Il Gruppo di Polifemo

E CCU E’? FRANCA FLORIO?

C’era una volta, in un paese lontano di un’isola scolpita nel profondo sud, una regina che con resistente audacia, ha dato corpo e sangue ad una dinastia che per quasi 150 anni ha dominato la vita commerciale, imprenditoriale e culturale della Palermo di fine ‘700, contribuendo a rendere quell’epoca irripetibile. Allo specchio troviamo il riflesso di Franca Florio, figura nevralgica attorno a cui ruota tutta l’omonima stirpe, adultera moglie di Ignazio Florio, uomo d’affari con cui ostentava una prospera quanto spinosa unione, imprenditore baffuto consapevole della femminea astuzia e indiscussa bellezza di cui Franca si serviva con scaltrezza sia per recitare al meglio la figura di moglie sia, all’occorrenza, per aggiudicarsi un ruolo fondamentale nei salotti mondani delle grandi capitali Europee, tra capi di Stato, artisti, poeti, romanzieri.

Scocca a parte, Franca era un’accorta anticipatrice di idee che con coraggio e determinazione manifestava ostinatamente affinché fossero agevolate le donne e le madri lavoratrici, con la creazione di asili nido all’interno dei loro vari stabilimenti. Non proprio stereotipo di sicilianità col suo metro e 73 cm, occhi verdi, carnagione ambrata e una vita sottile per ammaliare gli sguardi degli uomini che, a quanto si dice, potevano godere solo della sua casta presenza in quanto “Donna bellissima ma moglie fedele”. Il “ma” presuppone qualche dubbio sulla sua presunta “santità” che farebbe pensare più ad una maestria comportamentale che ad una conveniente innocenza. Un canovaccio ben suddiviso in cui però gli elementi scenici non rispettano sempre un ordine e persino un’equilibrista può essere spinta giù: la perdita di tre figli le ha demolito l’anima ma la graffiante sfida alla vita le ha permesso di ricostruire un’imperitura maternità con altri due parti contestualizzati nella dilagante crisi esplosa con la prima guerra mondiale, durante cui i ruggenti anni 20 voltano le spalle ai Florio, generando un graduale declino.

Questo nome resta legato ad una dinastia che da una piccola spezieria ha costruito un impero: dalle spezie alle stoffe, dal rame e allo zolfo, le fonderie, le tonnare, le cantine vinicole, i trasporti e le navi con la Società di Navigazione Italiana, il Teatro Massimo, villa Igea, il villino Florio, la Fonderia Oretea, la Tonnara all’Arenella, le saline, Favignana, insomma una rosa di proposte non indifferente capitanata dall’intramontabile grinta di Donna Franca. Il “Titolo di riguardo” assegnatole, rimarca l’archetipo di donna con lo scettro e individua un’acrobata in grado di ordinare e disordinare la vita a piacimento, sempre salvaguardando l’ambizione e la fedeltà ai suoi principi primordiali, stimolo assoluto affinché non si deconcentri mai dal percorso di Donna di classe che ci racconta, soprattutto tramite i suoi abiti “parlanti”.

Amava scegliere le stoffe, abbinare i colori, modificare i modelli e personalizzare i capi da indossare, tutti rigorosamente creati dal suo prediletto sarto parigino Charles Worth, con cui ragionava la ricerca concordando l’esecuzione a conferma della sua mente attenta e creativa.
C’è una chicca che mi ha spinta a studiare questo curioso profilo di donna: un’ ipnotica collana di perle lunga 7 metri, composta da trecentosessantacinque perle su cui si riflettono i suoi giorni apparentemente di ugual forma ma ognuno sfaccettato, unico, ruvido, pesante e niveo; una cornice candida per il suo laconico sorriso su cui sbatte uno sguardo derelitto e risoluto.

Mi sono chiesta il perché di un orpello tanto scomodo e stonato che scende già in caduta libera come un pianto, snodandosi lungo tutto il corpo austero e procace, spostando i riflettori dal viso, sicuro punto di forza decorato con piccoli buchi verdi su cui sembra galleggiare un collirio rigenerante che purifica l’espressione da quella patina malinconica pronta a velare la sua vita. (Un aneddoto ci racconta che Franca decise di non indossare più orecchini dopo che D’Annunzio le fece notare come qualsiasi gioiello pendente dalle sue orecchie avrebbe alterato i lineamenti del suo viso dove, da sempre, si concentrava gran parte della sua bellezza.) forse per questo il tripudio di perle appeso al collo.

