L’Arte incontra Gianni Longo

Il carrubo cavo dopo il tramonto, pastello di Piero Guccione dell’’84

“Ritual Prayer”, dall’album “Dark Intervals” di Keith Jarret, è un buon tonico spirituale. Amo ascoltare questo brano ogni qualvolta cerco una via di fuga, una boccata d’aria giovane, una prospettiva diversa che non mi impone di misurare la sterilità ineluttabile… del destino.

La crisi era ancora distante. Gli eventi culturali erano una buona occasione per trovare gente entusiasta.

Facile risultava incontrare artisti, confrontarsi con loro, trovare amici provenienti dalla costa occidentale dell’isola, o dal suo profondo entroterra. Piazzare “pezzi”, festeggiare fino a notte fonda, progettare e sorridere, era un rito scontato.

A Comiso una prestigiosa collettiva di pittura riunì tutto lo Stato Maggiore del Gruppo di Scicli (che lì era di casa), nonché bravi artisti provenienti da ogni parte dell’isola, ivi compresi noi, la pattuglia di pittori acesi.

Questa era la politica della storica Galleria degli Archi di Comiso e premiava l’estetica. Ad ogni inaugurazione le luminose sale erano zeppe di persone.

L’estate iblea è una canicola soffocante e la bianca pietra barocca riverbera un folto calore che preme nelle tempie fino allo sfinimento. Feci appena in tempo a visionare tutti i pezzi esposti, il vociare mi diventò insopportabile. Uscito all’aria aperta affogai nell’ossigeno, e per una possibilità di silenzio chiesi cortesie che non si dovrebbero negare a un forestiero.

Iniziai a camminare lungo piazza delle Erbe. I Cancelli che davano ai locali dell’ex Mercato Casmeneo, sede della Fondazione Gesualdo Bufalino, erano ancora aperti. Si intravedeva l’elegante loggiato. Si dice – ed è vero – che in quel luogo il grande scrittore amava trascorrere le mattine dei suoi giorni. Rispetto al Duomo di Santa Maria delle Stelle la diagonale in cui mi trovavo indovinava una prospettiva capace di far compiere un moto ascensionale all’intera struttura.

A quell’ora la facciata di pietra bianca riflette l’intenso ocra rosato del tramonto: un baluardo d’intensa luce brillava in un blu cobalto senza fine. E il silenzio si avvicinò. Ci fu un istante – badate bene, dico, un istante – in cui quella piazza, i suoi vicoli, i suoi palazzi, sembrarono essere privi di vita, un surreale silenzio, reso ancor più assordante dall’asfissiante canicola di luce e calore.

Cosa nasconde l’ombra? C’è vita dietro quelle nere imposte?

Me lo sono sempre chiesto.

La dicotomia di un’ “isola plurale”, la dannazione di una terra eletta, il riscatto di un peccato originale. Un melodramma che il I° movimento di “Como Cierva Sedentia” (album “Orient and Occident”), di Arvo Pärt, dipinge perfettamente. Elucubrazioni mentali le mie, certo! Ma il segreto sta nel non pretendere risposte o nel non prendersi troppo sul serio.

E questo lo sapeva anche Lui. Colui che si stava avvicinando a me, stava percorrendo quella stessa diagonale. Mi fece un cenno con il capo. «Maestro, anche lei in cerca di aria fresca?», Guccione annuì con un elegante sorriso: «Basta con questo “Maestro”…dammi del tu! … Piero!» Glissai l’imbarazzo offrendo una Philippe Morris. Con un altro sorriso suggellammo il nostro accordo. Il cielo era già livido verso le prime stelle; i momenti che accompagnano il passaggio di consegne tra giorno e tenebre.

Io non ricordo i profumi di quell’istante, ho solo impresso il silenzio e la sintonia che si creò, quella che il tempo di una sigaretta può regalare; non una parola inutile, non un sospiro, non un dettaglio dei nostri sguardi fu abbandonato a se stesso. Ho la presunzione di dire che ci fu davvero una comunione di spirito.

In Sicilia un vecchio adagio recita: “…picciriddi e scecchi Dio l’aiuta” (bambini ed asini Dio li aiuta). Qualche anno prima ebbi l’ardire di confrontarmi con lui in termini filosofici: gli feci recapitare uno scritto. Lo invitai a ragionare su B. Russel, quello più romantico. Mi rispose. Dallo scambio epistolare che ne seguì mi sono rimaste parole che conserverò con cura e riserbo. La sua generosità mi commosse. Mi regalò una grafica pastellata dell’ “Ibiscus” e una copia di un prezioso catalogo (“Ne ho veramente pochi” mi disse teneramente), quello che lui definì di “Berlino” (la mostra itinerante: Bruxelles, Palermo, Bologna, Berlino, Milano), ovvero: “Pittura tra Poesia e Teatro”.

