Genitorialità 2.0

Con la messa in crisi del modello patriarcale – che, per quanto discusso e discutibile, ha fornito comunque un organizzatore psichico, culturale e comportamentale al gruppo familiare – le dinamiche della coppia genitoriale, così come le relazioni genitori-figli, hanno subìto, a dir poco, uno scossone tellurico.

In realtà, salvo ancora residuali isole – che interessano specialmente il sud d’Italia più resistente al cambiamento in atto – sono saltati, pressoché nella loro totalità, i dispositivi che regolavano ruoli e conseguenti relazioni all’interno della famiglia.

I genitori appaiono allora, oggi più che mai, confusi, disorientati, talora smarriti e dunque in evidente difficoltà rispetto alla gestione del rapporto coi figli. Ne discende, altresì, un grave affanno, anche rispetto alle aree di socialità loro connesse, che ha raggiunto punte paradossali, se non aberranti, con padri e madri che aggrediscono professori, presidi o allenatori di calcio. Laddove sappiamo bene come tali atteggiamenti di violenza impulsiva e prevaricazione sottendano, in realtà, condizioni di impotenza profonda e senso di inadeguatezza.

In questo clima di confusione, è segno della nostra società post moderna che alcuni genitori, anziché proporsi come soggetti che si occupano dei figli, prendendosi cura dei loro bisogni emotivi, affettivi e di crescita, avanzino loro richieste, più o meno velate, di tipo “amicale”, se non di accudimento come succede nei casi più gravi, dove si realizza una sorta di ribaltamento dei ruoli.

Di fatto, sono essi stessi bisognosi di trovare uno spazio di ascolto per sé e di accoglienza per le proprie confidenze o problemi. Il venir meno, o la precarietà, di una genitorialità responsabile, consistente e capace di sostenere il processo di maturazione dei più piccoli, lascia, e relega, questi ultimi in una condizione di sconfortante e dolorosa solitudine.

In altri casi, i genitori tendono a colonizzare desideri e aspirazioni più o meno definiti dei figli, con azioni anticipatorie, intrusive e coartanti, invece di funzionare psichicamente da contenitore che nutre, dà fiducia e appoggio al “pensiero” nascente. Saturano lo spazio di crescita potenziale dei bambini, annullando la possibilità di un loro dubbio, incertezza, debolezza, fallimento etc., perché non tollerano, innanzitutto, la propria di insicurezza o imperfezione.

Nella società 2.0 parlare di debolezza può risultare, infatti, assolutamente demodè. Viviamo – o sentiamo di dover vivere – sotto l’egida dell’efficientismo più sfrenato e selvaggio che ci vuole rapidi, operativi, performanti, socialmente seduttivi ed emotivamente controllati.

Anche ai più piccini spesso, a scuola come in famiglia, viene richiesto un comportamento adultomorfo, un rendimento soddisfacente financo, talvolta, una pseudo autonomia. Chiaramente, tutto a vantaggio (ma è solo un’apparenza) degli adulti che, in tal modo, si sentono sgravati dall’impegno, certamente faticoso, richiesto da un accudimento psico-fisico adeguato.

Li vogliamo, questi piccoli, impavidi, produttivi, possibilmente che non piangano molto, ordinati, organizzati nel gioco, aperti alla relazione ma anche in grado, all’occorrenza, di restare da soli.
Il minimo richiesto consta in un surrogato di realizzazione mancata ai genitori, come se avere figli che piangono, che fanno i capricci, che hanno paura e sono timidi, che qualche volta non vogliono andare a scuola, fosse, non tanto una cosa naturale e umana, quanto un segno lapalissiano – una lettera scarlatta sul petto o una stella di David sul braccio – dell’inettitudine genitoriale.
Bambini dunque efficienti e intellettualizzanti.

Ma – c’è da chiedersi – dove finiscono le emozioni e, soprattutto, che fine fa la fragilità insita, per antonomasia, nei più piccoli? Verrebbe da commentare che non è più tempo per don Chisciotte e Sancho Panza!
I piccoli pazienti, bambini e adolescenti, che seguo in trattamento psicoanalitico, smascherano, ad esempio, il luogo comune che vede le vacanze estive quale spazio-tempo ameno deputato alla spensieratezza e alla gioia.

Venuta meno la scuola, per quanto vituperata soprattutto negli ultimi anni, viene a mancare per i piccoli un organizzatore delle loro giornate, delle loro emozioni e relazioni, che li lascia in una landa desolata di solitudine perché i genitori non ci sono in quanto impegnati e, se invece sono presenti, di rado sono davvero disponibili ad ascoltare queste loro fondamentali esigenze.

I piccoli, infatti, hanno bisogno, durante le vacanze estive più che mai, dell’altro che li aiuti a pensare e organizzare il loro tempo, adesso non più schematicamente strutturato dalle lezioni, e, sì facendo, ad organizzare se stessi.

Nei casi più gravi incontriamo bambini, vincolati con i genitori in legami rigidi e paralizzanti dalle fitte trame, del tutto impossibilitati persino a lasciarsi andare al gioco.
Diventare genitori significa ridefinire in modo profondo la dinamica della coppia mediante alleanze inedite, in genere inconsce, che cimentano inevitabilmente il narcisismo alla base della soggettività di ciascun genitore.

Cosa rappresenta psichicamente ed affettivamente un figlio per la coppia? Quali significati incarna? Quali fantasie, spesso inconsce, si associano all’idea del figlio? Un bambino rappresenta qualcosa che viene sentito come mancante e che completa il singolo uomo o donna? E’ vissuto come un “oggetto” da esibire, una patente acquisita circa la propria efficacia o normalità? Compensa ciò che non si è avuto ma si ritiene sia dovuto? Viene immaginato e investito affettivamente quale garante del legame della coppia? Prende il posto della vita sessuale della coppia, tutta relegata nel genitoriale?

E ancora, qual è il mito fondativo della coppia e dei figli?
Spesso entriamo in contatto con le difficoltà dei genitori che chiedono aiuto per il figlio, e che vivono, inevitabilmente, una condizione di grave fragilità narcisistica. Emergono, in tal modo, sentimenti di impotenza, si sentono inadeguati, sono afflitti da intensi sensi di colpa. In questi casi occorre, anzitutto, l’avvio di un processo di conoscenza e contenimento dei loro aspetti genitoriali sofferenti, mai davvero accostati e pensati, bensì motivo di accuse reciproche che hanno condotto, nel tempo, a spirali conflittuali investendo sia la loro relazione di partner che quella col figlio.

Occorre una più matura individuazione della coppia genitoriale, e delle sue dinamiche, in primo luogo rispetto alle famiglie originarie, per attestarsi quale nucleo familiare distinto, separato e autonomo.
Occorre creare uno spazio, ancorché fisico, mentale per il figlio, talvolta in realtà non visto e non riconosciuto nella sua soggettività e diversità ma cooptato o con-fuso nelle dinamiche e nei desideri, più o meno consapevoli, dei genitori.

Occorre altresì che la coppia, ambiente primario del bambino, affinché assolva al meglio alla funzione genitoriale, venga a sua volta valorizzata e sostenuta, anche psicologicamente, dal gruppo familiare allargato. Si riconosce, in termini di salute psichica, la centralità del gruppo familiare (nonni, zii, parenti prossimi) come contenitore allargato, capace di contenere la relazione genitori figli.

About Luciana Mongiovì

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista. Lavora presso il suo studio a Catania con pazienti adulti, adolescenti e bambini. Tel. Studio 095/090 26 06

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