La signora Florio non era dunque soddisfatta di sè: la sua carnagione ambrata, quella che oggi le donne si procurano con artificiale accanimento, era un grosso problema poiché desiderava una pelle bianca (come le sue perle). Be’, si accanì pure lei! Si fece porcellanare il viso con una tecnica speciale e dolorosa, un trattamento con smalto liquido. Ma perchè? Per un attimo mi si è affievolito l’entusiasmo di scoprirla, per fortuna la sua irrequietezza ne rimette in moto l’analisi. Dicevamo…. un carattere spigoloso, una tormenta di idee ed evoluzioni la rendono agitata anche se infrangibile. Altro esempio di indipendenza genetica e di protagonismo si ritrova nella decisione di farsi ritrarre dal pittore Boldini, che puntò il cono ottico su una spallina un po’ caduta e sulle caviglie scoperte, indecenza che il marito Florio fece immediatamente riprendere con l’allungamento del vestito e l’alzata della spallina, perché in un atteggiamento a dir suo troppo provocante e non consono ad una nobildonna: io aggiungerei anche per un’antica e impolverata indole da maschio siciliano vinto da gelosia e smania di possesso. Ferma davanti al quadro, che si trova oggi a Palermo a Villa Igea, continuo a percepire Donna Franca come un’icona di malizia e innocenza scandite a dovere da quell’ austero abito da sera in velluto nero che copre e nasconde un caleidoscopico imbarazzo intimo e sofferto.

Un altro fatterello racconta che Franca nella sua casa di Palermo tenesse in libertà due dispettosi cercopitechi chiamati Fitty e Fufi, i quali un giorno attuarono un piano diabolico provocando un incendio in cui bruciò “la famosa e preziosissima tenda in pizzo e merletto del Cinquecento, vanto di casa Florio”. Le chiacchiere del tempo dicono che gli animali, cercando d’imparare a fumare, come avevano visto fare, cominciarono a sfregare i fiammiferi da cucina contro il muro fino ad accenderli e in fine il danno. Con primordiale astuzia, per evitare che si accorgesse del nefasto episodio, trasportarono abiti e oggetti intrisi di fumo su una pianta di ficus, subito recuperati dal cameriere della contessa Michelina Arezzo Amari, dirimpettaia. Tali abiti e tali oggetti rimasero custoditi dalla famiglia Arezzo perché Franca detestava qualsiasi invadenza, promiscuità e manomissione. Certo è che questa immagine delle scimmie fa un po’ ridere e un po’ riflettere, non ho inquadrato bene se si tratti più di comicità o umorismo, volendo un attimo prendere in prestito Pirandello che magari ci spiega come mai abbia scelto scimmie come animali domestici. Le scimmie sono dispettose ma simpatiche, indipendenti e affettuose, sensibili e nervose. Non è per caso. Fosse per conforto o per affinità, questa storia stimola comunque commenti e proposte di sintesi.
Il mito che avvolge donna Franca si raggomitola in ambienti e condizioni in cui non risparmia mai di sfoderare la sua indole, capace di giocarsi a carte in una sola sera un patrimonio e di inquietare i sonni dei più raffinati spiriti artistici dell’epoca: Puccini, Leoncavallo, Caruso, Montesquieu ed altri personaggi soggiogati dal suo carisma.

Guglielmo II la chiamò “La stella d’Italia”, Arturo Toscanini era invaghito e persino Francesco Giuseppe si innamorò di lei e a riprova dell’ammirazione per la sua singolarità e per veicolare il suo balzo in scena da protagonista, le fece come insolito regalo una tromba d’automobile. A quanto pare sembra curare bene l’indole di Franca considerando la sua passione automobilistica: proprio lei aveva dato vita alla rinomata Targa Florio e inaugurato la prima gara automobilistica dibattuta in Sicilia.
La vicenda umana di donna Franca riassunta da Leonardo Sciascia è “una storia proustiana, di splendida decadenza, di dolcezza del vivere, di affabile ed ineffabile fatalità”.

Le situazioni avverse ed il dolore hanno ridisegnato compulsivamente il volto della “Bella Franca” che ha ridistribuito le sue rughe di volta in volta, adeguandole al momento storico e intimo che naturalmente solo lei ha conosciuto.
Morì nel 1950, a 77 anni, nella Villa Salviati della figlia Igea. Si scioglie con lei quel perimetro altero e barocco che rappresentò Palermo in quell’epoca e che marchiò indelebilmente il terreno occidentale nei secoli dei secoli, diventando un’icona di indissolubile bellezza.
Si diceva di una bella donna: E CCU E’? FRANCA FLORIO?

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