Articolo di Adriano Fischer

L’immagine di Cristo l’abbiamo conosciuta un po’ tutti nello stesso modo: sofferente e in croce. A scuola, ad esempio, appena si sollevava lo sguardo, affisso alla parete, l’origine della cultura occidentale, la rappresentazione iconica del dolore, del sacrificio, del martirio. Siamo cresciuti così, con una specie di rispetto, o timore reverenziale, una vena universale di compassione, piuttosto che con atteggiamento strettamente fideistico.
Gesù è Dio fatto uomo, è Cristo ovvero l’unto dal Signore, nato da Maria grazie a un concepimento verginale. Questo è il mito con cui la Chiesa Cattolica ha indorato la nostra pubertà, ha forgiato le nostre innocenze.


Da uno studio approfondito, in realtà, la figura del Cristo risulta sfocata, la storia è quanto mai ricca di interventi manipolativi e falsificatori che tra le mani abbiamo tutto e il suo contrario. Nessun dato trova la conferma che merita, dalla data di nascita, il luogo, a quello di morte. Le nostre fonti sono i vangeli, quelli canonici, i tantissimi apocrifi, le letture sinottiche dei vangeli di Matteo, Marco e Luca, Dionigi il Piccolo, la patristica, Giuseppe Flavio, fonti che tuttavia si sono rivelate contraddittorie, dispersive, scritte parecchi anni dopo la morte del Messia, racconti mistificatori di gente che ha documentato per sentito dire, resoconti giustificazionisti.

Facciamo qualche esempio. Il vangelo di Matteo. Matteo scrive per una comunità di giudei – ovvero ebrei che hanno riconosciuto in Gesù il Messia tanto atteso – ma è il Messia della tradizione, così come viene inteso e rappresentato, ossia un fedele interprete delle leggi di Mosè e un riformatore delle istituzioni perché corrotte. E quindi il Gesù di Matteo è un Mosè 2.0, ciò significa che il Gesù che ne esce fuori dal vangelo ricalca armoniosamente l’insegnamento e le opere del profeta. L’evento prodigioso per Mosè, infatti, è quando fu salvato dalla strage di tutti i maschi ebrei, voluta dal Faraone; allo stesso modo, nel vangelo di Matteo, si racconta la strage dei bambini ebrei ordinata da Erode il Grande.

Così, ancora, il momento più importante per Mosè è stato quando, sul Sinai, da Dio ha ricevuto la legge per il suo popolo, quella che è chiamata l’Alleanza ed è formulata nei dieci comandamenti. Nel vangelo secondo Matteo anche Gesù sale su un monte, un monte senza nome, dove proclama, lui che è Dio, il codice della nuova alleanza, che è formulato, dall’evangelista, attraverso le otto beatitudini (il numero otto nel cristianesimo primitivo è il numero che rappresenta la vita indistruttibile, la resurrezione).

Altro punto. Una cosa che non sapremo mai è la data di nascita di Gesù. Il 25 dicembre è stato scelto nel III secolo facendo coincidere la nascita del Salvatore con una ricorrenza pagana, il dies Natalis Solis invicti, una festa dedicata alla nascita del Sole, che si celebrava appunto il 25 dicembre, ed era stata introdotta da Aureliano nel 273 d.c. Questa festa era anche in stretta relazione con i culti orientali, specie quello di Mitra, il Dio solare di origine indo – iranica che aveva avuto il suo massimo sviluppo nell’area mesopotamica e che era stato portato a Roma grazie ai legionari romani di ritorno dalle spedizioni in estremo oriente.

Ancora più complicato è stabilire l’anno di nascita. La datazione che prende in considerazione l’Annus Domini (cioè la nascita di Cristo) si deve al monaco Dionigi il Piccolo. Il Papa, nel 525 d.c., gli aveva assegnato il compito di stabilire la data dell’equinozio di primavera per determinare la ricorrenza della Pasqua. Dionigi andò oltre e “rivoluzionò” la datazione del tempo fissando la nascita di Cristo nell’anno 754, dalla fondazione di Roma, l’Annus Domini. È Dionigi il piccolo, infatti, il fondatore dell’era cristiana ed è grazie a questo monaco sciita che calcoliamo gli anni dalla natività.
I vangeli di Matteo e Luca sono concordi nel ritenere che Giuseppe fosse il padre adottivo di Gesù e Maria la madre. Matteo, però, appare un po’ troppo euforico nel resocontare l’origine del suo maestro perché, nel cercare di persuadere gli ebrei che Gesù fosse il messia, sottolineando l’appartenenza alla stirpe di David, tralasciava tuttavia il fatto che, per essere tale, sarebbe dovuto essere figlio carnale di Giuseppe.