Quest’uomo amava tenere rapporti epistolari perché amava confrontarsi e confidarsi. Per gentile concessione del suo destinatario, Gianni Longo, di seguito presenteremo un testo – inedito – scritto dal maestro nel novembre ‘86 a Scicli, in occasione della propria mostra antologica a Catania.

«“Tornare sul luogo del delitto” è cosa imbarazzante (suppongo) quando non è traumatico. E pare a proposito qui venir in mente questo comune modo di dire, se è vero che i quadri, sculture e affini – i prodotti dell’arte insomma – altro non sarebbero che delitti mancati secondo la teoria che vede l’arte, oltretutto, come una forma deviata, sublimata dell’impulso ad uccidere… Ma, poiché nell’ambiguo insieme dell’umano le due cose possono egregiamente convivere, sono anche il risultato di un sogno e bisogno di assoluto: “il bagliore dell’infinito” – come scrive Citati in una bella pagina dedicata a Watteau – che per un attimo ha attraversato la mente ed il cuore del pittore. Però, proprio perché opere finite, dove cioè quel bagliore si è consunto e smarrito, sono nello stesso tempo clamorosa e lampante contraddizione: ferite aperte – direi – che in definitiva solo con l’oblio è possibile rimarginare. Scarsa, pertanto, è la mia disposizione, in genere, a rivedermi, ad “antologgizzarmi”. Perché questa mostra? Per debolezza, certamente: che dopotutto è la più tenera delle nostre attitudini. O, in parte, forse perché il pittore, Franco Sarnari (molti anni di comune militanza ci legano e qualche volta anche diviso) mentre si discuteva con Carmelo Borzì e Gianni Longo su un’eventuale mostra con cui inaugurare la galleria che vede ora la luce a Catania: “Il Segno”. Titolo che francamente – dati i tempi e i luoghi – a me pare più adeguato riferire al senso di una illimitata fiducia (piuttosto che al gesto creativo dell’artista) con cui Giani Longo si accinge, e con notevole entusiasmo, alla sua nuova attività. A Catania, che fu una dolce città: se non proprio “delle cento guglie” certo dai mille profumi insieme sublimi e prosaici del Pistorio, dei Caviezel; ognor amalgamati ai sussurri, ai vagheggiamenti e vaneggiamenti, alle enormità dell’amore, di brancatiana memoria, che fluivano nell’aria – su e giù – lungo il tiepido corridoio di via Etnea. Ma oggi Catania non è più la stessa. “Città tragica” è stata recentemente definita: dimensione senza dubbio più attinente al generale, intemporale senso dell’esistenza; in particolare a quell’esito – se vogliamo – che gli artisti, fra i primi e da molto tempo, hanno preconizzato nel divenire del mondo moderno (post-moderno, ecc…) Da noi, inoltre, come del resto in tutto il meridione, il sapore del moderno è stato forse più amaro che altrove, poiché più che altrove contraddittorio, inadeguato, solo in superficie è stato il sistema di relazioni culturale, economico e politico messo in atto. Auguriamo in ogni caso alla galleria “il Segno” di vivere pienamente il suo percorso; e di viverlo se è possibile proprio nella doppia valenza che l’arte in sé contiene come testimonianza della totalità ossidata, ineluttabile del presente; come dell’altra, in cui purezza e speranza sono ancora nutrimenti.»

Confesso che quando mi capitò tra le mani la copia di questo spartano dattiloscritto, con le correzioni a penna e la bella firma vergata dell’autore, provai un senso di smarrimento e gioia allo stesso tempo. Leggere quelle riflessioni e immergermi nella splendida cifra delle sue criptate inquietudini, avvertire il suo amore per la città e per l’isola e per la vita. E poi, avvicinarsi alla sua consapevolezza: solo attraverso l’Arte l’uomo può giungere a comprendere il mondo e se stesso.

…Ma chi è Gianni Longo? Perchè Piero Guccione scrive e continuerà a scrivere in diverse occasioni a questa persona? Cos’ha di così particolare questo illustre sconosciuto da attrarre l’attenzione di un uomo che, per vocatura, già si collocava al vertice di una ideale piramide.?

Longo nasce a Bressanone, nel Trentino, da una famiglia di commercianti. A Catania compare quasi dal nulla e, ben presto, guidato da un notevole istinto, entra negli ambienti della “buona” Arte, guadagnandosi la stima e l’amicizia di tanti artisti.

