Funzione psichica dell’appetito

articolo di Luciana Mongiovì

L’unità psicosomatica, che contraddistingue la condizione umana secondo un approccio che vede un continuo e reciproco influenzamento tra mente e corpo, individua nell’alimentazione un’area ponte tra i due versanti: lo psichico e il somatico.

L’appetito, specialmente nei più piccoli, costituisce uno degli indicatori privilegiati per la valutazione del benessere psicofisico, essendo spesso soggetto a perturbazioni in concomitanza di eventi critici quali la nascita di un fratellino o sorellina, un trasloco, iniziare a dormire nella propria stanzetta, un lutto, una depressione della madre etc..

In generale si osserva che, così come accade agli adulti e agli adolescenti, anche nei bambini e persino nei neonati l’appetito viene coinvolto nel tentativo del piccolo di difendersi (inconsciamente) dall’ansia, dalla tristezza e, nei casi più gravi, da vissuti di tipo depressivo.

La regolazione dell’appetito, e sue significative e prolungate variazioni, fungono dunque da segnale con cui il piccolo prova a comunicare agli adulti una propria sofferenza o difficoltà. Ad esempio, i genitori registrano talvolta una regressione del primogenito, che ritorna ad alimentarsi con cibi liquidi rifiutando quelli solidi già integrati nella sua dieta, dopo la nascita del fratellino/sorellina. Così come si rileva un altro tipo di regressione nel bambino che richiede di essere imboccato, rinunciando a una quota di autonomia precedentemente guadagnata, allorquando fatica a separarsi dalla madre in occasione dell’inserimento scolastico.

Soprattutto l’avidità, scrive D. Winnicott, pediatra e psicoanalista inglese, rappresenta ciò che per antonomasia «ricollega lo psichico al fisico, l’amore all’odio, ciò che è accettabile all’Io e ciò che non lo è». Anche quando si manifesta in bambini di pochi mesi, essa è sempre un fenomeno secondario e implica angoscia.

Alla funzione orale viene riconosciuta la valenza di istinto (il succhiare, mangiare, mordere…), la fantasia su ciò che piace tener dentro e ciò di cui ci si vuole liberare, e la fantasia sulla fonte di nutrimento rappresentato in genere dal corpo della madre.

Questa varietà di fantasie («quando ho molta fame, ho voglia di rubare e perfino di distruggere questa fonte e allora mi sento cattivo per ciò che ho dentro di me e penso al modo di espellerlo, il più presto e il più completamente possibile») attesta la presenza di un mondo psichico, interno, sin dalla prima infanzia, ed è rilevabile, ad esempio, dalle molteplici osservazioni condotte su bambini molto piccoli mentre giocano con un oggetto che raffigura, secondo i casi, ora la madre ora se stesso.

Winnicott risulta ancora più tranchant dichiarando che non sia possibile spiegare in maniera esauriente alcun caso di vomito, diarrea, anoressia o stitichezza in un bambino senza risalire alle sue fantasie consce e inconsce, ivi comprese quelle sull’interno del proprio corpo. Così come quelle sull’interno del corpo e soprattutto della pancia della madre, come suggerito dallo psicoanalista inglese D. Meltzer.

Per quanto i medici ricerchino correttamente la malattia fisica che si annida nel soma, occorre tener conto dei contenuti fantastici, fra cui quelli inerenti l’interno del corpo e della relazione col corpo (mondo affettivo) della madre.

L’adulto che prova sempre ad accaparrarsi il pezzo di torta migliore, la porzione della pietanza più gustosa, il meglio insomma di qualsiasi cibo e bevanda, spinto da un’esigenza coatta ad avere sempre la cosa più ambita, può assurgere a modello di avidità “normale”, ove sentire la mancanza di qualcosa (mancanza affettiva) può in tal modo essere tollerata dall’Io, offrendo così sollievo temporaneo alla tensione istintiva e alla frustrazione affettiva.

Come per gli adulti il dolore fisico (mal di testa etc.) è spesso la somatizzazione di un dolore psichico ed emotivo, muto e oscuro, per il cui superamento occorre una ricerca dei contenuti relazionali inconsci, più reconditi e specifici di quella persona, così anche nel caso dei bambini piccoli i vari “dolorini” (di solito localizzati nella zona del pancino) sottendono fantasie molto significative. La “messa in parole” e successiva elaborazione di tali fantasie, all’interno di una relazione accogliente e non giudicante, può aiutare il piccolo a superare il momento di difficoltà e malessere che non sta riuscendo, evidentemente, a comunicare in modo più diretto e chiaro.

L’appetito e la conseguente alimentazione rivestono pertanto una fondamentale funzione psichica, il cui significato psicologico (emotivo, affettivo e relazionale) è sempre da indagare e scoprire in senso idiografico, ovvero facendo riferimento alla specifica storia della coppia madre-figlio, della coppia genitoriale e all’ambiente familiare allargato.

Grazie agli studi condotti sugli stadi precoci e primitivi della mente, è ben noto che i primissimi anni di vita plasmano quella sorta di matrice psicofisica da cui si originerà, in gran parte, il futuro della persona adulta. D’altronde, già Freud segnalava come la nevrosi dell’adulto affondi le proprie radici in quella infantile.

Andando ancor più a ritroso, sempre Freud osservava come «tra la vita uterina e la primissima infanzia, vi è molta più continuità di quello che non ci lasci credere l’impressionante cesura della nascita», riconoscendo l’esistenza e l’importanza della vita intrauterina, che è stata ampiamente studiata anche sotto il profilo affettivo-relazionale.
Fanno pendant le fantasie (consce e inconsce) delle donne in gravidanza sul futuro nascituro (e inserirei anche quelle del futuro papà), così pure i loro sogni (onirici e “a occhi aperti”), che rivelano una gamma di contenuti emotivi di prezioso interesse (talora di natura aggressiva e distruttiva), le cui ricadute sulla nascita della mente umana sembrano molto incisive, a volte tornando utili per spiegare iniziali fasi di inappetenza o scarso appetito da parte dei neonati, oppure nei casi di nati pre-termine che hanno subìto interventi o manipolazioni dolorosi durante il parto o subito dopo, oltre che un periodo di penoso isolamento dalla madre.

Così come non può non avere delle conseguenze sul benessere-malessere di un bambino, e quindi anche nella regolazione del suo appetito, “semplicemente” vivere con genitori stressati, perennemente stanchi, anedonici etc., in quella che oggigiorno sembra costituire la nuova “normalità”, ovvero al di là di situazioni familiari francamente patologiche.

Informazioni su Luciana Mongiovì

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista, è membro associato della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association. Lavora presso il suo studio a Catania con pazienti adulti, adolescenti e bambini. Si occupa di clinica e ricerca in campo psicoanalitico. I suoi interessi vertono innanzitutto sullo sviluppo affettivo con particolare attenzione ai livelli primitivi della mente e alla precoce relazione madre-bambino. Suoi oggetti di cura sono: i “sintomi della contemporaneità” quali ansia e attacchi di panico, depressione e sofferenza legata a separazioni e dipendenze; le vicissitudini psichiche dell’adolescente connesse al corpo che cambia; le problematiche riguardanti l’adozione; il disadattamento scolastico con eccessi di aggressività e/o chiusura. Collabora con la rivista pediatrica Paidos.
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