Una smentita, invece da più parti condivisa, è che Gesù, che proveniva da Nazaret in Galilea, dove lavorò per anni come falegname presso la bottega del padre Giuseppe, non era di povere condizioni ed era anzi partecipe della vita sociale e religiosa del paese. Elisabetta, parente della madre di Gesù, era moglie di Zaccaria, del quale si dice, nel vangelo di Luca, che prestava servizio al tempio di Gerusalemme.
Le congetture sulla verginità di Maria si sprecano e divertono. La verginità è raccontata nei vangeli di Luca e Matteo che tracciano l’infanzia di Gesù sostenendo il dogma di un concepimento senza l’intervento di un uomo.

Alla chiesa, in realtà, per giustificare le origini divine del messia, serviva un’ascendenza ultra terrena, cosa che con un’unione carnale non si sarebbe realizzata, Ecco la grande mistificazione.
Il cristianesimo, tra l’altro, è l’unica religione monoteistica che attribuisce al suo fondatore origini divine, nelle altre religioni – sempre monoteistiche – abbiamo solo profeti, cioè persone che parlano in nome di Dio, e così dal greco προφήτης προ- al posto di, φημί, cioè parlare, dire.

Lo studioso Robert Graves sostiene che Maria fosse di sangue reale: della stirpe di Davide, sposata segretamente con Antipatro, figlio di Erode il Grande, che al momento delle nozze è l’erede al trono di Giudea. Il padre lo fa sopprimere, mentre Maria rimane incinta di un bambino, Gesù, appunto, che riunisce in sé la legittimità dinastica ai troni dell’Antico Israele, che fu governato da Davide, e della nuova Giudea entrata nell’orbita politica romana. Questo potrebbe spiegare la strage degli innocenti riportata nei vangeli e la designazione di Cristo come il re dei Giudei.

Se spogliamo questa figura da tutte le costruzioni fantastiche, mitiche, montate dal fluire del tempo, dalle manipolazioni, anche legittime, che tuttavia hanno falsato e stravolto i fatti, se non si considera l’uso abuso di un personaggio su cui la Chiesa Cattolica ha fondato la sua universale fortuna, Gesù resta un uomo umano che ha rivoluzionato un sentire religioso, prima esclusivamente appannaggio del popolo ebraico. Gesù ha predicato l’amore universale, il verbo di un Dio misericordioso, che non fa distinzione alcuna tra gentili ed ebrei, che accoglie e abbraccia tutti gli uomini sulla terra. La testimonianza più importante dell’evangelizzazione cristiana, cioè dell’insegnamento di Gesù, la dobbiamo principalmente all’operato di Paolo di Tarso, il cosiddetto apostolo dei gentili, l’ebreo ellenizzato che godeva della cittadinanza romana, l’ebreo convertito sulla via di Damasco, che non conobbe mai personalmente il predicatore ma fu attratto dai suoi insegnamenti tanto da intraprendere la più importante missione evangelica.

La lettera ai Romani è senza dubbio l’eredità teologica più importante. Con questa l’apostolo si rivolge ai gentili, la comunità romana, alla quale dispiega lo stato dell’umanità davanti a Dio. Abbiamo, in tal modo, la testimonianza di un Gesù che proclama una salvezza che è resa possibile, non come un tempo dall’applicazione e dall’osservanza della legge mosaica, e neppure dalle opere, ma dalla fede. Paolo ha diffuso questo, il concetto di fede, libera dalla politica e dalla terrenità, e legata alla coscienza.

La religione ebraica aveva creato un sistema di salvezza mediante le opere; non solo opere buone, ma riti, liturgie, cerimoniali (per esempio il rito della circoncisione). Secondo la religione ebraica chi avesse seguito alla lettera quei riti, avrebbe ottenuto la salvezza. Il concetto che esprime l’ebreo Paolo di Tarso è che Abramo non si era guadagnato la salvezza in seguito ad opere meritorie, ma in seguito alla fede che aveva interamente riposto in Dio.

Nel suo brano God, John Lennon sostiene che Dio è un concetto con cui misuriamo il nostro dolore. E’ possibile tuttavia riconoscere l’esistenza di un amore – così come elaborato nelle epistole paoline e quindi dagli insegnamenti di Cristo – che sia universale, che accetti, che approvi chiunque, incondizionatamente, che sia un atto supremamente libero, mai forzato, ma che abbia sempre qualcosa di gratuito, di altruistico e spontaneo in sé, che sia creativo, o ricreativo, cioè dia vita laddove non esiste nulla, che sia disinteressato e spietatamente umano e vulnerabile, un amore che concilia e unisce, un amore che valga l’attributo di cristiano.