articolo di Ombretta Costanzo

In questo 2020 interminabile la festa della mamma è oggi, l’indomani di un anniversario feroce e correlato per cui la coincidenza impone che ricordi la storia di una madre siciliana. Parrebbe lo stereotipo fisico e ornamentale, con lugubri connotati, delle donne senza tempo di una Sicilia dimenticata, Felicia è però fotografata all’interno del suo corpo gracile e un po’ curvo, rigorosamente vestita di nero, in sintonia con un viso solcato da millenarie rughe e decorato con occhiali grandi e spessi che stanno alla base della fronte da cui partono strisce di capelli completamente bianchi.

Sembra che ad ogni scatto accenni un sorriso contraendo le labbra e puntando quegli occhi vispi come mirino, per trovare un bersaglio cui rivolgersi; osserva l’obiettivo per raccontarsi e per accompagnare un concetto che rievochi senza remissione ingiustizie e dolori subiti. La disamina ormai nota inizia col suo nome da nubile, Felicia Bartolotta, finché nel 1947, ignara, all’età di 25 anni, in contrasto con la propria famiglia, diventa Impastato perché sposa senza fuitina ma per amore Luigi Impastato, figlio della mafiuncola cinisiara, sconoscendo sicuramente i suoi legami con la malavita locale:

«Io allora non ne capivo niente di mafia, altrimenti non avrei fatto questo passo. Appena mi sono sposata ci fu l’inferno. Attaccava lite per tutto e non si doveva mai sapere quello che faceva, dove andava. Io gli dicevo: ‘Stai attento, perché gente dentro [casa] non ne voglio. Se mi porti qualcuno dentro, che so, un mafioso, un latitante, io me ne vado da mia madre».

Si capisce che Felicia fosse geneticamente diversa, tuttavia appartenente a una arrugginita rete che, secondo il determinismo di Hippolyte Taine, si spiegherebbe come il risultato di tre fattori: ereditario (razza), ambiente sociale e momento storico. Faceva dunque la moglie assecondandone le caratteristiche ambientali ma se c’era una cosa che proprio non sopportava era l’amicizia del marito con Badalamenti, capomafia di Cinisi e, piuttosto che cedere, litigava a tutti i tentativi di costringerla a far visita.

I crescenti dissidi stimolano le riflessioni dei due figli, in particolar modo diventano concime per Giuseppe (detto Peppino) che intraprende posizioni nette e inarrestabili contro il sistema mafioso di Cinisi generando, chiaramente, continue occasioni di guerra in casa Impastato, finché viene buttato fuori dal padre. Per quindici anni, dall’inizio dell’attività di Peppino fino alla morte “accidentale” di Luigi, a causa di un “incidente” mai realmente chiarito, Felicia diventa muro durante una guerra fredda. In quegli anni non ha più soltanto il compito auto-imposto di fronteggiare da vedova le “radicate amicizie” familiari ma inizia per lei un lavoro da guardia del corpo di un Peppino sempre più extraparlamentare e sempre più caterpillar.
Quando il motto diventa LA MAFIA È UNA MONTAGNA DI MERDA, scritto per la prima volta sulla copertina del giornale L’Idea socialista, si “arruola” volontaria per far sparire tutte le copie diffuse: insomma, in Sicilia, negli anni 70, a Cinisi, il figlio di Impastato, fido amico di “un certo” Badalamenti, era la volta che una madre si azionasse. Ma l’attività irrefrenabile di Peppino prosegue con i comizi, con l’Idea Socialista, con il Circolo Musica e Cultura, con Radio AUT e con tutti i suoi programmi di denuncia irriverente.

Da Felicia iniziano a trasudare vigorosamente coraggio e grinta, forse avrebbe preferito essere una madre come tante, invece le è toccato l’orgoglio di essere la madre di Peppino Impastato e ricevere nel maggio 1978 la peggior comunicazione della vita: Peppino è morto. Hanno fatto morire Peppino come un terrorista rimasto ucciso per l’esplosione di un ordigno che stava maneggiando, oppure come un suicida. Ormai per fortuna tante verità hanno restituito onore a quest’essere umano.
Solo MAFIA, scrissero su un manifesto, affisso sui muri di Cinisi.