Nel ‘86 a Catania inaugura la galleria “Il Segno” e organizza una grande antologica su Piero Guccione, alla presenza di Leonardo Sciascia.

Lo stesso Anton Zoran Music non resterà indifferente a questo personaggio ed anche qui maturerà una grande amicizia. Poi il silenzio. Catania non offre il respiro ampio, indipendente, anarchico, di cui Gianni ha bisogno e lui si trasferisce all’estero. Resterà sempre in contatto con gli ambienti artistici dell’isola. Peraltro, dimostrerà la sua abilità manageriale, che tuttavia nulla potrà contro l’accanimento del destino. Torna in Sicilia.

Nel 2010, ad Acireale presso la Galleria Art’é, di Maurizio D’Agata, cura la personale di Guccione “Natura segreta” (nella foto, in senso orario: Piero Guccione, Franco Battiato, Gianni Longo, alle sue spalle Maurizio D’Agata, quindi Giuseppe Puglisi). Successivamente il S.I.N. (Società Italiana di Neurologia) lo incarica di organizzare “lo sposalizio fra arte e scienza”. L’immagine simbolo dell’evento sarà ripreso da un pastello realizzato per l’occasione da Guccione.

Nell’ottobre del 2017, scrive “Lasciami almeno un sogno”, pubblicato dalla casa editrice Armando Curcio Editore. Nel 2018, per tale testo la giuria del “Premio letterario Milano International” gli ha assegna il “premio della giuria”.

Ho sempre detestato le biografie; non dicono mai ciò che cerco.

Conobbi Gianni nel 2009 presso la galleria di Maurizio, in occasione della mia personale di pittura. Tra noi due nacque un certo feeling. Anche io non restai insensibile al suo istinto, al procedere del suo pensiero. Il suo garbo lo rendeva elegante e mai sgraziato o sconsiderato. Eppure, attorno alla sua persona, aleggiava un sottile velo di incomprensibile mistero e di melanconia. Tra un sorriso e l’altro, tra una banalità e un fatto importante, sembrava quasi che giocasse con il fato e con la sua stessa vita.

Le sue particolari capacità introspettive di “leggere” gli accadimenti, i decadimenti della vita o gli amati dilemmi dell’estetica, gli hanno permesso di penetrare e non lasciarsi scandagliare, di influenzare e di non lasciarsi condizionare, infine, di rigenerarsi dalle proprie ceneri. Queste le qualità che mi risultarono più interessanti di lui e che forse osservarono gli stessi Guccione e Music.

Gianni non ama la ribalta, e alla retorica preferisce un certo pragmatismo che sta a metà strada tra il riduzionismo e l’olismo; una contraddizione di principi alla quale si potrebbe replicare che ogni mezzo è utile se porta i frutti. Barry Stevens, scrittrice americana, è, al pari di Gianni, un’autodidatta, una creativa.

Nel libro del ‘67, “Da persona a persona – il problema di essere umani”, scritto a quattro mani con Carl R.Rogers (uno dei più importanti psicoterapeuti degli Stati Uniti), la Stevens scrive: «Conosco le regole senza conoscerle. Per la maggior parte del tempo le utilizzo perché mi aiutano a esprimere quello che voglio dire, ma posso violarle ogni volta che ne ho voglia, e trasmettere ciò che altrimenti non può essere trasmesso altrettanto bene»

  1. Gianni, parlaci del tuo libro.

Lasciami almeno un sogno” prova a squadernare la vita del nostro Paese, la perdita dei suoi valori e la frantumazione dell’identità dei suoi abitanti. Testi in cui invito anche me stesso a smettere di vivere a teatro e tornare a Pensare. “Il carrubo cavo dopo il tramonto”, pastello di Piero Guccione dell’’84 (Ndr. quest’opera – L65cm xL50cm – è stata utilizzata per dare il “volto” alla copertina del libro e nel presente articolo è mostrata in epigrafe), è uno dei protagonisti del libro che ospita le mie ferite.

  1. Quale ruolo svolge il “destino” nel tuo saggio ?

In questa raccolta di scritti il destino è un protagonista inafferrabile, irraggiungibile, ma viene esternata la sua saggezza, quella cioè di negare ciò che prima aveva pensato e di affermare ciò che prima aveva negato.

  1. L’arte ha influenzato il tuo modo di concepire? In che modo?

Mi ha determinato certamente che ogni dubbio, ogni incertezza, la posso capovolgere in una meritata risposta se la mia mente non attinge solamente dal pensiero usurato della nostra società.

