articolo di Ombretta Costanzo

Tra le zolle di questa terra sismica ci sono innumerevoli donne incastrate tra i bugiardi silenzi dei feudi spinosi e le assordanti reti stradali che trasferiscono miti, leggende e verità tra oriente e occidente. Proprio ad ovest stavolta ho scorticato la caricatura di Giovanna Bonanno, una strega palermitana in vita dal 1713 al fatale 1789, culmine del suo astuto esercizio. Palermo, guardinga da precetti illuministi di cui altre città italiane si nutrivano, era rigidamente divisa fra poveri straccioni analfabeti che sopravvivevano nelle strade tra mille difficoltà, e ricchi eleganti, che spendevano le loro giornate tra feste lussuose e noiose passeggiate.

Riporto a galla una donna grottesca di cui non si sa granché ma provo intanto a ricostruire il tessuto patchwork che ne assembla i connotati. Contraddistinta da un viso caricaturale segnato dalla sofferenza, intarsiato senza limiti di rughe profonde come il suo dolore per essere stata rifiutata dal mondo, si presenta come una levatrice di bassa statura e di bassa estrazione, molto brava e molto abile nel gestire il mestiere che le consentiva di assistere anche donne ricche e potenti, spose o amanti di uomini illustri; o per indigenza o per avidità il denaro non le bastava mai ed era sempre attesa dalla miseria più nera.
Era talmente arrabbiata e rabbiosa da far emergere il suo lato oscuro, la sua natura modificata e, secondo me divenuta, malvagia e furba: imparare a leggere le diede la possibilità di distinguersi dalla massa di poveri analfabeti che popolavano il mantello palermitano; tuttavia dai libri apprese solo cattive lezioni, che cercò comunque di sfruttare a proprio beneficio.

Tra le strade del quartiere in cui operava, echeggiava un vociferare circa la sua abilità tale che malocchio, problemi di cuore e di virilità le permisero di sopravvivere per lungo tempo in modo dignitoso riuscendo a farsi temere e soprattutto rispettare. Che si trattasse di stratagemmi mi sembra quasi ovvio, abili espedienti per raggirare ed ingannare le tante famiglie superstiziose e avvolte da falso perbenismo: quel secolo non doveva godere certo di buona fama come osservante della morale e del buon costume. La mia sentenza ritiene che Giovanna non fosse altro che una maschera nuda, consapevole di detenere la patente di strega ma senza dubbio rappresentante di verità, in un clima intorpidito da menzogne.

Il suo curriculum la presenta come “Mamma Anna”, residente nel quartiere della Zisa, una pioniera incartapecorita ed adombrata dalla gobba che prometteva guarigioni immediate grazie ad una “miracolosa acqua” raccolta in una fiasca di vimini, era un puzzolente aceto per pidocchi utile alle donne con diabolico intento di avvelenare il marito o, quando necessario, viceversa…posto che per gli uomini tale attività di sgombero risultava essere meno ostica. Il consiglio era di acquistare l’ampolla piena della pozione da mischiare al cibo:
“Quel giorno preparai pasta con le sarde e aggiunsi un poco di aceto” disse un giorno un’imputata citando l’innocuo ingrediente.

Questa storiella potrebbe costituire un vademecum per le più curiose o una ricetta tipo Giallo Zafferano da cui si apprende che l’aceto per i pidocchi, una volta ingerito, è letale: mescolato a vino e arsenico può essere facilmente somministrato senza destare sospetti nella vittima e portandola alla morte senza prove di un conclamato avvelenamento.

Attorno alla Zisa cominciarono a morire mogli e mariti: Angela uccise Giuseppe, Rosalia uccise Agostino, Rosa Francesco Costanzo ed infine il fornaio Giuseppe D’Ancona, unico uomo del gruppo che uccise la moglie per poter impalmare una giovane prostituta.

“Il sordo macello dei mariti” dura finché Maria Costanzo, madre di una delle vittime, intravide dietro la morte del figlio una fattura, una malìa ad opera della nuora e si rivolse senza indugio alla giustizia. La rugosa fattucchiera venne arrestata e sottoposta a torture in prigione, a seguito delle quali confessa di aver ingannato mogli adultere, vendendo loro una pozione magica dalla ricetta segreta e dagli effetti miracolosi, tali da realizzare i più intimi desideri. E la magia quindi? Nel 1786 il viceré Caracciolo diede inizio ad un’audace e incompiuta opera di modernizzazione della società siciliana, sferrando duri colpi all’aristocrazia feudale e liberando dalle prigioni un prete e quattro donnette accusate di pratiche magiche e superstiziose. Il suo punto di vista su cabale e sortilegi si desume dall’Encyclopedie che alla voce Magia recita:
di quali bizzarrie non è capace lo spirito umano! Ci si è abbandonati a tutte queste stranezze, ma oggi finalmente nei paesi dove si sa pensare, riflettere, dubitare, il demonio gioca una ben piccola parte e la magia diabolica non gode né stima, né credito.

Nulla di strano dunque se una pazza maga, qualche anno dopo, fu trascinata ad un processo politico con un fine palesemente pedagogico secondo cui non esistono sortilegi: Giovanna fu processata per aver ideato l’uso improprio della pozione, per aver persuaso più donne a propinare al coniuge, sotto forma di pozione magica e dunque con l’inganno.

Venne comunque impiccata nel 1789 con l’accusa di essere una strega.
“Ditemi, facevate quello che avete compiuto per pura malvagità o soltanto per denaro?”.
“Vostra Eccellenza si sbaglia… tuttu chiddu ch’haiu fattu, lu fici a fin di bene ”.

Aldilà dei precetti della Santa Inquisizione, al posto di Giovanna saremmo diventati in molti, più o meno consapevolmente, metaforici assassini seriali! Sono le vicende negative e i fatti violenti a determinare e a far emergere la brutalità che naturalmente alberga in noi e, anche non concesso, cerchiamo insofferentemente di dare sfogo alla nostra natura, a prescindere dalla calotta cranica: si riteneva in passato che la circonferenza del cranio o la grandezza dei lobi delle orecchie fossero segni distintivi della malvagità umana.

Oggi Giovanna Bonanno, dalla moderna criminologia, sarebbe definita come un’assassina per profitto, cioè colei che uccide sistematicamente per un tornaconto economico. Bene, questa è la sintetica sentenza.
Se supponessimo che proprio lei avesse bevuto, prima di chiunque, questo prodigioso elisir, dovremmo riscrivere la storia.