Foodselfie: facciamoci un Parr de foto.

Esiste un aspetto morboso che alberga nei meandri psichici delle persone, di quelle social intendo, di cui non si riesce a dare una spiegazione ragionevole. È un fenomeno in continuo fermento che va avanti, credo, immagino, che io ricordi, da un paio d’anni.

E’ diventato costume, prassi, paradigma sociale, un linguaggio vero e propriamente viscerale, e così pure incalzante, necessario, ossessivo, vitale e fisiologico che non abbiamo avuto ancora il tempo di fermarci un attimo e domandarci: perché?

Alludo all’intramontabile fenomeno del fotografare e pubblicare gli alimenti, le pietanze, il cibo, i fasti culinari. Solo quelli: assoli di arancini, lasagne, salsicce, cannoli, castrati, pizze, granite, brioche e condividerli, condividerli ovunque un occhio indaghi, una bocca sbavi.

Che il cibo rappresenti l’ossatura principale delle nostre relazioni, il modello culturale di maggiore riferimento, il sostegno nobile e volgare della nostra economia, nemesi, catarsi e castigo di ogni condotta sociale, è cosa nota.

A Catania beh… per le strade, per le vanedde, per vicoli e tunniceddi, si sente solo il rumore di mascelle e di posate. I locali si susseguono vertiginosamente. Durante le notti estive, poi, tutto si mescola e si confonde in un caleidoscopio di profumi, di urla, di colori, di bagliori. Il cibo è ovunque, il cibo si respira, del cibo si parla, il cibo si commenta, il cibo si racconta, il cibo si ammira, con il cibo si fa la rivoluzione.

Recentemente, apostoli di questa filosofia hanno sguainato arancini nel porto di Catania in difesa di diritti violati. Noi pensiamo cibo, noi ci esprimiamo con il cibo. Le più numerose espressioni idiomatiche riguardano il cibo. Un breve assaggio (uh, manco a farlo a posta): Molto fumo e poco arrosto, Cadere dalla padella alla brace, Come cacio nei maccheroni, Farina del mio sacco, Essere alla frutta, Avere sale in zucca, Mandarsi a far friggere.

I social, come già detto, sono pieni di questi messaggi alimentari; su instagram, su twitter, su facebook dominano ossessivamente immagini di cibo.

E da questa tempesta mediatica che è nato, e si è diffuso, il termine food porn, il cui significato, inizialmente inteso come alimento il cui consumo è dannoso e insalubre, si è evoluto proprio con l’avvento dei social. Food porn, nella cultura popolare, si riferisce infatti a ogni immagine di cibo presentata con un certo appeal, dove per appeal vogliamo evocare sesso, libidine, provocazione. Evidentemente la metafora, qui, enfatizza il significato ma è innegabile che sia sempre esistita una connessione tra eros e cibo.

Che piaccia o no, comunque, la generazione degli smartphone, dall’occhio caduco e dal pollice opponibile, non ha creato nulla di nuovo. Se per Feuerbach, infatti, l’uomo è ciò che mangia, per Martin Parr L’uomo è ciò che fotografa.

Parr è il gotha britannico della fotografia degli ultimi cinquant’anni. Fotografa sostanzialmente il kitsch e lo sublima. I soggetti sono le disfunzioni sociali, le patologie e le consuetudini del quotidiano, schernisce le stereotipie più convenzionali, la famiglia, i matrimoni, il cibo, il turismo di massa, ridicolizzando la società dei consumi.

Le immagini sono sature, di un rosso acceso, stile verosimile alle pubblicità degli anni cinquanta, quando il colore, vispo e incendiato, i contrasti, mettevano in risalto il soggetto interessato.

Le foto di Martin Parr aggrediscono lo spettatore con odori di frittura e di grassi, di formaggio sciolto su uova legnose, di panna acida che trabocca dal piatto. Sono immagini che trasfondono una vorace bulimia ma, nello stesso tempo, nausea, ripugnanza, ribrezzo.

In verità, restituiscono quel senso di solitudine che, a mio avviso, è simile a quello che si ritrova nei dipinti di Hopper; figure spente ai margini di un piano sequenza, bersagliate da un fascio di luce che ne calca l’abbandono.  

Il punto è allora il seguente: come siamo arrivati a fotografare il cibo? Come siamo passati in breve da due gambe toniche al sole, lunghe sul bagnasciuga a due… due wurstel? È, forse, un inconscio desiderio di morte in stile la “Grande abbuffata“? È un narcisismo rovesciato, cioè non fotografiamo noi stessi ma lo specchio dei desideri del nostro palato?

Pensiamoci. Non è una cassata!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

About Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.

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