Peppino era stato sequestrato, tramortito e il suo corpo, disteso sui binari della ferrovia Palermo-Trapani era stato fatto esplodere con una carica di tritolo posto sotto il torace. Per di più il lungo passato da militante rivoluzionario è stato strumentalizzato dagli assassini e dalle forze dell’ordine per vomitare assurde ipotesi. I compagni non avrebbero potuto far molto senza l’aiuto di Felicia che a sua volta sputa “Io non ho bisogno di nessuno” con l’unico obiettivo di portare allo scoperto la verità sul figlio. I parenti e gli “amici” furono subito pronti a dispensare consigli in perfetta sintonia con il modus conterraneo: Non denunciare, non parlare con i carabinieri né con i giornalisti.

Il tentennamento della donna, non di certo per omertà ma per proteggere anche il figlio Giovanni, durò un digrignamento di denti, finché si costituì parte civile in un processo contro ignoti: un gesto che potrebbe sembrare normale, ma che nella società siciliana del 1978 urlava un taglio netto con la famiglia mafiosa e con la diffusa cultura del silenzio.
La relazione della Commissione parlamentare antimafia sul depistaggio delle indagini circa l’assassinio mafioso di Giuseppe Impastato è un fatto unico nella storia dell’Italia repubblicana. Quando i rappresentanti della Commissione parlamentare antimafia le hanno consegnato la Relazione, Felicia dichiara fiera: «Avete risuscitato mio figlio».

Le delusioni ogni volta che l’inchiesta veniva chiusa e per il tempo che passava, dandole l’impressione che non si potesse ottenere nessun risultato, e gli acciacchi di un’età che andava avanzando, non l’hanno mai piegata. Al processo contro Badalamenti, venuto dopo 22 anni, ha voluto essere presente e con una lama di voce ha accusato l’imputato di essere stato il mandante dell’assassinio.

A Felicia non fregava niente della vendetta, voleva giustizia per morire soddisfatta, e nel 2004 morì con la forza agghiacciante di aver assistito alla condanna degli assassini del figlio: Vito Palazzolo e Gaetano Badalamenti.
Finalmente strilla quello che il figlio non poteva più gridare.
Nel percorso faticoso della sua vita Felicia ha dimostrato una determinazione materna incastrata in una società fortemente patriarcale come quella siciliana dell’epoca, legata ad un ideale di donna muta e obbediente; quel Carattere in mezzo alla tempesta le ha forse permesso di conoscere e maturare dentro se una carismatica autonomia.

Su di lei sono stati scritti libri, prodotti film e spettacoli teatrali, ma rimane ineguagliabile la forza delle sue parole e la testimonianza diretta che offriva con gentilezza a tutti quelli che passavano dalla sua casa, nido di legalità per tanto tempo e oggi Casa memoria Felicia e Peppino Impastato. Decide che Peppino debba continuare a parlare e che di lui si debba continuare a parlare per sempre. Punto!

“Perché mi piace parlarci, perché la cosa di mio figlio si allarga, capiscono che cosa significa la mafia. E ne vengono, e con tanto piacere per quelli che vengono! Loro si immaginano: “Questa è siciliana e tiene la bocca chiusa”. Invece no.. E ai giovani che le chiedevano cosa potessero fare per lottare contro la mafia diceva: “Tenete la testa alta e la schiena dritta” e, lei che aveva frequentato soltanto le elementari, aggiungeva: “Studiate, perché studiando si apre la testa e si capisce quello che è giusto e quello che non è giusto”.

A chi le chiedeva se avesse perdonato, rispondeva che delitti così efferati non possono perdonarsi e che avrebbe desiderato che Badalamenti non tornasse a Cinisi neppure da morto.
Felicia non c’è più da anni, ma la sua ironia, che ribalta limpidamente lo stereotipo della luttuosa mater mediterranea, in binomio con la lucidità delle sue osservazioni, supportano quell’amaro sorriso che accoglie i visitatori della sua casa definita oggi un santuario laico.