Articolo di Luciana Mongiovì

«Un giorno, esaminando l’Etna, il cui seno vomitava fiamme, desiderai essere quel vulcano.”Bocca degli inferi, esclamai, se come te potessi inghiottire tutte le città che mi circondano, quante lacrime farei versare!». Così scriveva il Marchese de Sade in La Nouvelle Justine.

L’impulso alla distruzione e ad arrecare danno è certamente insito nell’umanità, per quanto costi ammetterlo. Ne sono testimonianze guerre, discriminazioni, violenze di diverso genere e grado.

Una questione atavica, dunque, su cui ci si è da sempre interrogati. Un problema al quale, negli ultimi anni, si sta provando a fornire una “pseudo-soluzione” facile, acquistando un semplice biglietto d’ingresso per una stanza particolare.

E’ questo il nuovo trend, il “new concept” d’intrattenimento, l’ultima trovata per fare business (probabilmente!): la Stanza della Rabbia. Nota oltreoceano come Rage Room, si tratta di un luogo fisico dove si paga per dare pieno sfogo alla propria frustrazione e violenza, spaccando tutto ciò si trovi all’interno.

Di origine presumibilmente giapponese, è approdata negli Stati Uniti e si sta diffondendo rapidamente nel resto del mondo, Italia inclusa.

Ma cosa succede in una Stanza della Rabbia?

Vestiti come i militari delle squadre antisommossa, con protezioni e caschetto, e armati di tutto punto, si può anche scegliere meticolosamente varietà e tipologia di mobili, oggetti e vasellame che si intende disintegrare. Se si vuole, lo si può fare anche a mani nude. Da soli o in gruppo.

Scriveva Freud nel saggio I due principi regolatori della vita psichica che, a un certo punto dello sviluppo psichico – che sino a quel momento era stato caratterizzato da una tendenza alla scarica immediata della tensione, al fine di raggiungere il soddisfacimento pulsionale – «si imponeva un contenimento della scarica motoria (dell’azione) e a ciò provvide il pensiero (…). Esso venne dotato di qualità che rendessero l’apparato mentale capace di sopportare l’aumento di tensione che il differimento dei processi di scarica comportava».

Freud fa qui riferimento alla nascita del pensiero, allo sviluppo della capacità di “rappresentazione di parola”, che attesta l’evoluzione ontologica dell’essere umano. La possibilità di pensare, di simboleggiare tramite parole, immagini e suoni, emancipa l’individuo dall’impulso più primitivo all’evacuazione di una tensione mediante un’azione, predisponendo invece alla condizione di poter tollerare la frustrazione, in attesa di soluzioni più mature e adeguate alla realtà esterna.

Da questa prospettiva, appare evidente come il ”concept”, che ha ispirato l’ideazione della Stanza della rabbia, avalli, né più né meno, un’involuzione mentale, una sorta di istupidimento, di imbarbarimento, promuovendo un processo peraltro pericoloso, nella misura in cui giustifica e reifica l’istaurarsi di una abitudine al ricorso alla bruta forza fisica, a fronte di un accumulo di rabbia.

Inoltre, la logica sottesa è finalizzata allo sfruttamento economico delle difficoltà di coloro che presentano (per diverse motivazioni e/o problematiche) una minore capacità di tollerare le frustrazioni. Frustrazioni cui, d’altra parte, siamo quotidianamente sottoposti dalla vita, dalle relazioni, dal lavoro etc..

Va chiarito, altresì, che la cosiddetta scarica di rabbia, attraverso la forza fisica, sortisce un effetto liberatorio solamente effimero. Le nuove frustrazioni, delusioni, fallimenti etc. produrranno nella psiche un ennesimo incremento di rabbia che, a fronte di una limitata capacità di contenimento, spingerà, via via, verso la ricerca di una nuova scarica attraverso un’azione (rompere oggetti, picchiare, distruggere).

Il valore della capacità di pensare è per Bion, psicoanalista inglese, proprio quello di costituire lo strumento che abbiamo a disposizione per attenuare la frustrazione.

Pensare è un lavoro psicologico talora faticoso, pur non di meno necessario. Pensare – che non coincide col razionalizzare – richiede la ricerca di un contatto col nostro Inconscio. Con ciò che davvero sentiamo e proviamo, desideriamo e temiamo, con angosce, emozioni, affetti e ambivalenza, con quanto di noi non sappiamo o evitiamo di conoscere perché non ci piace. Con quanto è appunto inconsapevole ma interferisce sulla nostra vita cosciente, sui nostri stati d’animo, sulle nostre scelte, per manifestarsi anche in quella che Freud chiamava la Psicopatologia della vita quotidiana: dimenticanze, lapsus, azioni nelle quali non ci si riconosce, etc.. E ciò può succedere – e succede – a tutti.

In un periodo contrassegnato da “must” quali efficientismo, velocità, apparenza, mi torna in mente, come bisogno di nutrimento della psiche, il tempo della lettura:

«leggere è far respirare, insieme, l’immaginazione e il pensiero. Esercizio più che mai necessario nella nostra epoca: controlla la dissipazione e la distrazione. Contro la spettacolarizzazione. Il tempo del leggere è custodia dell’interiorità» (Antonio Prete).