sembianze maschili o femminili, mentre al di sotto il sesso è l’opposto di quel che appare in superficie.

Per buona parte della critica Orlando ha rappresentato il riscatto della donna. Una donna libera, una donna androgina, una donna emancipata. La filosofa Simon de Beauvoir nel ’49 scriverà nel saggio Il secondo sesso che donna non si nasce, si diventa; alludendo a un processo di consapevolezza del soggetto lontano da sterili paradigmi che risolvono, separando.

Il mito che, allora, più contraddistingue l’identità di genere è quello di Ovidio della Metamorfosi. Non quello di Platone del Simposio. Se in quest’ultimo la perfezione è incarnata dai corpi sferici e autosufficienti separati dall’ira divina, nel mito di Ovidio, quasi come un’immagine rovesciata della fantasia platonica, abbiamo la fusione di due corpi – Ermafrodito e Salmacide –  che generano una nuova creatura artificiale, paradigma di un corpo dagli attributi fluidi e informi.

Questa è quindi Orlando, una mente androgina risonante e porosa, che trasmette emozioni senza ostacoli, che è naturalmente creatrice, incandescente e indivisa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

About Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.

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