  1. Con le tue riflessioni pensi di avere influenzato indirettamente il lavoro degli artisti?

Ho provato sempre a gettarmi, e con ardore nella produzione più viva delle sensazioni e, non dimentichiamolo, che il vento delle parole è sempre stato più forte di tutti gli Stati, di tutti gli eserciti e di tutte le chiese.

  1. Hai scritto molto su Guccione e hai conosciuto le sue perplessità. Puoi parlarcene?

Piero Guccione di certezze non ne aveva né prima, né durante, né dopo ogni sua esperienza e non si appagava mai tanto quanto avrebbe voluto. Soltanto la totalità del quadro era la sua unica dimora, la sua conoscenza sicura dove aggrapparsi e riposare qualche istante.

  1. Secondo il tuo punto di vista dove sta la contemporaneità dell’arte di Guccione e qual è il suo periodo più interessante?

La parte numericamente maggiore dei colleghi critici e osservatori del lavoro di Piero Guccione non sospetta neanche della sottigliezza delle sue ricerche, né dei misteri dei suoi procedimenti, né della spiritualità delle sue trasfigurazioni, né della sensibilità della sua esecuzione. E ancor meno sospetta della sfibrante lotta che aveva sempre con ogni suo lavoro, davanti al quale Guccione si trovava sempre come di fronte ad un avversario che doveva domare. Con le sue scoperte ci ha permesso di avvicinarci ad una delle vicende più scrupolose, più poetiche e più intimamente drammatiche dell’arte contemporanea italiana e straniera. Opere interessanti e convincenti artisticamente sono anche quelle dei carrubi feriti.

  1. E di Zoran Music cosa puoi dire?

Mi chiedo chi mai riuscirà a trovare gli struggenti e preziosi quanto rari colori che Music partoriva sulle tele. Portava sulle spalle un grande lavoro, quello cioè di insegnarci con i suoi quadri a toccare nel più profondo noi stessi e a sensibilizzarci per crescere, ciò che gli era inesprimibile con le parole.

  1. Hai scritto anche su giovani artisti, quali tra gli altri Piero Zuccaro, Giuseppe Puglisi, Alessandro Finocchiaro, Giulio Catelli. Quale qualità cerchi in un giovane artista?

Quella con la quale non si esibirà mai di sapere già cosa fare, in caso contrario non saprà mai dove andare.

  1. Chi sono gli artisti che maggiormente hanno lasciato un segno nel tuo animo?

Quelli che hanno saputo infondermi con il loro lavoro quei colori straordinariamente preziosi e velati di cui necessitavo, pure il tuo operare pittoricamente mi ha toccato profondamente.

  1. Cosa non dovrebbe fare un giovane artista?

Aver fretta, agitarsi e non nuotare mai nella schiuma del superfluo.

  1. Quali sono i tuoi progetti futuri?

Continuerò sempre la lettura di me stesso, anche per non toccare mai la vecchiaia mentale. La vita è un sogno ed io voglio continuare a farla realtà. La vita è un gioco ed io intendo sempre giocarlo. La vita è una sfida, ed io l’accetto.

  1. La Sicilia come può intraprendere la sua evoluzione?

Oggidì la Sicilia è un Paese essenzialmente contemporaneo a se stesso, e vive un movimento culturale rivolto al passato.Il popolo siciliano vuole entrare nel campo della grande civiltà culturale europea ma è ben lungi dall’essere una cosa facile che possa conquistare, perché ha soltanto due strade: la cultura e la corruzione, ma la prima è molto difficile staccarla dall’altra.

 

Nel ringraziare Gianni, mi concedo all’austerità delle suggestioni sfuggenti di “We Move Lightly” di Dustin o’Halloran (album Lumiere).

 

 

 

 

 

 

 

About Sebastiano Grasso

Sebastiano Grasso (Udine, cl.1965), pittore. Apprende i primi rudimenti dal carnico Arturo Cussigh (allievo di Morandi, Guidi e Saetti). Pur collocandosi nella sfera dei pittori, cosiddetti, “autodidatti”, l’artista vanta una formazione accademica. Ha fatto parte del gruppo artistico: “I dodici movimenti (Sicilia - Acireale)” e “I pittori della luce” (Triveneto). Ha esposto in prestigiose collettive (tra gli altri, con P. Guccione, S. Alvarez, F, Sarnari, il Gruppo di Scicli, A. Forgioli. R. Savinio, A. Gio-vannoni, C.M. Feruglio, Ennio Calabria). E’ presente in varie collezioni private e pubbliche. Vinci-tore della XII^ Biennale d’Arte Internazionale di Roma.

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