Abbiamo appreso alcune settimane fa dalla cronaca nera – come purtroppo accade periodicamente – che una madre, più o meno giovane, più o meno apparentemente “matta”, ha ucciso il proprio bambino di pochi mesi. Si tratta spesso di accanimenti sul corpicino del piccolo particolarmente efferati, che sembrano andare aldilà dell’intenzione di togliere la vita.

Perché? Domandarsi il perché di tali agiti, in casi come questi, è certamente più difficile che indignarsi, che porsi subito nei panni della vittima. Chiaro! Epperò sussiste anche una responsabilità etica collettiva innanzitutto nel cimentarsi a capire.

Atteso che, su un piano giuridico, la responsabilità del figlicidio è di chi lo commette, cosa succede su un piano psicodinamico? In altri termini; anziché giudicare, che poco serve, occorre provare a scoprire e comprendere il senso profondo di tali violenze.

Negli Istituti penitenziari così come negli Ospedali psichiatrici (ma anche nell’opinione pubblica) accade di solito che, mentre una madre accusata di infanticidio – che mostra segni lapalissiani di malattia mentale – tende a suscitare nel personale e negli operatori un sentimento abbastanza diffuso di empatia, una madre correa – apparentemente “normale” – attira giocoforza rifiuto e giudizi negativi. Come se la “pazzia” evidente, quella conclamata, quella attestata da una diagnosi da DSM, fosse una sorta di “patente” pirandelliana che rende la vicenda meglio pensabile e inquadrabile all’interno di certi nostri schemi oramai consolidati. Lo stesso non si può dire, invece, di una madre della quale si continua a ripetere che era una persona equilibrata e amorevole col suo piccolo.
Diventare genitore comporta anzitutto una ridefinizione dell’identificazione con la propria madre tramite una rielaborazione dell’originario rapporto affettivo.

Dalla letteratura scientifica psicoanalitica emerge che, in genere, quando una mamma uccide il proprio bambino, è una mamma che rivive, nel rapporto attuale, la relazione di accudimento antica, intrattenuta da piccola con sua madre; e che quella relazione è stata segnata da precarietà e maltrattamenti, se non da abusi, abbandoni e violenze gravi e ripetute: un trauma incistato nel corpo e nella mente.

Talvolta, il pianto insistente e inconsolabile del piccolo, accoppiandosi fra l’altro con il senso di inadeguatezza vissuto dalla madre che non riesce a rasserenarlo, rievoca in quest’ultima il proprio pianto di bambina lasciata da sola, se non strattonata, scrollata, insultata ripetutamente. Viene immediatamente da domandarsi: dov’era il marito, il padre, la sorella? Dov’era il gruppo familiare, la comunità? Comunità pronta a giudicare e sentenziare, ma sorda o cieca nel cogliere inevitabili segnali di malessere o richieste di aiuto più o meno esplicite.

Attraverso un approfondimento della storia personale, antica e precoce della “carnefice”, si dischiudono scenari tragici di dolore, solitudine e violenza talora inenarrabili. Traumi profondi in cui il nuovo tessuto (psichico), che si forma attraverso il processo di riparazione cicatriziale, è a volte inadeguato, atrofico, meno resistente e può lacerarsi facilmente.
Poi ci sono donne come Nadia Murad che, per il 2018, è stata insignita del premio Nobel per la Pace, assieme al dottor Denis Mukwegw, nella lotta contro gli stupri utilizzati durante i conflitti come armi da guerra.
Nadia Murad è una donna curda yazide originaria del nord dell’Iraq, resa schiava sessuale dai miliziani dell’ISIS nel 2014.

All’epoca ventunenne, era stata rapita dal suo villaggio e rinchiusa a Mosul, assieme a migliaia di donne curde, per sei interminabili mesi densi di violenze psicologiche e fisiche, stupri di gruppo e pestaggi continui. Vere e proprie tratte di schiave, vendute e comprate, donne trasformate a tutti gli effetti in oggetti materiali di cui i membri del Califfatto disponevano a loro piacimento.
Nadia Murad riuscì a scappare dalla prigionia e oggi lotta per il movimento di liberazione di circa 3500 fra donne e bambine che sono ancora sfruttate come schiave nei territori dello Stato islamico.

La sua vicenda mi ha riportato alla mente la tragedia “Troiane” di Euripide, fra l’altro nel palinsesto del Teatro greco di Siracusa per il 2019. Euripide descrive le donne di Troia, dopo la sconfitta inflitta dai greci, come le “vinte” private dei propri cari trucidati innanzi ai loro occhi, sradicate, deportate e rese prigioniere di nuovi padroni.

Come le donne prevalentemente africane, a volte ex regine, rinchiuse nei lager libici dove subiscono le peggiori sevizie e soprusi dopo aver assistito alla decimazioni dei propri affetti. Donne che spesso si imbarcano, per attraversare il mediterraneo col figlio di tali violenze in grembo. O che, per provare a realizzare un sogno di vita, muoiono imbarcate col figlio in grembo.

Poi ci sono le donne della “Diciotti”, la nave di Stato bloccata dal ministro degli Interni, per giorni, al porto di Catania sotto il sole cocente, la scorsa estate, che, pur avendo ricevuto ad un certo punto l’autorizzazione a scendere sulla terra ferma, preferirono non farlo. Temevano di lasciare i propri mariti, i propri parenti, a chissà quale destino, rischiando di frammentare ulteriormente nuclei familiari già colpiti severamente. Alcune di loro rinunciarono a lasciare l’imbarcazione nell’intento di salvaguardare legami affettivi vitali.

E poi, ancora, le donne di Lodi, mamme che a dispetto del “capriccio” del solito ministro degli Interni che impedisce ai figli degli immigrati di usufruire del servizio mensa a scuola, si organizzano. E in barba a quanto disposto dal “potere”, dai “potenti” cui spetterebbe il compito di trovare soluzioni giuste ed efficaci per il benessere della collettività, portano loro da casa del cibo da destinare ai piccoli affinché non si ratifichi un apartheid dei bambini.

Chi sono i vinti, gli sconfitti? Chi sono i vincitori? Chi fa la storia, giorno dopo giorno?

Riprendendo le parole di Pier Paolo Pasolini: «Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione.All’umanità che ne scaturisce.A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati.A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare.A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde.È un esercizio che mi riesce bene.E mi riconcilia con il mio sacro poco»